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martedì 31 marzo 2020

Con la Vale


E' finita

Giorno 13 02 2017 Con Valentina è finita. O credevo...

mercoledì 2 gennaio 2019

Lathraea squamaria .

Una pianta parassita .
Con fare da parassita, hai fiutato la mia storia in fin di vita e bussato alla porta, hai aspettato che ti aprissi.
Con passo felpato da gatto nella nebbia, ti sei intrufolata nella mia vita. Prima con lo sguardo dell’innocenza, poi quello sguardo aveva una strana scintilla, poi la scintilla prese fuoco della passione e ci bruciammo in fretta quella notte al Tono.
Facesti di tutto per parassitare completamente la storia e cibartene, buttasti nella mischia anche i sentimenti pur di spolparti fino all’osso quella storia. Finalmente era tua, eri felice di suggere il buono di una relazione ma non doverti prendere le responsabilità di essa. Era bello poter sempre dire che non era colpa tua, entrare, prendere ciò che volevi ed andartene via. Era bello buttare la colpa sull’altro. Però poi la storia è finita e non c’era null’altro da parassitare. Lui ti guardava con gli occhi davvero dell’amore e lì iniziasti ad issare le scuse per giustificare la tua uscita e cominciare freneticamente a cercare un’altra storia da parassitare e poter suggere nuova linfa.

domenica 30 dicembre 2018

Mollare la presa .

A volte un film aiuta a riflettere .
Sono di quella generazione dove i film di fantascienza erano inquietanti e paurosi, se avessi parlato di fantascienza, parlavi di horror o comunque film noir. Non si sa perchè, ma quando si guardava al futuro, la prospettiva era o un alieno nel torace, un’ecologia catastrofica o nel peggiore delle ipotesi scenari post atomici apocalittici.
La prospettiva con Valentina non era tanto invitante. Dopo una serie di tentativi per riallacciare i rapporti andati a vuoto, una sera, arrivato l’ennesima delusione per un rifiuto, di un No, ho mollato la presa.
E’ stata la sera in cui sapevo che al cinema c’era “Blade Runner 2042”, la invitai ad andare a vedere, ma sapevo dell’arrivo del sicuro “No”, ma mi serviva sapere “No” e mi serviva avere un motivo per uscire da casa per non crollarvi dentro. Avere una scusa per reagire in qualche modo. Parte la proposta, sofferta perché sapevo dell’imminente “No”. Arriva la risposta scontata e dentro mi sento morire per l’ennesima volta. Non so più quanti dinieghi ho collezionato in questo rapporto e non so più quanti pesci in faccia ho ricevuto. Scelgo di uscire da casa per andare al cinema a vedere il film. Esco ed è come se lasciassi la presa.  
Da quella sera ho mollato la presa e mi sono allontanato. 
E’ stato un po un dolce soffrire, sofferenza per una cosa finita, dolce perché in seno ha la promessa di una vita che va avanti.

L'immagine appartiene al rispettivo proprietario.

lunedì 24 settembre 2018

Spuma di ...

Emozioni .
Domenica 16 settembre del CA. Al locale arriverà e festeggerà il compleanno, la fidanzata del fratello di Valentina. Dentro di Me, appena il fratello è venuto a parlare per il tavolo, ho “sentito” da subito che Valentina arriverà.
E’ quell’emozione che conosco, fatta di battito del cuore mancato all’appello, di attesa per una persona importante che viene a trovarti a casa, di gioia, di felicità, di speranza. E’ bellissima, quasi di bollicine alla pancia, come se dentro portassi una bottiglia di buon moscato e sa che è messa a raffreddare per poi esser stappata.
Arriva la domenica del compleanno e lei entra in sala. Vestito attillato verde, aderente, le si possono contare gli elementi della tartarughina alla pancia. E’ stanca in volto, coperto di fondotinta, dove sbocciano le sue labbra di un rosso perfetto che ne esalta la dolcezza dei lineamenti della rima labiale.
Tolgo il rivestimento al tappo della mia bottiglia interiore di moscato. Comincio a pregustare le emozioni.
Sono a lavoro, c’è una sala da portare aventi e comande da prendere. Chiedo al collega Claudio una cortesia fraterna, di trattarla come se fosse “la mia ragazza”, avendone un occhio di riguardo. Claudio mi dice “Va bene! Non ti preoccupare!” e sento il cuore più leggero.
La gabbietta allo spumante interiore è tolta.
Per tutta la sera ci studiamo a distanza, con mezzi sguardi furtivi. Ad un certo punto passo volontariamente davanti a Lei per farmi notare, con il più bel sorriso che ho e con la coda dell’occhio la vedo intenta a guardarmi e farsi prendere dai suoi soliti tic nervosi quando la colpisco. Il collo fa uno scatto a destra, un colpetto della testa in su, le spalle lievemente tirate indietro, le labbra che si chiudono a bocciolo di rosa per una brevissima porzione di tempo, per poi rilassarsi e mostrare per una piccolissima fessura delle labbra gli incisivi, incastonati tra le morbide labbra. E’ segno che mi ha notato, ma questo non sempre è un segnale buono con Vale, a volte è preavviso di inizio irradiazioni pericolose.
La sera va avanti, Io non posso perdere molto tempo appresso a Lei e ne tanto meno ne ho. Vado avanti ed ogni tanto le butto un occhio. Le rivolgo un timido ( alla Max Gazzè ) saluto vocale ma non ho risposta. Un altro tic, uno scatto di lato, fa finta di non conoscermi. Un saluto vocale accompagnato con un gesto di mano sortisce maggiore effetto. Ho risposta.
Passo un paio di volte dal tavolo per chiedere al fratello se tutto è a posto, le risposte poco convinte da sorcio dubbioso sono la conferma dello stampo di famiglia.
La cerco con gli occhi tutta la sera e per un momento ho come l’impressione che mi stia aspettando, forse in bagno, forse un messaggio sul cellulare.
E’ tutta una sera che provo a stappare il mio tappo interiore alla bottiglia e non ci riesco.
Il momento in cui la vedo entrare in bagno credo che sia il momento giusto, stappo il mio spumante interiore. Escono le bollicine interiori, lo spumante inizia a sgorgare. E’ brio, è dolcezza, è voglia di vivere, è felicità. Il nettare di Dioniso sgorga e bagna.
Controllo il cellulare e non vedo cenno. Esce dal bagno e non è sola.
Guardo dove il mio spumante interiore bagna e vedo del grigio.
La sera passa, guardo il cellulare sperando in un messaggio, ma niente. L’occhio interiore guarda un altro po dove la bevanda interiore sia finita ed il posto assume i connotati di cemento grigio.
Arriva il momento della torta della festeggiata, chiedo a Claudio di sporzionarla  Io. E’ una torta setteveli, a base di cioccolato da lei adorato.
Ancora ripenso ai suoi regali, un libricino su pensieri dolci e cioccolato ed al suo primo pensiero fatto di una stecca di cioccolato al riso soffiato. Le faccio una fetta più grande degli altri, nascondendovi sotto una fogliolina di cioccolato, sarà felice nel trovarla alla fine della torta.
Il mio spumante interiore continua a zampillare, ma il mio occhio interiore focalizza che il grigio cemento è un muro.
La sera è finita. Vale si alza e se ne va via. Rimane nel gruppo per sgattaiolare via, risponde ad un mio accenno di saluto, senza guardarmi troppo.
Il mio occhio interiore, dopo una seduta dalla dottoressa, focalizza che il muro di cemento è sempre quello del nocciolo nucleare impazzito di Valentina e che il mio spumante interiore si è sboccato su esso. Un senso di fastidio mi prende, assieme ad una sensazione di pericolo.
Me ne vado via, senza aver mandato a distanza di una settimana un messaggio alla Vale per dirle che “il verde ti dona”.
Capita.

