Visualizzazione post con etichetta Utuste. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Utuste. Mostra tutti i post

mercoledì 3 ottobre 2018

L'amore esiste.


Francesca Michielin - L'amore esiste .

Il sentimento per Vale nacque dove non lo avrei mai immaginavo, nacque in un posto dove proprio non mi aspettavo o lo avrei cercato. Era lì che covava in una terra dove non arrivava la luce della coscienza, addormentato come una noce di cocco trasportata dalle intemperie dei mari, è rimasto quiescente per giorni, mesi, anni; fino a quota 35 anni.
Una sera, un lunedì sera di un febbraio freddo ma riscaldato dalla sessione di allenamento in piscina, in una pizzeria di un Napoletano trapiantato in Sicilia, entro nel locale e sento i suoi occhi addosso. E' una sensazione che mi porterò dietro per sempre, appena la sento nelle vicinanze sfarfallano le farfalle alla pancia, gli occhi vagano alla ricerca di qualcosa, tutti i muscoli del corpo si tendono restando in uno stato di attesa, come quando da bambino aspettavo i compagnetti a casa per giocare; li aspettavo e sapevo che arrivavano. Avendo la percezione del prossimo arrivo e la sicurezza del loro arrivo la sensazione arrivava all'animo e mi faceva gioire. Ed arrivò anche questa sensazione, dritta al cuore, come finestra chiusa per molto tempo si spalanca ed entra una folata di vento, forse caldo di Africa. E' calore, è voce che si abbassa, è voglia di Lei ma di coglierla e non prenderla. E' voglia di giocare al gioco della seduzione in punta di piedi, mettendo avanti il sorriso di mio nonno e la mia sensibilità. E' voglia di sentirsi la camicia addosso come seconda pelle per farsi vedere da lei.
Inizia il gioco della seduzione delle parti, un primo passo è sedermi nei pressi, non accanto dato che il posto è occupato e poi diciamocelo, se volessi parlare ad una persona è meglio averla davanti che di lato, l'interlocutore si deve guardare negli occhi e scrutarne le reazioni. Forte di questo punto passo al contrattacco, sedendomi davanti in modo da essere visto e vedere. Inizia un dolce, intenso e caldo assedio.
E' un parlare come un temporale. Inizia con poche gocce, aumentando di intensità fino a ritrovarsi tra una battuta e l'altra a dividere la pizza e mangiarla in due, per poi finire ad offrirle il gelato celato dall'anonimato del gruppo, ma guardarla dal primo all'ultimo momento fino a quando le sue labbra si posano sul cono e godersi ogni momento di quel gelato gustato.
E' pianta nata da un seme arrivato sulla terra dopo una burrasca, tempesta di nome Rossana da cui uscivo a pezzi.
Il punto di svolta per uscirmene dalla mareggiata fu fare apnea, svilupparne il concetto sotto molti punti di vista e magari prendere come punto di partenza l'idea della favola dell'apneista e della scalatrice. Incontratisi al filo della falesia viva, si baciano per l'ultima volta, ognuno si porta nel cuore un pezzo del loro amore per poi prendere entrambi una strada diametralmente opposta. Lei si arrampica su per la falesia, lui inizia a scendere giù negli abissi. Ognuno dei due prenderà una strada differente ma porterà nel suo cuore una parte dell'altro per sempre, ovviamente nella favola.
La favola era un modo per iniziare a mettere un punto ad una burrasca in cui mi ero trovato coinvolto, investito e frantumato. Come nave di legno presa dai marosi, sballottata a più riprese e quasi affondata, semi distrutta, scassata, ma che ancora naviga. Naviga ma di cui la tempesta non ha un briciolo di pietà e la scaraventa sulla scogliera per continuare a farla a pezzi e distruggerla. Spaccarla, strapparla, sminuzzarla.
Basta, ad un certo punto da quel letto su cui mi arenai e dove la tempesta continuava ad infierire, nera, cupa, fatta di fuoco nero che brucia e distrugge tutto, ad un certo punto decisi che era il momento di iniziare a muovermi, per dignità personale, per rispetto a me stesso. Così arrivò quel martedì 3 dicembre dove iniziai il mio primo allenamento di apnea. Forse fu proprio allora che il seme dell'amore verso Valentina venne depositato finalmente sulla terraferma dopo la tempesta a cui ero andato contro. Forse quel giorno la vidi o comunque non prima ma di certo dopo. Ma di certo nei giorni a seguire degli allenamenti ebbi modo di vederla e ri – vederla, coltivando quella sensazione di gioia nascosta e felicità che avevo nel vederla.
Felicità mista/sporcata dalla sensazione di spaccato/distrutto portata dietro dopo il nubifragio passato. Avevo paura di uscire fuori e farmi vedere così a pezzi da lei, malconcio.
Cadde il sipario e nonostante che con la coda dell'occhio la cercavo e la trovassi sempre di meno, in cuor mio quelle forme, quei lineamenti, quella camminata a bordo piscina per indirizzarsi alla batteria di partenza uscita dalla scaletta mi si erano sedimentati.
Poi la primavera con Federica e quella serata in pizzeria che mi permise di aprire la porta e vivermi quella sensazione con Valentina.
Quella sensazione dopo quella sera cominciò ad approfondirsi, a sbocciare e prendere i connotati di un sentimento che cresceva dentro di Me, un sentimento pieno e forte, che a poco a poco scostava e spostava le emozioni da Federica verso Lei.
La mattina seguente gli eventi alla scalinata al Tono, seduto in bagno e scrivendole, mi resi conto che dentro sentivo qualcosa di forte verso Lei, un tonfo al cuore, come un battito che manca all'appello ma che ha preso il volo con le ali di una farfalla. Da lì l'emozione ha preso sempre più connotati e forme di amore per Lei.
Ma questo sentimento si deve vivere in due e la somma dei due sentimenti non ha mai fatto un Noi, ma un lo.
Capita..   

