domenica 25 marzo 2012

La Rabbia .

E' tornata sull'isola .

Sulle prime non ci volevo credere, poi con il passare del tempo i segni si sono presentati nuovamente.
Una serie di piccoli eventi che lasciano perplessi, non tanto te che li fai, quanto la perplessità negli occhi degli altri che ti stanno accanto: Una sfuriata mentre guidi il furgone, uno scagliare in fondo alla stanza le cose accatastate sul banco di lavoro, una difficoltà a sopportare la sfuriata altrui perchè ne hai già le tasche piene. L'evento 0 è stato urlare al telefono, a svuotare i polmoni, per una situazione in cui non riuscivo a dar voce alle emozioni provate. Urlai quasi a voler spurgare la gabbia toracica della vita che avevo dentro, da lì poi è iniziata un'escalation di eventi.
Oggi mi fermo un attimo, rileggo gli appunti di viaggio sparsi qua e la nell'isola e rifletto, oltre che a scrivere.

Ecco il link ad un Blog che mi ha dato modo di riflettere un po sull'argomento:



Buona lettura.

L'immagine appartiene al rispettivo proprietario.

venerdì 23 marzo 2012

Si è giunti .

Ad un bivio .

L'AVIS è giunta ad un bivio: evolvere o involvere. Un' apparente soluzione sarebbe di continuare a fare quello che si è fatto finora, ma è un modo allungato di involvere.
L'evoluzione prevedrebbe il dotarsi di una serie di strumenti amministrativi/finanziari attraverso i quali poter affrontare la sfida che l'associazione è chiamata ad affrontare e cioè la raccolta di sangue; passo non facile e ne tanto meno immediato, ma che è l'unica strada percorribile se si vorrebbe continuare a parlare di Donazione di Sangue Gratuita, Anonima, Volontaria e Periodica.
Come intraprendere questo cambiamento? Quali mezzi dotarsi o costruirsi? Cooperativa sociale? Fondazione? Quali di questi elementi garantiscono la non retribuzione tra gli associati dei profitti? E sopratutto qual'è l'altro contenitore nel quale transitare il capitale sociale Associativo?
Vorrei trovare delle soluzioni..

lunedì 27 febbraio 2012

La tavola svuotata .


Ed una casa ghiacciata .

C'era una volta una sala da pranzo, dove un uomo ed una donna si sedevano a tavola per mangiare assieme. Il tavolo ben apparecchiato e pieno di vivande, calda la stanza, risate, gioia e calore umano accompagnavano i commensali .
Un giorno l'uomo si sedette al desco assieme alla sua compagna e pranzarono. Ma qualcosa non gli quadrò, invece del solito antipasto, primo, secondo, frutta e dolce, la compagna portò in tavola solo una misera minestrina appena scaldata. L'uomo rimase sorpreso e gli chiese cosa era successo, ma lei non rispose. Il Silenzio varcò la soglia e si sedette al tavolo, facendogli compagnia per tutta la durata del pasto.
Il giorno seguente l'uomo si aspettava di rifarsi una volta seduto a tavola, aveva un po di fame e di certo la sua amata l'avrebbe soddisfatto. Si sedette, notando che non era apparecchiato come negli altri giorni, solo un cencio lercio e sgualcito era buttato sul tavolo per servirvi la stessa minestrina del giorno prima. Alla compagna seduta alla sinistra le chiese se aveva bisogno di aiuto, ma anche stavolta il Silenzio, vestito del solo mantello etereo, entrò dalla porta e si sedette al desco per tutta la durata del pasto. L'uomo un po preoccupato guardò la compagna, le fece altre domande ma solo il Silenzio rispose. L'uomo aveva fame e si accontentò della minestrina, pensando "Tanto c'è questa bella stufa che riscalda".
Il giorno dopo quando fu orario di mangiare l'uomo entrò nella sala da pranzo, ma con sua grossa sorpresa non trovò ne i piatti sul desco, ne la tavola imbandita e ne tanto meno la tavola. Solo la sua compagna che teneva stretto al grembo un pezzo di pane da cui non voleva staccarsene. L'uomo le chiese cosa avesse, o come avrebbe potuto aiutarla, ma in quel preciso momento nella stanza entrò il commensale Silenzio e prese posto tra i due, rispondendo lui per la compagna. L'uomo più sbigottito che altro si tirò una sedia lontano dai due, si sedette vicino a dove era la stufa, ma con suo rammarico scoprì che era stata portata via. Andò in cucina, cercò nelle credenze vuote e vi trovò solo un pezzo di pane secco, lo prese e cominciò a mangiarlo a poco a poco, mentre Silenzio parlava per entrambi.
Il giorno a seguire l'uomo entrò nella stanza, ma della sala da pranzo non c'era più ombra. Ne piatti, ne tavoli, ne sedie, ne mobilio o stufa. Entrò un attimo nella stanza la sua compagna, gli tirò per terra un pezzo di pane e chiuse la porta a chiave. Lui le accennò qualche parola, ma proprio nel momento in cui si stava per chiudere la porta, il commensale Silenzio sgattaiolò dentro. Raccolse il tozzo di pane per terra con le sue gelide mani, lo porse all'uomo, mentre risa isteriche dall'altra parte della porta si allontanavano per la tromba delle scale.
L'uomo rimase perplesso ed infreddolito, la stufa era scomparsa assieme agli infissi delle finestre. Un'aria gelida entrava dai buchi ed i crampi da fame gli provocavano forti dolori all'addome. Mangiò il pezzetto di pane ammuffito ed un sonno di torpore misto a gelo lo assalì.
Quando si svegliò vide la stanza deserta, senza più niente. Solo il Silenzio gli faceva compagnia, mentre lui si sentiva stranamente leggero e senza più i crampi all'addome. Entrò in quell'istante la compagna, che in maniera furtiva tolse l'ultimo oggetto rimasto nella stanza, un orologio a muro. Lui provò a chiamarla, ma lei neanche accennò a rispondergli. Come se fosse stato etereo, la donna gli passò attraverso, dirigendosi alla porta, chiudendo a chiave quando ne uscì.
L'uomo rimase in compagnia del freddo, etereo e solitario Silenzio. Per far trascorrere il tempo cominciò ad aggirarsi per la stanza per tutta la notte. Gira, che gira, che gira intorno a quello che una volta era stato il posto del tavolo, i primi raggi del sole illuminarono la stanza. Con orrore l'uomo si accorse che la compagna aveva tolto anche la porta nottetempo e che in un angolo giaceva il suo corpo in avanzato stato di decomposizione con una addome incavato ed un viso svuotato come un uovo bevuto.
L'uomo si mise ad urlare dalla disperazione, ma non sentì nulla uscire dalla bocca. Voleva urlare e gridare, ma nulla di tutto questo poté farlo. Dalla porta entrò un topolino, piccolo ed impaurito. Riuscì a prenderlo e ad accarezzarlo. Il piccolo cuore gli batteva all'impazzata dalla paura, la gabbietta toracica si espandeva e raccoglieva come un mantice in miniatura. Lo spettro dell'uomo lo tranquillizzò, lo accarezzò e lui a poco a poco gli portò nella stanza dei piccoli bocconi. Lo spettro era grato all'esserino che si era preso cura di lui e cominciò a volergli un bene dell'anima. Ma i bocconi erano strani, amari, difficili da buttar giù, come se il topolino gli portasse gli avanzi di un desco avvelenato.