lunedì 16 luglio 2018

Esposizione a dosi..

“ Letali”.
“Molti di loro sono morti per l'esposizione a dosi letali di radiazioni. Uno dei piloti, costretto a sopportare condizioni fisiche estreme, perse il controllo del velivolo e urtò uno dei tralicci, schiantondosi al suolo.”

Tratto da L’Espresso

I pompieri di Chernobil, per spegnere l’incendio nel nocciolo della centrale nucleare ormai andata, si esposero ad una quantità di radiazioni che gli risultarono letali. Tutti morirono, chi prima o chi dopo, per i danni riportati dall’essersi esposti a dosi di radiazioni.
Valentina era come un nocciolo di centrale nucleare impazzito, sparava le sue “radiazioni” letali.
Le “radiazioni” erano i suoi problemi, versati addosso a chi aveva accanto. Andavano dall’assenza di coraggio per i sentimenti provati, alla mancanza di fiducia verso l’altro, passando per la mancanza di rispetto per la persona vicino a Lei. Comprendevano le reiterate fughe dalla storia ed assenze ingiustificate, senza scordarsi delle accuse verso l’altro, delle richieste continue ed ossessive, delle proposte inverosimili per andare avanti, insulti rivolti all’altro circa la persona, il corpo, l’altrui passato, presente e futuro; le scelte fatte, la famiglia, i genitori, il fratello fino a giungere alla nipote.
Insulti verso le persone che uno ebbe accanto, verso gli amici, verso le cose fatte, verso il lavoro altrui, le scelte.
C’erano pure le allucinazioni e tante altre cose a cui mi sono esposto per quasi due anni. Tutto poi finì.  
Al momento in cui scrivo la “mia” storia con lei è chiusa. Ribadisco la “mia storia” perché nel crederci alla fine c’ero Io.
Ho trascorso più di 967 giorni in quella Non-relazione, esponendomi a “radiazioni” che mi fecero a pezzi.
Mi ritrovai tra due sentimenti contrapposti “il restare perché l’amavo” ed il “fuggire per sopravvivere”.
Sono rimasto lì per quasi 1000 giorni della mia vita, giorni che nessuno mi porterà indietro, durante i quali ho sperato, combattuto, dimenticato, ascoltato, regalato, donato, capito, proposto, domandato, chiesto, ovviato, tolto occasione, come i pompieri di Chernobyl ho spalato quintali di merda psicopatica a più non posso, fino al cuore della notte, appellandomi ad ogni mia fibra di pazienza e resistenza, inventandomi storie per raccontare in modo omogeneo l’assurdità e follia altrui, ma alla fin fine è finito che lei se n’è andata via, lasciandomi una carcassa di carne putrida, dolorante e radioattiva.
Alla fine dei conti la responsabilità delle scelte fatte era e resta mia, sarei potuto andarmene via prima,  ma lo sto scrivendo ora seduto comodo sulla sedia, davanti al PC, nella veranda, dopo un lunghissimo percorso intrapreso, fatto di Km macinati a camminare, a piedi, in bici, albe, tramonti, notti, giorni, ore di sonno, incubi e sogni, fotografie, libri, terapia, ascolto, cadute e rialzate, marce in avanti finché la promessa di una fine non fosse diventata realtà.
Oggi Valentina mi manca, perché ancora dentro ho quella parte di Me che ha rimosso tutta la montagna di merda che mi ha riversato. Ma ho bisogno di vivere ed andare avanti, far finire questo dolore interiore e sperare nel meglio di Domani.

L'immagine appartiene al rispettivo proprietario.

giovedì 21 settembre 2017

Eterna .

Seconda .
Domenica sera, quando tutti si preparano per una serata di relax prima della settimana lavorativa, Io mi ritrovo sulla riva di un mare salato e morto che è il rapporto con Valentina.
La discussione cade sull’ultima gara di corsa a Letojanni. Foto dell’evento condivise, il piazzamento al secondo posto, emozioni e sensazioni condivise. Sembriamo quasi due esseri umani intenti in una normale relazione ma resta ferma sui suoi “propositi” ed Io devo assecondarla, volente o dolente.
Il mio Io, le mie decisioni, le mie emozioni ed i miei sentimenti sono messi da parte, alla mercé dei suoi capricci. Qualcosa dentro di Me cambia, inizia un percorso di ripensamento nel subconscio.
Sprazzi di luce vengono lanciati nel passato, elementi trovano un legame intorno ad una parola “secondo posto”. Inizia la salita della montagna del passato alla ricerca dell’elemento “secondo posto”.
Ripenso alle sue gare disputate, la prima raccontatami è stata il 23/07 a Patti per il 5° Corri Marina dove arrivò seconda. A seguire il 29/07 a San’Alessio Siculo con il 13° Memorial Mastroeni, dove arrivò nuovamente seconda. Il 06/08 a Furnari, il 5° Trofeo Città di Tonnarella dove arrivò prima ma le partecipanti erano due. Poi venne il 12/08 a Mistretta, nel 2° Memorial Padre Tano Farina, dove arrivò prima ma era l’unica partecipante. Il 17/09 a Letojanni nuovamente seconda assieme ad altre quattro partecipanti.
Altra salita della collina dei ricordi, i primi tempi in cui ci frequentavamo, accanto a Me c’era Federica; Fede era la prima ragazza con cui stavo e lei l’altra, la seconda.
Risalgo ancora la salita dei ricordi, arrivo alla sua famiglia. Suo padre si è trasferito da Torino, lì ha lasciato una prima famiglia con due figlie. Qui si è sposato per la seconda volta ed ha avuto due figli, Lei si è la primogenita, ma del secondo matrimonio.
Sarà sempre l’eterna seconda.
Fa male dirlo e riscontrarlo, ma è così.

martedì 19 settembre 2017

Caryan .