Il materiale audio e video appartengono ai rispettivi proprietari.

venerdì 2 giugno 2017

Partner .

Traghetto.

Calda sera di primavera inoltrata, seduto sulla banchina del porto guardo il mare. Buio, nero, difficile scrutarlo, figuriamoci solcarlo. Davanti due imbarcazioni.
La prima è entrata in rada da poco, ha finito la sua corsa, il suo servizio. E’ finita ormeggiata in banchina dopo una fonda lunga e deleteria nel golfo. Il rapporto con lei è finito in un naufragio non dichiarato. L’equipaggio non ha il coraggio di lanciare l’abbandono nave e ne tanto meno voglio esser Io a dare il colpo di grazia. Non ne ho proprio voglia. Lascio che il tempo faccia il suo corso.
La seconda nave è di stazza più modesta, forse più scattante, avrebbe tenuto il mare con maggiore difficoltà, ma avrebbe permesso di navigare lo stesso in quel nero magno mare davanti ai miei occhi.
Riflettei a lungo e salì sulla seconda, forte della sensazione interiore ovattata che mi diceva "Si, va bene".
Salito a bordo, cercai di navigarvi; praticamente impossibile. Nave piena di falle, in continuo alla fonda per riparazioni, in secca per lungo al carenaggio, pr la messa a punto, per riparazioni su riparazioni e riparazioni che non tengono mai e scivolano dalla carena. Si salpa e nel men che non si dica, nel giro di un paio di giorni prende e ri-affonda, è un fuggire verso il bacino di carenaggio da cui non è detto esca e se esce è nuovamente punto e a capo.
Ho provato a partire con il secondo vascello per oltre un anno, capendo poi che oltre ad essere irrimediabilmente danneggiato, era anche un "vascello stregato".
Urla, pianti, il cuore della notte trasformato in campi di battaglia animati da spettri. Passati andati, torvi e cupi tornavano ad aggirarsi per le sale del mezzo, urlando, imprecando, insultando, offendendo e gettando urla strazianti di dolore, pianto e follia.
Fu allora che stremato dalla fatica feci terra e salii sulle alture. L’obiettivo era mettere strada tra Me ed il vascello carico di spettri, per veder meglio l'imbarcazione infestata e non farvi più ritorno.

mercoledì 24 maggio 2017

Voltare pagina .

O pagine?
E’ un po che ci ragiono su, c’è da andare avanti.
C’è da voltare pagina, sbloccarmi da quota 2012 – 2013 e volgere lo sguardo avanti. Sono passati 4 anni da quei giorni e di acqua ne è passata sotto ai ponti. Persone, momenti, giorni, emozioni e sopratutto Tempo, di quello con la “T” maiuscola.
E’ stato un periodo difficile della mia vita, durante il quale tanti nodi sono venuti al pettine, alcuni risolti, altri no, tante cose sono successe, in male ed in bene, anche se per ora sento di più quelle in peggio. Ma è tornato il tempo di riprendere a navigare per acque alte, proseguire la rotta, la vita.
C’è da riallacciare le fila con Me stesso, con un 2015 distrutto, di storie finite male, di un peso corporeo impazzito, di un armadio discarica da dove buttare roba e capire che non c’è bisogno di vestirsi da derelitto quotidianamente e magari qualcosa me la posso godere tutti i giorni. C’è da pensare al mio sonno, continuare con Caterina, progettare un nuovo posto di lavoro più tranquillo e sicuro, di pensare a leccarmi le ferite con Valentina e trovare una tattica. Penso a fare a pezzi la sua idea che ho ogni qual volta in cui viene a mancarmi. Mi manca? Faccio a pezzi l’idea, leggo i post pubblicati e dico tra Me e Me “Vedi cosa ti è successo?”; dopo di che vediamo se la voglia di vederla torna a galla.
Vado a nanna che è tardi ed il mio compleanno è volto al termine. Buona notte Capitano .

giovedì 21 gennaio 2016

Kintsugi .