Il materiale audio e video appartengono ai rispettivi proprietari.

giovedì 23 febbraio 2012

Ora .



Di Lorenzo Cherubini Jovanotti .

Il poeta canta:

non c’è montagna più alta di quella che non scalerò
non c’è scommessa più persa di quella che non giocherò
ora

Mi perdoni se prendo i suoi versi, li scimmiotto adattandoli alla mia vita:

non c'è viaggio più breve di quella che intraprenderò
non c'è immersione più breve di quella in cui non scenderò .
ora..

Ora c'è da viaggiare a vele spiegate, ora c'è da immergersi a pieni polmoni, ora c'è da pensare nel silenzio di una stanza o di un bel panorama, ora c'è da camminare per sentieri ora noti ed ora sconosciuti, ora c'è da vivere, per me e per chi c'è accanto a me.

AVE ATQUE VALE


Il materiale audio e video appartengono ai rispettivi proprietari.

Credo.. .



O almeno spero .

"...Credo nelle rovesciate di Bonimba, e nei riff di Keith Richards.
Credo al doppio suono di campanello del padrone di casa che vuole l'affitto ogni primo del mese.
Credo che ognuno di noi si meriterebbe di avere una madre e un padre che siano decenti con lui almeno finché non si sta in piedi.
Credo che un'Inter come quella di Corso, Mazzola e Suarez non ci sarà mai più, ma non è detto che non ce ne saranno altre belle in maniera diversa.
Credo che non sia tutto qua, però prima di credere in qualcos'altro bisogna fare i conti con quello che c'è qua, e allora mi sa che crederò prima o poi in qualche Dio.
Credo che se mai avrò una famiglia sarà dura tirare avanti con trecento mila al mese, però credo anche che se non leccherò culi come fa il mio caporeparto difficilmente cambieranno le cose.
Credo che ci ho un buco grosso dentro, ma anche che il rock n' roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici ogni tanto questo buco me lo riempiono.
Credo che la voglia di scappare da un paese con ventimila abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso, e credo che da te non ci scappi neanche se sei Eddy Merckx.
Credo che non è giusto giudicare la vita degli altri, perché comunque non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri. Credo che per credere, certi momenti ti serve molta energia." .