Fa le noci di Pecan .
18 Maggio 2017, Giovedì. Ho preso un giorno di riposo a lavoro, potrò fermare i pensieri, ma so che non verrà pagato. Lì o si lavora o non si viene pagati, non esistono ferie, pause o malattia, è lavoro da lager.
Mi sveglio di buona lena e faccio le cose mattutine bene, arrivando con largo anticipo al porto e prendendo il primo aliscafo disponibile. Sono in un buon anticipo sulla tabella di marcia per far rotta verso l’Isola di Vulcano.
Sbarcato sull’isola, mi immergo nella flora e geologia. E’ uno scattare foto e postarle su gruppi di identificazione botanica. La strada davanti si distende e mordo prima l’asfalto e dopo lo sterrato, direzione Monte Saraceno.
Guadagnata quota 490 metri, mi guardo attorno e scorgo quello che suppongo un acquedotto, infissi con reti metalliche, edificio in cemento e quel gorgogliare di acqua dentro vasche a Me noto. Sembra di essere a Monte Trino dove vi è allocato l’acquedotto del Capo.
Sentendomi quasi a casa come al Capo, con maggiore fiducia mi indirizzo verso il Piano di Vulcano. Scendo i primi tornanti di una strada smottata ma larga ed arrivo a quel che resta dell’inceneritore. Superato, torno a mordere strada di cemento, non so perché ho la sensazione di camminare in un luogo di scampagnate e mi sembra di sentire dentro le voci di bambini giocare il giorno di pasquetta. Supero le case dei pastori, umili e costituite da baracche, per sorpassarle e superare le ville.
Ad un incrocio scorgo davanti una villa. Da quando ho sentito il rumore dell’acqua su Monte Saraceno, sono alla ricerca di acqua, mi si è svegliata una forte sete e le riserve idriche sono numerate.
Provo ad addentrarmi nel giardino della villa, magari qualcuno si è dimenticato l’interruttore generale dell’acqua aperto e magari posso bere al rubinetto. Entro nel prato, con fare circospetto, ma tutto è sigillato e chiuso, dalle porte ai rubinetti. Volgo le spalle alla struttura sigillata ed inviolata e mi ritrovo davanti un albero maestoso, grande, alto, dalle belle fronde colorate di un verde smeraldo; emana serenità, tranquillità e calma.
Mi sento rilassato, accolto e coccolato dalle fronde arboree, scatto delle foto per farlo identificare. Scoprirò dopo esser l’albero di Carya sspp e produce le noci di Pecan, grazie al gruppo facebook “Le piante tropicali e subtropicali”.
Sono quasi stregato dall’albero, mi dimentico per pochi momenti la merda che mi porto appresso, dal lavoro alla giornata non pagata, passando per Valentina.
Neanche faccio in tempo a dimenticarla, che squilla il cellulare. Guardo il display e sono rapito dalla realtà: Valentina mi sta cercando, o meglio perseguitando. Rispondo con un filo di voce quasi tremante, non ce la faccio a sentire nuovamente insulti e gli stessi discorsi, sono stanco di una storia mai decollata. Valentina mi copre di insulti, dandomi del bugiardo, puttaniere ed insultando la mia famiglia, sai che novità. Quando mi chiede dove fossi, decido di non risponderle e di chiudere al più presto la chiamata, perché sono stanco di sentire questo disco rotto.
Guardo l’albero e trovo al pace e la forza per dirgli “lasciami stare, non riuscirai più a perseguitarmi”, stacco la chiamata ed un senso di spossatezza e delusione si impadronisce di Me. Ma me ne frego, punto a Capo Grillo, è la mia giornata di riposo e voglia godermela.
Da quel momento è iniziato un lungo calvario da cui ancora non ne sono uscito fuori del tutto.

lunedì 21 agosto 2017

Quanto può costare un regalo ?

Dipende ...
Mi contatta Carmelo M., l’ ex-allenatore. Dall’aggancio escono un paio di interessanti incontri durante i quali confrontarsi. In uno di questi mi propone di comprare un biglietto per la lotteria. A fatica riesco a racimolare i soldi ma ce la faccio, i biglietti sono sottoscritti, la cifra incassata e la ricevuta in tasca.
Passano i giorni e mi viene mandato un messaggio dal mister sull’estrazione dei biglietti. Il primo premio, il portatile, è vinto da Me. “Wow!”, penso tra me e me, non vinco un cazzo ed ogni tanto la dea bendata mi sorride. Ci vediamo per il “ritiro” del pezzo che più che altro è una presentazione al negozio per mettersi d’accordo su come e quando ritiralo. Gli dico a priori che voglio Windows 10 originale sulla macchina con doppia ripartizione, dove nella principale andrà Linux.
Passano i giorni ed è fatta. Porto il pezzo a casa ma già so che è un doppione, ho il mio HP che funziona e non cambio con nulla. “Bene!” dico tra Me e me, “dove lo piazzo stò apparato?”.
Indago la strada di un regalo a Claudio, ma si chiude perché ne ha già due. Mia nipote è troppo piccola, a casa abbiamo più PC che persone. Valentina? Perchè no..
Fosse stato davvero no. Saggio la strada ed una sera prima di Natale lo presento. La sua faccia non è proprio felice, direi quasi “schifiata”, mi ero ripromesso di non regalarle più nulla dopo che aveva buttato per terra il bidone di nutella, ma in qualche modo ho da piazzare il PC.
Ringraziamenti di circostanza, un imbarazzo nel prendere il pezzo ed un rimandarlo al mittente, trincerandosi dietro ad un “so quanto costano i soldi e non voglio approfittarmi di Te”. Rimango basito. Ti faccio un regalo e tu me lo rifiuti? Mi incazzo come una jena e mando a fanculo tutto e tutti.
Il pezzo torna a casa, piazzato ai piedi del letto, cercherò di piazzarlo prima al collega Davide, poi al Signor Claudio ed infine proporrò il pezzo a Nino. Ci pensa ed il giorno dopo è Ok, prendo il PC, ma te lo pago a poco a poco, il prezzo è 100,00 € , Windows mi è costato 90,00€ e 5,00€ di biglietto, alla fine ho fatto un margine di guadagno di 5,00€. Tanta roba o meglio tanta merda se pesassi alla sensazione di delusione ed insulto che mi sono sentito di sopra assieme al rifiuto quando il computer è stato girato al mittente.
Spero che stasera sia uscita con “Suriceddu” ed abbia succhiato miele dalle sue cosce, così rompe il cazzo a lui e non a Me..

venerdì 2 giugno 2017

Carta .

Igienica .