Le cose rotte si possono riparare è la loro riparazione ad impreziosirle, rendendole uniche .
Da un paio di anni giro intorno all'argomento sul riparare. Riparare oggetti, strumenti, parti di se stessi, anche da soli.
Il punto di partenza è l'esser cresciuto con un padre in grado di riparare la qualsiasi e renderla migliore dell'originale. Più bella, funzionale, resistente e quella disomogeneità della riparazione un elemento di abbellimento. Pure Io ho iniziato a riparare; cose, oggetti, strumenti, persone, me stesso.
Il punto di partenza è avere “tutti” (o quasi) i pezzi, per poi incollarli, assemblarli e sistemarli, trovandone il verso. A volte i pezzi non ci sono e per riparare devi riempire. A volte non c'è bisogno di avere tutti i pezzi, si inizia e mano a mano che si trovano, si aggiungono all'opera.
Quando vedevo i vasi di epoca greco – romana, dove mancavano i pezzi e venivano riempiti con malta o altro materiale di riempimento, la cosa non mi piaceva. La detestavo, la odiavo, a rigor del vero mancavano pezzi e la cosa non era giusta!
Poi mi trovai Io, dopo l'ennesimo attacco psicotico ed andato giù in pezzi, a  recuperare i mille frammenti, ri-assemblarli, ricomporli, da solo, senza aiuto esterno, sia  esso genitoriale, terapeutico, amicale o di conoscenti.
Dura, davvero. Con l'aggravante di una “scassacazzo” che frequentava il blog per farsi prima i fatti miei, poi rosicare, grattare pezzi del nostro passato comune e poter così capire come muoversi di conseguenza e tornare all'attacco. Ma questa è un'altra storia.
A volte si va in pezzi quando meno te lo aspetti e ce ne vuole per recuperarli.
Bergamo, poggio del parco Redona. Vado in pezzi un Venerdì 18, di un solare  Ottobre del 2013. Passano 395 giorni e riesco a tornarci di lunedì 17, in un piovosissimo Novembre del 14. Alle spalle ho tanti giorni di calvario, di recupero pezzi, Taormina, Casa, Milazzo, Capo, Marinello e chi più ne ha, più ne metta.
Per motivi di distanza ed economici Bergamo è rimasta l'ultima “campagna scavi”. Restano altri pezzi da recuperare, però quelli non sono più da Solo, sono in due.
Faccio una lista di luoghi da visitare, tocco diversi punti su dove andare a recuperare frammenti, ma non riuscirò a raggiungerli “tutti”. Mi rendo conto che fisicamente non posso andare ovunque; devo scegliere, escogitare un piano per non passare due volte dallo stesso posto, adattare alla giornata trovata ed al tempo a disposizione, non far saltare la mia copertura perché voglia di esser notato e vedere non ne ho, tante cose da far quadrare e scegliere sul da fare.
Alcuni pezzi sono stati abbandonati lì per scelta e forze di causa maggiore, l'idea di ritornare in alcuni posti non mi aggrada molto, ma dove posso passare e recuperare, lo faccio, recupero pezzi e metto da parte.
Arrivato ad una massa critica, tra luoghi rivisitati, gesti, pensieri, memorie, modi di fare e pensare, inizio la lenta opera di ricomposizione, che ancora oggi procede.
Con cosa ri-assemblo e riparo? Mi viene in mente del ”oro”, oro interiore. Ma cos'è? Inizio con quel poco di oro che mi era rimasto da parte e non avevo usato con Rossana, lì si apre un baratro. Perchè proprio “oro”? Perchè questo materiale si associa a regalarlo ad una persona preziosa a Te vicina.
Ricordo il primo ciondolo d'oro regalato: Antonella. Un ciondolo d'oro con delfino, con Lei che neanche mi voleva vedere per l'anniversario. Quando uscii il regalo per l'evento e fu aperto, vidi disegnato sul volto la cupidigia. La cosa mi rimase infissa nella mente e da quel momento iniziai ad odiare i gioielli. Feci dei bei sacrifici per poterle regalare quel pensiero.
Mi fermo. Vado a cercare Lorenzo Cherubini, anche Lui ha cantato di “oro”, ne “Tutto l'amore che ho”: 

 Considerando che l'amore non ha prezzo, sono disposto a tutto per averne un po.
Considerando che l'amore non ha prezzo, lo pagherò offrendo tutto tutto l'amore che ho
.