Così scriveva e ripeteva all'inverosimile un mio compagno di classe quando uscì e fu il tempo di Radiofreccia, credo, credo, credo. Parole strappate dal film, modi di dire, frasi e pensieri ripetuti all'inverosimile, come se dovesse colmare un vuoto, il vuoto che ci portavamo dentro e trapelava dai nostri volti.
Prese queste parole e se le appiccicò addosso, come quando da piccolo indossi un maglione di tuo fratello maggiore (troppo largo) o la giacca di tuo padre (smisuratamente gigante) e li scimmiotti. Sembrava questo l'intento, ma mi accorsi e solo oggi riesco a trovare le parole per dire che non indossava vestiti larghi, bensì stretti, logori. Vestiti/idee / pensieri vecchi, che puzzavano di naftalina, come quando riesci a trovare il coraggio di tirare fuori un vestito sepolto nell'armadio e lo indossi. Io ne sentivo il tanfo di naftalina, quando provarono a farmelo indossare lo rifiutai perché sentivo che mi stava troppo stretto, era logoro, vecchio e sopratutto passato, strangolava. Un po come se oggi andassi al matrimonio di un tuo caro amico indossando un vestito anni '70 americano: pieno di pizzi, merletti e strasse.
All'epoca mi rifiutai, ma quel vuoto mirabilmente descritto nel film non seppi con cosa colmarlo ogni tanto. Capita..

sabato 28 gennaio 2012

L'Italia dei Commendatori, Cavalieri, Ragionieri etc. .

E' finita .

C'era una volta l'Italia divisa in due grandi gruppi: quelli che lavoravano e quelli che avevano dei privilegi. L'Italia che lavorava, indipendentemente dal titolo, produceva ed aveva. L'Italia dei privilegi sapeva che con un titolo, uno qualunque anche di "Presidente dell'associazione Amici delle bocce" (nulla togliere alle bocce) poteva andare dai lavoranti e farsi garantire/mantenere i privilegi .
Fatta l'Unità, passato il Fascismo e finita la Guerra, per l'Italia lavorante e senza titoli si aprì una congiuntura socio/economica per cui si poteva far studiare i figli fino all'università, far acquisire un titolo e sperare che almeno loro avessero potuto continuare la tradizione familiare del lavorare.
I figli di questa generazione "semplice", che sperava in un futuro migliore per i pargoli, riuscì grazie alla congiuntura a laurearsi e ad assumere un titolo.
I più fortunati videro i figli con un titolo e continuare la tradizione del lavorare.
I fortunati videro i figli raggiungere un titolo, ma morirono prima di vederli continuare la tradizione del lavorare .
I meno fortunati videro i figli raggiungere un titolo, ma capirono che non avrebbero continuato la tradizione familiare del lavorare, dato che una volta raggiunto l'obiettivo capirono che lo stesso permetteva di andare dagli altri e farsi mantenere i privilegi.
Gli Sfortunati videro i figli raggiungere un titolo, ma non capirono che i figli non volevano continuare la tradizione del lavorare, perché farsi mantenere ed avere dei privilegi era molto più facile che rimboccarsi le maniche e lavorare.
I figli degli Sfortunati via – via hanno prodotto un ceto "dirigente" italiano vorace e affamato, a fronte di una Italia lavorante sempre più esigua, stanca ed invecchiata. Ceto che vedendosi crescere i titoli, aumentava la propria voracità e motivazione che lo spingeva a sfamarsi con l'altra parte del paese.
Con il passare del tempo il paese Italia è cambiato, depauperato, stretto tra la speculazione, l'ingessamento e l'incapacità di rinnovarsi. Invece di espandersi, ha preferito mantenere ad oltranza lo status quò, finché ha potuto. Ciecamente ha mantenuto tutto ingessato, ma solo fino a quando ha potuto. Ma intraprendere la strada del mantenere lo status quò vuol dire non crescere, ovvero l'anticamera della crisi di cui oggi noi nuove generazione paghiamo lo scotto.
Sul gruppo della generazione degli stupidi che si ostinavano a far studiare i figli per forza ne parlerò in un altro post.

AVE ATQUE VALE e che Dio ci aiuti in questa crisi strutturale.

giovedì 26 gennaio 2012

Buon 2012 .

E siamo in salita .

Un altro è passato sull'isola di Melee, nella mia vita, tante cose sono successe ed altre ne succederanno. Il nuovo anno entrato non è iniziato molto bene, o forse Io comincio ad accumulare roba nella testa, non riuscendone a venirci fuori.
Problemi sul lavoro, problemi a casa, problemi all'AVIS, problemi al Capo, problemi con la Ragazza. Il 2011 si è chiuso senza una promessa di novità o di soluzione, ed un 2012 si fa strada affannato con molte sorprese da una parte piacevoli ma dall'altra pericolose.
Sarà bene che ricominci a scrivere sul mio blog, tanto per avere un po di tempo per me e svuotare le tasche.