Sulle cose fatte fai arrivare valanghe di critiche, sia che esse siano buone o cattive. Critichi, non dai fiducia, attacchi, insulti e non ti fermi davanti a nulla. Smonti ogni cosa fatta per Te, il regalo di Natale, del Compleanno, le uscite, le serate, le rose, il fare l’amore. Arrivi ad insultare mia nipote dandole della malata. Insulti il mio passato e lo usi ad uso e consumo tuo, come se la mia vita fosse carta igienica da utilizzare a tuo piacimento .
Prendi il mio passato, quello malauguratamente condiviso con Te e lo smonti, lo fai a pezzi, lo sminuzzi fino a ridurlo una poltiglia. La parte oggetto del tuo interesse lo tiri fuori, scorporandolo dal resto ed assemblandolo a piacere tuo, fregandotene che dall’altra parte c’è un essere umano, infischiandotene che sono cose altrui e che non hai nessun diritto ad usarle a tuo uso e consumo sopratutto contro l’altro . Crei questo abominio di ricostruzione e lo ergi a totem su cui impalare l’altro.
Semplicemente te ne freghi. Monti, smonti, ricordi a tuo piacere, a tuo uso e consumo, come una bambina seduta sul cesso, strappi fogli di carta igienica per asciugarti il culo; peccato che quei fogli sono pezzi della vita altrui ed in più occasioni sei stata invitata a fermarti e a non usarla come carta igienica, a non pulirti la merda che ti trovi addosso ed in cui ti ci trovi non bene, benissimo.
Il passato altrui è un banco di prova su cui poter fare e disfare a tuo piacere ed interesse.
Se ti conviene negare che hai scelto di esser con Me e preferisci nasconderti dietro alla scusa “Ma Io ero Single”, fai pure. Il ribrezzo e lo schifo nei tuoi riguardi comincia a montare di più.
Ora sono Io che quando arriva la tua chiamata nel cuore della notte ti stacco il telefono, ora sono Io che ti rispondo in malo modo e ti dico “Che vuoi?”, che mi chiedi di dirti una cosa e con tutto il cuore ti dico “No. Non la voglio sapere”. Sono Io che ti dico “non cercarmi più”, sono Io che comincio a trattarti da carta igienica, non per pulirmi il cazzo rodiro. No, ti tratto come un foglio di carta igienica usata, mi fai schifo e ti butto via, lontana da me.

mercoledì 24 maggio 2017

Un ragno .

Nel buco.
Attendi, ferma ed immobile se qualcosa passasse, come un predatore attende la sua vittima, una povera bestia, un boccone.
Passo Io, mi accorgo di Te, mi avvicino. La cosa ti turba, ma l'esser stata notata ti ha dato modo finalmente di destarti dal lungo torpore nel buco scavatoti.
In quel nascondiglio fatto di buone idee, buonismo, ragazza seria, per bene, a modo, garbata, ponderata, timida, lavoratrice, casa e famiglia, senza fronzoli e con i piedi per terra, c'è altro; c'è l' “altra” persona.
Viva, passionale, che vuol godersi i “piaceri” della vita ed uno in particolare, che vuole inarcarsi di Piacere e sentirsi viva, che ha una forte sessualità ma non ha il coraggio di tirarla fuori e viversela.
Nel buco c’è anche un lato oscuro e problematico, poco visibile, ben celato, nascosto per bene.
 Giochi la carta sesso a più riprese, un’esca irresistibile per portarti a Te. E’ un lento avvicinarsi l'uno a l'altra, piano, lentamente, studi e non vuoi esser studiata.
Ti fermi, l’avvicinarsi è troppo, l’obiettivo è stato raggiunto ed hai adescato uno, inizi la manovra di ritirata e celermente corri verso la fossa/trappola da cui sei uscita per farti inseguire dal malcapitato.
La preda entra nel buco ed è fatta. Resterà invischiata in quella trama di bugie,  negazioni, menzogne, omissioni, dimenticanze e misteri, che tiene in piedi la tua vita. A poco a poco lo farai a pezzi per cibartene e trarne finalmente della vita.

L'immagine appartiene al rispettivo proprietario.
 

giovedì 11 maggio 2017

Prunaio .

Ci sono entrato ed è difficile ma non impossibile uscirvene .
Giorno dell’Immacolata, 8 Dicembre. Ci vediamo l’ultima volta con Valentina e facciamo l’amore, in quel momento che son con lei decido di mandare a fare in culo tutte le considerazioni di chiuderla con Lei e le apro per l’ennesima volta il cuore accettandola.
Di lì a poco scatenerà l’inferno contro di Me. Il punto di questa situazione è che mi è stato fatto del male da Lei. Tanto, al punto che ho iniziato Io a fare del male a lei.
E’ come se ad un passo corrispondesse un contro - passo, dolorante e tagliente, amore ricambiato con odio, affetto con rancore, un regalo con un rifiuto, un abbraccio con un peso. Più mi muovo e più mi faccio male, più cerco di uscirmene e più mi sento risucchiato dentro questo labirinto di spine, dolore e buio.
Ci vuole un aiuto esterno, magari di qualche amico o magari di Catia.

lunedì 8 maggio 2017

Dicotomia .

Spaccata .

Hai una bramosia di fottere, ma una gran paura di esser penetrata.
Vorresti essere inondata da litri di eiaculato, ma hai una paura feroce del seme su Te.
Hai voglia di sentirlo in ogni dove, ma appena avvicinatoti al vestibolo è un continuo spostarsi, inarcarsi, togliersi, mettersi di traverso, contrarsi, ritrarsi, scappare, deviare, andarsene, togliersi.
Vuoi prenderlo, ma dettoti “mettitelo dentro” è un tormento di ansia, tenderti, inarcarti, paura di restare gravida.
Hai una voglia bramosa di provarlo lì, memore dell’aver assaggiato qualcosa, ma appena non è il qualcosa a spingere, è nuovamente un inarcarsi, un tendersi, uno spostarsi, un “No, non voglio”, un irrigidirsi, un mettere la mano e toglier via.
Hai voglia di fare sesso a tre ma hai il terrore del dolore delle penetrazioni, l'unica cosa che passa è la bocca, abbondantemente...
Vuoi una storia, ma non vuoi stare dentro alla storia.
Vuoi una persona tutta per Te, ma non riesci a starci accanto.
Vuoi l'uomo della tua vita, ma non lo vuoi nella tua vita.
Vuoi l’altro si leghi a Te, ma non vuoi legami su di Te.
Provato a far spazio tra questi punti estremi, al fine di ricercavi la persona, si alza la solita cortina fumogena del “non lo so”. E' un ripetere “non lo so, non lo so, non lo so, non lo so...
E' un disco rotto che si ripete ed Io voglia di ascoltarlo non ne ho voglia. .

L'immagine appartiene al rispettivo proprietario.

martedì 7 marzo 2017

Finalmente .