Sembra un controsenso, ma l'amore impiegato per riparare me stesso, con quell' ”oro”, lo misi in campo per riparare Rossana. Rossana fu disposta a far di tutto per averne un po, anche le peggiori porcate e meschinerie, Io dall'altra parte nell'illusione del ricevere il suo “amore/oro”, lo pagai con tutto l'amore che avevo.
Amore bello, caldo, vivo, fatto di casa, di mia madre, di mio padre, di mio nonno, di mia nonna, siano essi siculi o toscani. Di nonno che viene a prendermi all'asilo,  notti di Natale, di Capodanno speranzoso, di amore fatto per la prima volta. Di fiori, di pensieri, di speranze, di opportunità, di voglia di vivere, di spazio per l'altra persona, di voglia di stare assieme, di tempo donato, di ascolto, di assorbire e far mia tutta la merda che l'altra persona stava mandando, di far mie le sue sofferenze ed andare avanti assieme, di piangersi assieme gli altrui lutti: storie non seppellite, bambini abortiti, balli mai finiti. La voglia di condividere un pensiero, una speranza, uno scorcio dell'altro inaspettato da chi ascolta e detto con garbo, un fiore, uno scritto, una lettera, un messaggio, una telefonata, uno sperare che ci rivedremo, un far l'amore lasciandosi andare fino ad essere inerme nelle altrui mani come un gattino. Un fare sesso senza limiti e se c'è da aprire la porta ad una nuova vita che ben venga. Un sussurrare “Ti amo” nel cuore della notte, una mano che ti cerca, un sorriso donato, una mano stretta, un abbraccio all'improvviso, una girata in bici sotto il sole, un faccio Io/non ti preoccupare, un fiore regalato senza aspettarlo, una pensiero dolce per mitigare i pensieri cattivi, un scusa, un non arrabbiarti, un lottare contro la mia rabbia per non uccider la nostra storia, un farmi vedere con le lacrime, indifeso ed atterrato, l'amore che mi donò Ramona e che custodivo gelosamente con quel “Giò”, mai più usato e mai più tirato fuori, un guardarti con gli occhi di Ramona un.. un .. Un .. Un tutto questo ed altro. E questo “amoreoro”  glielo donai, lo usai per ripararla, per mitigare dove aveva dolore. Cinicamente Lo prese, si ri – assemblò, impreziosita, pulita, sistemata, disintossicata, se ne andò via, senza scordarsi di rubare fino all'ultimo e senza ritegno. Finito, mi buttò in un angolo, come si buttano i ferrivecchi, i ferri esauriti. Disposta a far di tutto per averne un po.
Bella e pulita, come un vaso riparato dal Kintsugi, andasti ad addobbar la vita altrui, prendendo tutto quello che c'era da prendere da Me ed entrando nella vita di un altro.
Mi ritrovai “derubato/svuotato” e dovetti mettermi a ricomporre la mia di vita con quel poco di amoreoro rimastomi. Fortunatamente abbastanza.
Capii tutto questo quando provai a recuperare una parte di Me da Alessia, quella parte dolorante che ho messo in gioco con Francesca, Antonella, Rosy, Anna, Rossana. Rossana per disperazione se ne cibo famelicamente, da povera morta di fame. Alessia vuoi per la distanza e la sua impossibilità a viversi una storia in lontananza non potè cibarsene, da zombie, da carne ormai putrida, fradicia che si avventa su carne viva per riprender forze. In quella storia capì qualcosa che ora stà emergendo e a poco a poco e stò ragionandoci su.
Ma questa è un'altra storia.   

mercoledì 26 marzo 2014

Utuste in cammino .

Vento caldo spira da Sud, svolazzano le bianche vele poco fa lisce sull'albero maestro. Un soffio sposta una ciocca di capelli, è segno di andare. Mi sono concesso del tempo per attenderla, il mio tempo. Ma il mio tempo non corrisponde al suo tempo e forse non corrisponderà mai.
Smettere di indugiare in un'attesa assurda, infinita ed inutile: non tornerà.
Spiegherò le vele, tutte simmetricamente disposte intorno a gli alberi, per allontanarmi il prima possibile da questi lidi malsani e saniosi.

domenica 9 febbraio 2014

L'inferno.. .

Di piazza Dante Alighieri .
Giornata bella, quasi irreale. Clima primaverile ci avvolge intorno e dentro. Sembra quasi di volare sulle bici. Io contento di pedalare, sopratutto con Te, ma grato a tuo padre di avermi prestato il suo velocipede. Capisco da subito che è un prezioso prestito, la tratto con riverenza quasi sacrale. Prima di salirci sopra, conscio dei miei 100 e passa, testo le ruote. Capisco che sono sgonfie e ti chiedo di andar dal benzinaio.
A passo celere ci dirigiamo verso la pompa di benzina ed Io attingo alla mia cultura povera ma presente di meccanica di bici. Gonfio le ruote con una cura neanche se fosse l'ultima volta in vita mia. Testo i freni con precisione e cura. Noto il tuo sguardo su di me che mi elettrizza, faccio tutto con il mio tempo e meravigliosamente bene dentro me. Ti accorgi che mi impegno in ciò che faccio e rimanendo stupita da come curo la bici, lo condividi con me. Una gioia immensa mi pervade il cuore, sapere che apprezzi ciò che faccio per noi mi riempie di felicità.
Chiedo al benzinaio quanto è il disturbo, una risata è il preludio degli arrivederci. Saliamo in sella ed iniziamo a pedalare. Tremante dallo spettacolo di vederti in bici, allungo il passo ed accostando dico << Ringrazia tuo padre per avermi prestato la bici. >> Con un sorriso abbagliante mi rispondi << Fabio. Lo devi ringraziare perchè ti ha dato la figlia!>>.
Rimango scioccato, quasi intontito. Questo al mio paese vuol dire che il padre si fida di me e mette nelle mie mani la sua figliola. Un senso di pesantezza mi sale sulle spalle, come di troppa responsabilità. 
 Pedaliamo per le vie, il traffico è scorrevole e gli autisti non ci mettono sotto. Arriviamo ad un primo parco comunale, giriamo intorno ad un ruscello ed Io vorrei fermarmi lì. I miei occhi ti vedono ninfa, mi innamoro per l'ennesima volta e quasi piango nel vederti.
Proseguiamo a pedalare, dritti verso un altro parco. Varcatone il cancello, mi fermo a fotografare una foto sul rispetto degli spazi comuni e sulla necessità di raccoglier i bisogni dei cani. Il cartello mi ha colpito perchè dimostra con mano che basta poco per iniziare ad avere uno spazio comune pulito.
Riprendiamo il percorso con il vento in poppa, forse chiudono il parco o forse l'ufficio dove lavori, ma sento che voglio seguirti e non farti andar via.
Guadagniamo l'uscita dello spazio verde, ma incrociamo un volto familiare. Io ho come paura a veder quella persona, qualcosa mi dice di aver già visto quei lineamenti da qualche parte. E' tuo zio.
Ti fermi a parlare ed Io mi metto un po in disparte. Mi sento in imbarazzo e quasi fuori luogo, dato che dentro di me gira e rigira un disco rotto “Lei è precaria, Tu pure. Ma che cazzo ve state a dì? Qui ci stai per poco tempo e rifatta la valigia di cartone, te ne tornerai a casa tua. Non tessere legami.”
Ti fermi a parlare, la discussione diventa lunga ed Io ho terminato le scuse per indugiare. Appoggiare la bici, scendere con calma, bere alla fontanella, guardare il cartello. Ho finito le scuse, non posso più starmene in disparte, anche perchè mi ha puntato con lo sguardo ed ha il viso di chi vorrebbe conoscermi, oltre a te che vorresti presentarmi. Non ne posso fare a meno. Mi avvicino e mi presento con “Fabio” ed un sorriso impaurito mi si dipinge sul volto. Dall'altra parte è riservato un sorriso dolce ed affabile, disponibile e da zio verso un nipote acquisito, simile a quello dello Zio Ettore. Mi sento ancora più in imbarazzo, non so che dire o fare, sento e capisco che Io qui sono di passaggio e l'anima è straziata tra far il coglione affabile ed il menefreghista “tanto sono qui solo per fottere”. Mi avvicino e timidamente ascolto, scambio qualche parola e mostro curiosità ed interesse.
Una stretta di mano pone fine alla mia passione, mentre ci avviamo definitivamente all'uscita mi arriva la voce dello “zio” << Trattala bene, è una ragazza d'oro>>.
Un sorriso tirato accompagna un impaurito << Certamente >> dalla bocca. Vorrei urlargli che Io qui sono di passaggio, ma il tempo è poco ed il posto è fuori luogo, lui non mi conosce e sento che Tu mi stai tirando dentro ad un copione fatto e ri-fatto decine di volte, con chissà quante altre persone prima di me.
Un ulteriore peso giunge sulle mie spalle, sento i piedi vacillare, come un colosso dai piedi d'argilla comincio ad oscillare.
Mi sento fuori luogo ed impacciato, ma giungiamo al tuo posto di lavoro. Mi presenti le colleghe ed Io ho portato un pensierino dalla Sicilia per loro: penna e righello AVIS Milazzo per tutti, presenti ed assenti. Sicuramente saranno utili. Baci, saluti ed abbracci.
Complimenti dalle tue colleghe che non mi staccano gli occhi di sopra, tessono lodi per la cortesia e la gentilezza, mentre tu mi sfanculizzi lanciando sul tavolo la tazzina di caffè. La cosa non mi fa molto pensare su momento, ma dopo, a mente fredda tornando sul caffè come bevanda della pace e dei rapporti sociali, penso che mal celavi il tuo disturbo verso un Marucchin che nel bene e nel male, partendo da una condizione svantaggiata riesce a intrattenere rapporti anche con le tue colleghe.
Incontro tutti, dalla collega pronta ad andarsene via per fine contratto, alla dirigente di settore. Mi sento cortesemente accolto e credo che la cortesia serva a non farmi mettere radici o tessere rapporti umani.
Guadagniamo l'uscita dello stabile, ripetendo il percorso che quotidianamente impegni ed oggi mi confessi di volerlo condividere con me. Mi sento un cuore di cane, da una parte felice perchè lo vuoi fare con me, per noi; ma dall'altra so che è una facciata ipocrita. Saliti sulle bici ci dirigiamo verso il Sentierone, ti guardo pedalare e ti trovo sempre più bella ad ogni falcata.
Mi fermo a prendere del pane ed una mozzarella ad un gazebo di prodotti che espongono davanti a gli archi, mentre tu mi racconti l'ennesimo aneddoto di casa tua e della tua famiglia. Mi sento fuori luogo ed impacciato, cosa ho fatto per meritare questa doppia tortura? Da una parte mi rendi partecipe della tua vita, ma dall'altra mi sbologni.
Arriviamo in piazza Dante, posiamo le bici vicino ad una panchina ed i nostri occhi iniziano ad intrecciarsi. Mi cerchi con lo sguardo mentre mi spari insistentemente delle domande, delle necessità, delle speranze.
- Fabio, ho 35 anni.
Con un pizzico di ansia nella voce.
Sdrammatizzo con un: - Fino a prova contraria 34, forse quasi 35, ma Io il mio tempo non lo cedo a nessuno, neanche un frammento se non alla donna che amo. Un buco nell'acqua, continui la filippica. Chissà quante volte l'hai detta e ri-detta.
Voglio farmi una famiglia. Voglio sposarmi. Voglio avere dei figli. Farmi una casa e crescervi la mia famiglia.Un fiume in piena ghiacciato mi giunge addosso, quasi non capisco dove sono finito. Mi sento come i Romani nella selva di Teutoburgo caduti in un'imboscata. Mi muovo con affanno ed impacciato.
Le tue domande e richieste di certezza sopravanzano come un cingolato, non c'è modo di scansarle, almeno per via del forte legame che provo verso te. Mi tieni il volto con la mano destra sulla guancia sinistra. Ancora è come se sentissi il calore del tuo palmo sulla pelle. Scruti i miei occhi come uno “spiaggiatore” scruta la sabbia, scorrono le pupille per percepire ogni singola increspatura degli occhi che tradisca le emozioni interiori.
Decido di affrontarle. Guardo la fontana, l'acqua che scorre, le fronde degli alberi. Il mio staccare lo sguardo dal tuo per trarre respiro non è bene accetto.
Sono impacciato, goffo, maldestramente mi muovo, spanno. Hai preso la mia Chicca, scatti foto a più riprese rivolte a me. Tra me e me mi dico “Vorrai veder con calma il mio volto più tardi e capire se ciò che ho detto è differente a quello che esprimo”. Maledette fotografie, ma allo stesso tempo benedette perchè ti fanno vedere come gli occhi dell'altro fotografo vedono le cose.