Andata
Finalmente il giorno è arrivato. Domenica 5 marzo Valentina mi ha cancellato e bloccato su Facebook, oltre che su Whatsup.
Sono stanco di Lei e dei suoi problemi, sopratutto dell’incapacità di prendere una decisione, di far chiarezza nella sua vita e di conseguenza in quella parte rivolta verso me.
Sono stanco e stavolta non ho intenzione di tornare indietro, è uscita dalla mia vita e ci resta fuori, neanche guidasse un autodafè dove troverebbe le ragioni di tutti gli errori.
Buona fortuna, ma a Me lasciami stare.

mercoledì 15 febbraio 2017

Il lato oscuro .

Della luna.
E’ noto che la luna è su in alto nel cielo e risplende. Il lato che tutti conosciuto è il lato chiaro, quello illuminato dal sole, a Noi vicino e visto. E' sotto gli occhi, visibile e rilevabile. Guardato ed osservato nei minimi particolari ieri ed oggi, è il lato rassicurante dell'astro.

Così come c'è il lato chiaro della luna o lato vicino, del medesimo astro, esiste il lato lontano o lato scuro. E' il lato visto dall’umanità dopo l'orbita dei satelliti intorno ad essa, è il lato conosciuto dopo la scoperta scientifica, la parte fino ad ora celata. E' stato necessario che l'uomo abbia montato un razzo, la rispettiva apparecchiatura per gestirlo, poter fare rilevamenti per poi riuscire ad arrivare lassù, osservare, resistere ed inviare le informazioni raccolte. Un bel da fare,  impegnativo.

Il lato oscuro esiste sulla luna e nelle persone. Quando cercai di iniziare questo post era poco dopo la prima decade del mese di agosto di ben 6 anni or sono. Tanta roba è passata sotto il ponte della mia vita. All'epoca mi riferivo alla scoperta del lato oscuro di Chiara, poi scoprii quello oscuro di Rossana, prima quello di Claudia, prima ancora quello di Antonella ed infine quello di Valentina. Non è stato scoprire l'acqua calda, ognuno ha questo lato oscuro, Io stesso ne ho uno, la differenza è come lo viviamo e gestiamo. C'è chi lo nasconde e chi no.
Chi lo nasconde, prima o poi lo esce fuori. C'è, volente o dolente. Ci si deve fare i conti e fa parte della persona.

Claudia aveva un lato oscuro intravisto quando ci siamo conosciuti. A gli inizi  abbiamo vissuto sul suo lato chiaro e poi tornò prepotentemente il lato suo oscuro.

Con Antonella c'era, era lì, sotto gli occhi, senza soluzione di continuità, anzi un bel po pasticciato e confuso con quello chiaro.

Con Rossana c'era ed era sproporzionato. Immensamente vasto, ampio, inghiottiva buona parte della sua vita e lambiva il suo quotidiano, al punto da deformarlo e scegliere chi mettervi e non. Ho avuto la "fortuna" di conoscere il lato solare ed era meravigliosamente bello. Poi sono stato messo nel lato oscuro ed è stato davvero un inferno.

Chiara il lato oscuro lo teneva nascosto, celato. Sotto il materasso o sotto il tappeto. Pronto ad uscir fuori nel momento in cui la persona perdeva di interesse e funzionalità. Gradualmente ti faceva scivolare in una trama di bugie, silenzi, omissioni, telefonate anonime, chiamate a volto celato, pianti al telefono, silenzi serrati; i "Non so", i  “Ci sono, ma”. Scompariva, per poi tornare. Ho passato l'inferno con Chiara, la volevo e lei scappava, si negava e più la volevo più lei mi emarginava nel lato oscuro. Poi il rapporto si ruppe, ma non del tutto. Rimase un moncherino maciullato e sanguinante che ogni tanto si ridesta.

Con Valentina è stato un lato oscuro, anche in questo caso graduale. Come se a poco a poco mostrasse questo lato, tenendo come collante il sesso. A poco a poco, giorno dopo giorno i suoi fantasmi e le sue paure prendevano via via consistenza. La gelosia, la sua fragilità da vetro pronto a rompersi per ogni cosa detta. Lo attacamento morboso, l'impossibilità a completare un rapporto sessuale, le paure di cui inondava il rapporto quali il rimanere in cinta, l'età che avanzava, il non riuscire a sposarsi, l'invidia per quello degli altri, il tirare scuse dove nascondersi, lo svuotare il rapporto delle poche cose che si era riusciti a mettervi. Poi un cominciare a fuggire via dal rapporto, fino alla telefonata del 17 Novembre dove ad un invito ad uscire tirò fuori le mille problematiche all'altro e la sintesi fu "No, non ci esco con Te".

C'è il lato chiaro ed il lato oscuro in ciascuno di Noi, sta a noi decidere come viverlo.

lunedì 28 novembre 2016

Carte sbagliate .


Si aspetterà un nuovo giro di karma .
Il social network presenta i risultati della ricerca. Con noia scorro la lista, è tardi e sto adotta, non adotta un piffero. Sono finito un paio di volte nel carrello, ma a parte le buone intenzioni, non è che abbia ricevuto altro, anzi, mi sono esposto a psicopatiche in cerca di vita da rosicare/succhiare.
Scorro sulle persone con l'hashtag specifico per la ricerca e l'attenzione cade su Una. Tra la ragazza che vuol sembrare donna, ma senza prendersi troppo sul serio, tra la strafottente e l'incuriosita, qualcosa mi ricorda Rò. Mando l' “incantesimo”.

Attendo.

Passano dei giorni e quasi ci spero, vorrei proprio giocarmela con questa ragazza, mi piace e molto. Ricevo la possibilità di risponderle il 30 Ottobre. Iniziamo a parlarci a morsi e spizzichi.
Procedo con cautela nell'esprimermi, memore delle esperienze fatte in precedenza, qualcosa con questa persona mi piace. Mi ricorda Rò, ma non è Rò. Va di pancia, ma non travolge la pancia. Ho voglia di sentirla, di parlarle e farla mia. Non so come mai, le emozioni di pancia colpiscono e si fanno avanti. Una ventata mi prende. Me la gioco calcolata perché c'è una parte di me in partita, un pezzo di sentimento pulsante.
Scrivo, non molto, domando ma senza essere invadente, attendo i lunghi periodi di risposta, ma non mi agito più del dovuto. Tanto è già un traguardo l'avere una risposta e poter parlare di pancia (mitigata), con una persona che piace.
La discussione si fa per le lunghe, troppo elaborata, troppo costruita. Butto di pancia una notte che sento di perderla nelle sue risposte. Faccio in modo di poter esprimere quello che sento, senza essere invadente alla prima occasione possibile sui lineamenti. E' fatta, un pezzo di me sussulta, sono riuscito a dare forma con le parole a ciò che sento dentro.
La discussione si protrae per quasi 1 mese, faccio un invito a scambiarci i numeri di telefono, ma qualcosa mi dice dentro di me che questa persona, ha bisogno del suo tempo per poter decidere, è lenta nel farlo, o forse attenta calcolatrice?
Ricade la discussione in un monotono cosa fai, cosa dici, etc. Una sera la pancia mi prende e butto fuori quello che ho dentro, osando un pizzico di più. La chiacchierata prosegue liscia con una maggiore passione da parte sua. Mi chiede se avessi Whatsapp.
Gioisco.
Le do il numero ed attendo la risposta sull'altro social network, potrò inviare foto a sostegno delle mie idee e magari riceverle. Senza scordarsi la voce.
Arrivano i primi scambi di messaggi, Io fremo e sono felice come uno scolaretto. Mi sento leggero e felice, direi quasi in “up”. Sono idee che scorrono, pensieri che prendono forma, emozioni che vengono espresse. Iniziamo a sentirci periodicamente e poi una sera arriva la nostra prima telefonata, da quasi subito. Sono le 4 di mattina quando ce ne andiamo a letto e ci salutiamo molto più intimi di prima.
Io volo con la mente, ho voglia di vederla, di sentirla di avere quel pezzo di me dentro di Lei. Perchè la cosa sembrerebbe di entrambi. Anche lei è molto presa dalla cosa e vorrebbe vedermi. Parliamo, parliamo molto, telefonate serali, mattutine, pomeridiane.
Un pomeriggio, di una domenica, al termine del lavoro mi dedica una canzone, la ascolto in riva al mare a fine turno, con un cielo al tramonto fantastico, mi sento in pace con il mondo e con me stesso, sento qualcosa di profondo per questa persona, sento di essere legato a Lei.
In una telefonata iniziamo a parlare di quello che proviamo l'uno per l'altro, però ho l'errore di essere troppo esplicito, troppo invadente negli spazi comuni, dico troppo. Lei mi domanda cosa sono per Lei, io sintetizzo con un'immagine del pomeriggio in spiaggia: Sono un'ombra colorata che ti parla, ne più e ne meno e se non facessimo il passo successivo di vederci, Io resterò tale e come tale scomparirò appena la luce verrà proiettata su di Me.

La luce viene proiettata, ci diciamo che siamo impegnati da entrambe le parti, ma qualcosa dentro mi dice che chi è da Lei dall'altra parte è sempre più presente, come un'ombra a poco a poco consumata dai raggi solari, a poco a poco mi restringe lo spazio concessomi.
Inizio a stringere il cerchio, voglio vederla. Inizia un lento e subdolo interrogatorio vago da parte sua, come di chi saggia la mercanzia: età, stato di salute, peso, posizione sociale, posizione economica, prospettive di vita. Mi sembra di risentire il discorso di Rossana e quello di Federica sulla realtà dei fatti. Qualcosa mi dice che la sto perdendo pezzo dopo pezzo.
Le telefonate serali non ci sono più, restano le chiamate mattutine formali, a colmare un vuoto di compagnia prima di arrivare a lavoro.
Si rinfaccia la stanchezza pomeridiana nel dar retta all'altro, si mandano foto a mezzanotte quando Lei è con Lui. Su questa mi incazzo e glielo dico, mi hai mandato scatti di Te con Lui. Poi arriva la foto del cambio di capelli, mi son detto “è fatta”, ci sono cambiamenti in vista e di certo non sono buoni per Me.
Comincio a dire al mio ragazzo che la cosa finirà, che non ci sarà un “ci vedremo”, non ci sarà un “staremo assieme” ne tanto meno un “farti mia”. Non ci saranno molte altre cose, ma almeno un traguardo l'ho raggiunto.

Arriva la telefonata Fatidica. Alessia è sull'incazzato/voglio sistemare le cose/ho preso una decisione. Io sono quello da sacrificare tra i due, perché sono troppo distante. Tanto per lasciare il dolce in bocca dopo l'amaro, se fossi stato qui Fabio, le cose sarebbero andate molto diversamente.
Ripenso alla teoria delle vite spezzate in passato ed al suo riferirsi al film “Al di là dei sogni” di Robbin Williams. Forse in questo giro di carte del Carma, io avevo una carta sbagliata nel mio mazzo e non me ne sono reso conto.
Aspetterò un altro giro di giocata, forse in un'altra vita, se mai ne esisterà una.
Cade il silenzio dopo la telefonata Fatidica.

30 Dicembre del 2015, la radio suona una canzone. Il tono è tra l'innamorato ed il dannato, prendo il cellulare e faccio partire l'applicazione per l'identificazione del brano. Nell'attesa della connessioene con il database sospetto che sia un rapper francese, forse di colore e forse non da solo.
La rispota è la seguente:


Maître Gims - Est-ce que tu m'aimes ?

Quattro persone all'interno di due storie diverse/sbagliate. Il pensiero và ad Alessia, vorrei dedicargliela come Lei mi dedicò:


Ed Sheeran – Photograph in quel di dell'Immacolata ed Io me la gustai fronte costa a fine di un servizio massacrante a lavoro.

Qualcosa si ferma.

Domanda: Io mi sto piangendo il mio lutto, in maniera composta ma pesante. La flertata con Noemi se n'è andata a farsi friggere per Lei, la storia con Fede ha avuto un colpo pesante, mi sono esposto come non fato in altre occasioni, ma stavolta qualcosa mi trattiene, forse un pizzico di egoismo.
Perchè espormi ancora con questa dedica? Perchè tirar fuori le emozioni e poi ricevere una porta sbattuta in faccia, o magari neanche aperta? Bergamo ed il suo dolore incancrenito mi richiamano, per quale motivo farsi fare ancora male? La sua ultima foto inviatami, scatto di una sua fotografia da ragazzina con proiettata sulla superficie riflettente la sua sagoma contemporanea consumata da strega, mi trattiene. Perchè spendere passione, emozioni, amore per una persona che non gliene fotte più un cazzo di me? Mi faccio una risata ed esco dall'asse viario, abbandonando la strada della memoria.

Quid prodest? Il resto è un post..

Il materiale audio e video appartiene al rispettivo proprietario.

venerdì 6 marzo 2015

La menzogna di Cechov .

Una sessione on – line su un noto social network; mi imbatto in un link riguardante Cechov.
Lo leggo, una biografia del luminare russo, condita da una serie di sue massime, intime, profonde, da sussurrare piuttosto che gridare.
Mentre gli occhi scorrono sul testo, una frase in particolare mi colpisce:

Il pidocchio delle piante mangia l'erba, la ruggine il ferro, la menzogna l’anima .

Alla parola “pidocchio” delle piante mi si materializza in mente una cimice verde. 


Alla parola “ruggine”, balza alla coscienza il punto ruggine che sta corrodendo l'inferriata di casa. 

Leggendo la parola “menzogna” mi si apre un baratro. Vengo catapultato alla sera del 15 Ottobre, in Via delle Giudicarie. L'ha indossata fino ad ingurgitarla nelle viscere, fingendo, nascondendo, omettendo e negando le evidenze. 
 

giovedì 19 febbraio 2015

Scontro tra due emozioni .