Sulle note di “Lisa Gerrard - Now We Are Free” mentre lo stormire degli alberi mi rincuora, ricordandomi proprio il pezzo de il Gladiatore, trovo la forza per afferrare una semplice domanda “Bimbo mio, vuoi tu questa donna per la vita?” Come un pirla di dimensioni assurde dico tra me e me “Si”.
Capitolo, ormai non ho scuse, sono Tuo. Non connetto più, sono cotto, innamorato, perso in Te, ho accettato di rispondere a questa domanda ed esprimo la mia volontà a farmi un futuro con Te.
Più stretti di prima, almeno per me, volgiamo a “casa”. Per la prima volta cucinerai per me e ciò che vedrò tra i fornelli non sarà bello, ma ormai sono capitolato e ti ho accettata accanto a me.

mercoledì 8 gennaio 2014

Pensieri sull'atterraggio .

Aeroporto Falcone e Borsellino di Palermo .
L'aereo poggia terra a Palermo, finalmente un briciolo di parvenza di casa. Ma il mio cuore è spezzato, nero per i fatti accaduti a Bergamo, la sofferenza è tangibile. Appena posso accendo il cellulare, spero mi arrivi un sms che mi chieda se sono arrivato. Nulla, inizio a trovar giustificazioni, tipo sarà impegnata.
Scendo dall'aereo, guardo il cellulare ed è ancora vuoto. Provo a chiamarla, 1 squillo, 2, 3; 1 chiamata, 2 chiamate, 3 chiamate. Niente, la giustifico nuovamente, avrà lasciato il telefono da qualche parte. Guadagno il terminal e stancamente, con la morte nel cuore arrivo al treno. Guardo il Cellulare, cazzo non prende quì sotto, esco a cercare un punto dove c'è campo, tanto quì non parte prima di 1 ora. Non un sms, non un'avviso di chiamata, niente. Un'idea inizia a prender forma nel mio inconscio, troppo straziante per dargli spazio di emergere.
Parte il treno, provo a richiamarla dopo la terza stazione, nulla di che, mando un sms dove annuncio "che l'aereo non è precipitato e sono ancora vivo". Nessuna risposta. Guadagno la stazione di Palermo, nuovamente mandato via senza un pezzo di pane o qualcosa di preparato da portarmi via, quanto mi manca Ale. Non ho il tempo di scendere dal treno che subito parte la coincidenza per Milazzo. Va bene, mi dico, farò digiuno. Cazzo sono pure senza acqua, la sensazione di esser stato un peso da togliere inizia a far capolino nella coscienza, ma mi volto dall'altra parte.
Chiamo Cristina, accuse che non mi sono fermato a Palermo mi fiondano di sopra. Le spiego che non è giornata e che non ce la faccio, chiudiamo la telefonata con la promessa di risentirci.
Provo a chiamarla nuovamente, risponde. La linea è interrotta e disturbata per via del movimento del treno, mi incazzo con l'arretratezza di casa mia, ma è come sputare in cielo, prima o poi mi tornerà in volto. Cerco di farla parlare, ma è ermetica e chiusa come una vecchia cinica che ha finalmente sbolognato il pacco indesiderato. Tremo dalla rabbia e dal dolore. Come può essersi rivolta così una persona che fino ad una decina di giorni fa faceva fuoco e fiamme per me? Gli mando sms, ma non risponde per il resto della giornata. Scrivo su un taccuino, l'inferno che porto dentro, ma non basta. Finalmente guadagno la stazione del coccodrillo addormentato nel mare.
Le mando un sms quando arrivo a casa. Mi risponde, come ad avere la ricevuta di consegna pacco. Provo a telefonargli ma non risponde. Le mando la buona notte per sms ed un ipocrita "buona notte stela" giunge sul display del cellulare. E' brutto sapere che non si conta più un cazzo per una persona che fino a qualche giorno prima ti parlava di sposarsi, far casa ed avere 3 figli. E' brutto pensare di esser soli a pensare all'altro e la voglia di vederla nuovamente non verrà mai più soddisfatta perché non ci sarà un domani.