Crash two train
Da una parte il rispetto per la Donna passato dagli Uomini di famiglia, che alla tenera età di meno di 10 anni mi permise di comprendere da solo il significato della canzone di Luca Barbarossa "L'amore Rubato", che a sua volta ringrazio per aver scritto un testo per me sacro sul rispetto della Donna.

Dall'altra parte un fortissimo senso di sdegno e Rabbia per una persona mi contorce le budella. Ringrazio Dio che oltre 1'000 Km mi separano da "Manolo" perchè anche se ora avesse 42 anni e magari una famiglia con figli (spero non figlie), la voglia di spaccargli la faccia e di incaprettarlo per bene mi fa fremere le mani, leggendo di un pomeriggio.

L'immagine appartiene al rispettivo proprietario.

martedì 17 febbraio 2015

Tu ...

Gliel'hai concesso .


Sei tu che gliel'hai permesso, in nome di un amore che evidentemente esisteva solo nella tua testa. L'hai accettata, l'hai fatta entrare nel tuo intimo e lei se n'è approfittata.

L'immagine appartiene al rispettivo proprietario.

sabato 8 novembre 2014

Tramezzini .



Fatta pace .
Sono un bambino e mi ritrovo a fare la spesa con i miei in un supermarket di una grossa città. Forse Catania, o meglio Firenze. Gli scaffali trasbordano di merce simil-Americana, pronta ad essere comprata e consumata.
L'attenzione è attirata dai tramezzini nelle scatole di plastica. Chiedo ai miei di comprarmene uno ma mia madre si oppone dicendo che è meglio un panino. Ieri la maledicevo tra me e me, ma oggi so che mi ha protetto all'inverosimile da questa roba, dandomi nel bene e nel male una cultura culinaria.
La scatola finisce nel carrello ed Io diligentemente attendo l'uscita per consumarlo. Sorpassata la linea dei carrelli mi avvento sul prodotto, lo scarto e mi gusto con la vista il prodotto.
Vuoi odori, nuove forme, poi il modo di presentare: scarta e mangia, incuriosiscono tanto. Tiro fuori il tramezzino e lo addento. Un gusto orribile invade la bocca, niente a che vedere con la mia cultura di “panini da bottega” dove sapori dalla mortadella appena affettata, al prosciutto magari accompagnato da olive verdi nei giorni di festa si presentano alla soglia del palato. Un pane orribile, asciutto e dal retrogusto di alcool invade il palato molle. Un condimento affogato in una maionese lenta e senza sapore mi imbratta la lingua. Butto il tramezzino sotto le urla materne “ TE L'AVEVO DETTO!”.
Mi ritrovo in una stazione di servizio dell'autostrada. Stavolta i miei non hanno portato i panini e dovremmo mangiarci quello che c'è dalla panineria. Guardo il banco-frigo verticale e trovo un altro tramezzino, la cosa mi incuriosisce nuovamente.
Il ricordo orribile della prima volta torna a galla, ma stavolta non credo si ripeta nuovamente. Lo inforco e vado alla cassa. Scarto, annuso gli odori e qualcosa mi mette in guardia. Gli odori sono i medesimi. Addento il vertice del triangolo ed un pancarré troppo asciutto si presenta alla bocca. Mi incazzo ripetendomi “Fottuto nuovamente!”. Vado avanti con il panino ed il condimento che trovo all'interno non è dei migliori, uovo che puzza di marcio e farinoso sovrasta l'immancabile maionese lenta e senza gusto. Me lo finisco, non ho altro da mangiare e non ho voglia di sentirmi una ramanzina materna. Maledico i tramezzini e mi riprometto di non comprarne “mai più”.
Passano lustri su lustri, diciamo decenni. Le occasioni di incontrare tramezzini si ripresentano a riprese ed Io sistematicamente li evito, “Quella merda nella bocca non ci entrerà mai!”.
Alù me ne parla bene, come un possibile pasto di rifugio al volo quando attorno non c'è nulla se non un distributore. Accetto l'idea un po di più, ma se devo farmi 1km per un panino, preferisco farmelo e prendermelo piuttosto che ingurgitare uno di quei cosi.
Sono al telefono sul balcone, la temperatura inizia ad abbassarsi e la chiacchierata finisce sull'odierno pranzo. Un tramezzino preso alla macchinetta. Io sdegnato e “schifiato” domando come abbia fatto a mangiare una cosa del genere per pasto. Una risposta sibillina mi fa notare che quello che Massimo gli aveva dato l'altra sera era finito e non aveva modo di andar a comprare del sushi. “Ci vuol coraggio a mangiar sta roba”, mi dico tra me e me.
Treno di ritorno, un saluto drammatico ai binari della stazione centrale di Milano, baci, carezze, abbracci, quanto ne vuoi e basta, ma giunte le 20 e passa all'altezza di Roma la sensazione di fame fa capolino. Il cameriere porta i menù, non ci sono prezzi. Mi domando quanto verranno a costare un piatto di pasta su un freccia Rossa. Mi alzo e vado in direzione del vagone BAR. Chiedo se hanno da mangiare e l'unica cosa che mi propongono sono dei Tramezzini. Scarto l'idea di mangiare sul treno, forse alla stazione successiva troverò qualcosa di aperto e potrò mangiare.
Lasciato andare con tanti baci, carezze ed abbracci, ma senza un panino. I baci non costano, i panini si; figuriamoci una bottiglia d'acqua. Alù è lontana anni luce ed il paragone scatta.

Distributore di Napoli :-D
Arrivo a Napoli di notte, nell'attesa del treno intravisto partire da Milano, mi guardo attorno per cercare qualcosa da mettere sotto i denti. Mc donald chiuso, bar, tavole calde, tutto serrato alla stazione centrale. Vorrei addentrarmi nella città, ma camminare con un borsone alla mano non mi sembra un'idea buona.
Mi indirizzo verso le macchinette automatiche delle pensiline. Salamini & crechers? Ma anche no. Succo di frutta e biscotti? Dopo un paio di ore muoio di fame. L'occhio cade sui tramezzini. Una voce dentro me dice “No!”, un'altra mi suggerisce “Cosa mangerai?”. Ok vada per il tramezzino, ma l'acqua mi prendo della effervescente naturale. Almeno avrò di che bere un gradino sopra la normalità e se fa proprio schifo, mi laverà il palato.
Resto a studiare i tramezzini per una decina di minuti. Neanche dovessi espugnare Fort – Noks. Opto per quello uovo, tonno e maionese. Sembra il più commestibile rispetto ad accoppiate incredibili. Inserisco le monete, scelgo i prodotti e li recupero dal cassetto blindato. Una percezione di piacevole frescura avvolge la mano mentre stringe la cena.
Siedo a terra, come un punkabbestia, non me ne frega molto del giudizio altrui. Scarto la confezione di plastica ed un piacevole profumo di uovo ben cotto, frantumato a dovere, miscelato con del tonno, tenuti da una maionese densa che li idrata mi avvolge le narici. Addento il vertice della piramide di pane. Il pancarrè è morbido ed elastico, non puzza di alcool ed è mangiabile.
Un sorriso mi attraversa il volto, si può mangiare, la cena è salva. Mangio lentamente, sperando la sensazione di sazietà insorga prima, se no qui oltre ad andarsene un putiferio di soldi resto intossicato.
Arriva il treno e guadagno la cabina. L'accoglienza non è delle migliori dai coinquilini, gente vecchia e rompicoglioni che sta male con se stessa. Non faccio tanto rumore e cerco di prender sonno tra un sms, una lettura del libro, un treno che scivola sulle rotaie e la pace fatta con questa pietanza.. A Napoli!

Resistenza .


Del Sub-conscio
I preparativi fremono da settimane. Pacchi, costi vettori, sessioni on – line lunghissime per capire come funzioni la Ryanair, panico, spese su spese, conti che non tornano ed un dubbio atroce in sottofondo.
Un tarlo che rode dentro, di notte, quando meno te l'aspetti, quando l'inconscio viene a galla ed urla, quando la piazza è libera e le urla possono essere gettate, tanto nessuno le ascolta. “Ma non è meglio che non parta?”, il mio Marte interiore ha già gridato la sentenza “Non partire!”, seguito da un ululato di dolore quando all'ultima telefonata sento un non proprio disinteressato <> Il Marte interiore impugna la sarissa e grida “Morteeeeeee! Stai andando verso la morte! Testa di cazzo!”. Un dubbio ingenuo risponde al quesito postosi <>, una furba risposta evasiva di cambiar argomento è la conferma indiretta.
I pezzi sono molti, troppi, non riesco a ri-assemblarli tutti. E' un'impresa, preferisco chiudere gli occhi ed affidarmi al sentimento, ma il sentimento è un lumicino di stoppa dove l'olio sta finendo in una notte sempre più buia e via – via piena di bestie fameliche.
Programmo il più ragionevolmente possibile i passi da fare. Mi do delle scadenze programmate, in base alle quali mi prefiggo dei risultati da raggiungere e predisporre delle copie di backup di dati, appunti, biglietti, non si sa mai con gli imprevisti.
Il primo segnale di restar dove sono arriva, o genericamente resistenza dal subconscio. Una sera di ritorno a Milazzo, mi fermo a far benzina e dimentico il portafogli sopra il tettuccio dell'auto. Un gesto di testa tra le nuvole, si, ma perché? Ieri non sapevo, troppo confuso e preso dalla partenza a gli sgoccioli. Oggi posso dire perché, il Marte interiore urlava scagliato nel Tartaro di “non partire. Senza soldi, documenti e quant'altro, vediamo come farai a metterti in strada?” Riesco ad organizzarmi lo stesso. Il sistema a tappe graduali e con copie di sicurezza procede, senza freni. Come una vite proseguo il percorso e vado avanti, troppo, mi stritolo con le stesse mani.
La torta era stata ordinata e pagata con largo anticipo, prima della perdita del portafogli. Il biglietto era stato comprato con largo anticipo e restava solo il chek-in on-line. Il sistema di riserva permette di andare avanti, impegnerò il passaporto per l'identificazione, dato che la carta di identità se ne è andata a farsi strabenedire con il portafogli.
Nuovo panico, o meglio resistenza del subconscio, non trovo la carta d'imbarco stampata, neanche i file pdf. Me ne accorgo alle 9 di mattina del giorno prima di partire, ci metterò una mattinata intera per rintracciare una scansione in pdf salvata sul cellulare a scanso di equivoci come ultima spiaggia. Il Marte interiore scagliato nel Tartaro cerca di dare un altro colpo, ma il mio meccanismo di proseguimento senza sosta non si placa. Costi quel che costi si deve andare avanti, “marciare per non marcire! Verso l'obiettivo”. Stampo il file salvato sul cellulare verso le 2 di pomeriggio e tiro un sospiro di sollievo. Posso fare in chek-in on-line.
Ti telefono, non mi sembri tanto contenta della notizia che abbia perso il portafogli, sarà per cosa mi domando “soldi o altro?”. Cerco di sdrammatizzare, ma mi ritrovo da solo a combattere con una parte di me stesso che “non capisco” come mai non mi voglia far partire, senza un minimo di empatia da chi è dall'altra parte della cornetta. Un attonito “Mha..” riecheggia nel vuoto del Tartaro, mentre il mio Marte lancia urli di guerra e di allarme.
Superate le varie problematiche presentatesi lungo il percorso, riesco ad arrivare a destinazione. Lì si apre l'ultimo atto, già raccontato in altra occasione.
Tornato dalla città delle 2 città, gli eventi prendono il loro verso ed una profonda coltre di nebbia grigia scende. Sofferenza, depressione e chi più ne ha e più ne metta diventano pane quotidiano, aggravato dalla perdita del posto di lavoro.
La sera del 2 marzo, rovisto nelle cartelle alla ricerca di indizi o pezzi del puzzle che mi permettano di ricomporre la situazione, dargli un senso. Sono giorni che scrivo, scatto foto, vedo film, taglio video, faccio riprese, ascolto musica, radio, bevo tisane, mi do delle ferree regole di sonno, modulo il caffè e cerco di tirar dritto, prendendomi cura di me principalmente. Quella sera in una cartella di non mi ricordo quale supporto di memoria, trovo la carta d'imbarco. Un senso di pace e tranquillità mi pervade, come se avessi stretto la mano in segno di pace senza obblighi esterni, voglio festeggiare. E' come se avessi fatto pace con me stesso.
Forse tutte queste mattonelle saltate sul mio percorso era la resistenza del mio subconscio/marte interiore che mi tratteneva, mi fermava dal compiere il passo. Forse avrei potuto restar a casa, forse avrei potuto non partire, ma non è da me e questo mi avrebbe creato problemi ancor più pesanti di quelli in cui mi sono andato a ficcare.
Il punto è che più le complicazioni si ampliano tra raziocinio e subconscio, più le reazioni di quest'ultimo sono pesanti e forti. Il primo può instaurare tutto il meccanismo logico – deduttivo che vuole per affrontare al meglio gli eventi, ma se non fa pace con l'inquilino del piano di sotto la vedo proprio dura.
Da quella sera capii che dovevo prendere in mano nuovamente il badile ed il piccone e tirar fuori il mio ragazzo dalla valanga di cemento/ragionamento sotto cui ero andato nuovamente a seppellirlo.
Capita, vedrò di non farlo capitare più.