sabato 20 luglio 2013

And I celebrate .


The end of night

Only now it’s gone
I can see the year
See it for what it was
And start another day

All the liberty you took
The love that you abused
The friends that you turned
Against me if you could

And you’re twisting what I say
All that saying you were scared
It doesn’t matter anymore
Cause I’m not there

You were careless when the beat kicked in
And careless when it left
And careless all the way
I didn’t see it till the end

I feel nothing
When you cry
I hear nothing
See no need to reply
I can smile now
And turn away
Come over here
So you can see me walk away
And celebrate
The end of night [x4]

It only takes one lie
To bring this house down
Behind closed doors
No one tells the first time round

Pain is worse when
You bring it on yourself
The sweetest bully building
A love that couldn’t last

You were ugly when the beat kicked in
And ugly when it left
And ugly all the way,
I didn’t see it till the end

I feel nothing
When you cry
I hear nothing
See no need to reply
I can smile now
And turn away
Come over here
So you can see me walk away
And celebrate
The end of night [x8]

After the fall comes love
I hate to hate and I love to love
[x2]

I feel nothing
When you cry I hear nothing
See no need to reply
I can smile now
And turn away
Come over here
So you can see me walk away
And celebrate
The end of night [x8]

Traduzione
Solo ora che è passato
Posso considerare l’anno
Vederlo per ciò che è stato
Ed iniziare un nuovo giorno

Tutta la libertà che ti sei preso
L’amore di cui hai abusato
Gli amici che mi avresti voltato contro se avessi potuto

E stai cambiando le mie parole
Tutto quel dire che eri spaventato
Ormai non importa più
Perché non sono più lì

Tu eri menefreghista quando tutto iniziò
E ancora menefreghista quando tutto finì
E menefreghista durante tutto quel tempo
Ma io non l’avevo capito fino ad ora

Non provo nulla
Quando piangi
Non sento nulla
Non vedo il bisogno di rispondere
Posso sorridere ora
E voltarmi
Avvicinati qui
Così puoi vedermi mentre mi allontano
E festeggio la fine della notte( x4)

Basta una sola bugia
Per buttare giù questa casa
A porte chiuse
Nessuno dice nulla la prima volta

Il dolore è peggiore quando te lo procuri da solo
La più dolce costruzione di un bullo, un amore che non poteva durare

Tu eri orribile quando tutto iniziò
E ancora orribile quando tutto finì
E orribile durante tutto quel tempo
Ma io non l’avevo capito fino ad ora

Non provo nulla
Quando piangi
Non sento nulla
Non vedo il bisogno di rispondere
Posso sorridere ora
E voltarmi
Avvicinati qui
Così puoi vedermi mentre mi allontano
E festeggio la fine della notte( x4)

Dopo la caduta giunge l’amore
Io odio odiare e amo amare
(x2)

Non provo nulla
Quando piangi
Non sento nulla
Non vedo il bisogno di rispondere
Posso sorridere ora
E voltarmi
Avvicinati qui
Così puoi vedermi mentre mi allontano
E festeggio la fine della notte( x4)

Sentii la canzone la prima volta e capii che Dido aveva ritrovato la sua vena profonda e nera positiva. Come un vortice grigio che dal profondo freddo dove ti trovi, si scatena e sul caldo delle note della canzone riusce a riportarti a galla, facendoti fluttuare sulle onde e riprender fiato per un concetto sedimentatosi dentro di te non più uscito allo scoperto, che ti ha trascinato giù negli abissi per troppo tempo.

Poi quel ritornello semplice ed intuitivo:

I feel nothing - Non provo nulla
When you cry - Quando piangi
I hear nothing - Non sento nulla
See no need to reply - Non vedo il bisogno di rispondere
I can smile now -  Posso sorridere ora
And turn away -  E voltarmi
Come over here - Avvicinati qui
So you can see me walk away - Così puoi vedermi mentre mi allontano
And celebrate -  E festeggio
The end of night - La fine della notte

Finalmente avevo capito: E' finita la notte, portandosi via te, le bestie, le malattie e lo schifo di sottobosco in cui vivevi.
Posso non sentir nulla quando piangi, non sentir nulla quando gridi/piangi, non ho il bisogno di risponderti; ora posso sorridere e voltarmi. Avvicinati pure a me, così puoi vedermi meglio mentre me ne vado via and I Celebrate The End of night.

Il materiale audio e video appartengono ai rispettivi proprietari.

domenica 30 ottobre 2011

Sirene .


Nel mio peregrinare in questo mare di vita, più di una volta mi capitò di imbattermi in delle Sirene. Il rischio incorso nell'incrociarle è perdere la bussola, annullare la propria persona pur di compiacerla ed aggraziarsela.
Una prima sirena incontrata era lieta di legarti alla sua turma di Pellegrini incappati nella rete, non proferiva parola per slegarti da lei. Compiaciuta della sua rete gonfia di Pellegrini/Pretendenti aggrovigliatisi, li custodiva tutti per se, stretti- stretti; faceva di tutto pur di non lasciarli andar via. Neanche una semplice frase "non mi piaci", o un "non ci può esser nulla tra noi".
Niente di niente.
Quando incappavi in lei, se ti piaceva, le finivi dietro, dovendoti far spazio tra le retrovie dei Pellegrini che la contendevano.
Più le maglie erano gonfie di sventurati e più essa era felice.
Fortuna che un giorno ruppi la rete in cui mi impigliai e me ne andai, portando con me, su di me e dentro di me, le stimmate del lungo tempo impigliato in rete.
Ne vennero altre e la storia pressappoco si ripetè.

martedì 24 maggio 2011

Viaggiai per terra e per aria .


E vidi le cose con un altro occhio .
Sono trascorsi precisamente 2 anni dall'esperienza di Lecce e di acqua sotto ai ponti ne è passata, molta.
Un'esperienza importante è stata l'andare all'assemblea annuaria, accettando di poterla vedere nuovamente .
Ero nell'androne della sala congressi quando nel campo visivo dell'occhio sinistro un volto conosciuto passò; dissi: O è uno della mia delegazione o è quella.
Mi voltai, la cercai con gli occhi e la vidi. Cambiata, stanca, appesantita nel volto, senza quel sorriso smagliante e strafottente, senza quel color castano chiaro, quasi rosso che la sua capigliatura aveva quando la conobbi e che mi fece sballare quando muoveva la testa. La guardai e mi guardai dentro, una bomba interiore non era esplosa ed io non me ne ero andato in pezzi.
La curiosità mi prese ed iniziai ad osservarla mentre parlava o meglio ascoltava il suo Presidente. Questo la tartassava di frasi, di concetti, di discorsi puntualizzati per tutto il tempo, come se il Presidente fosse un fabbro e lei un pezzo di ferro da deformare a piacimento nelle sue mani con il maglio del suo discorso fatto di parole. Un po come nel filmato, il fabbro prende il ferro, ne riscalda il cuore e poi giù a colpi di martello, martellandolo e deformandolo nella forma desiderata e voluta, fermo restando che il ferro vuole ciò.
Il paragone mi agghiacciò, il sangue mi si raggelò per pochi istanti nelle vene e mi voltai dall'altra parte. Il tempo dedicatole finì dopo l'intervento circa una consorella da espellere, discorso alla platea: freddo, staccato ed asettico: una funzionaria di regime.
Meno male che alla fermata dell'autobus non c'era nessuno ad aspettarmi.

martedì 19 aprile 2011

Penelope .

Che tesse .

Pensate ad una donna che per anni ha tessuto all'inverosimile una tela, dedicandovi tutte le sue energie e le sue forze per tenerla assieme. Queste le fila della trama della sua tela: un viaggiatore straniero l'amore della vita, piombatole giovanissima nella vita; lei giovane ragazza sicula con il primogenito nato maschio, molto simile all'amore della sua vita; un attaccamento totale alla famiglia, tanto da non schiodarsi di un millimetro dalla sua terra.

Poi ad un certo punto chiama alla vita un'altra persona e per questo non c'è altro spazio nella sua vita se non l'aiutarla a tenere assieme le fila di questa trama che intanto la prende, la avvolge, la consuma, la distrugge, la annienta perchè il primo nato fa a pezzi questa trama e sa che potrà farla a pezzi finchè vorrà, Penelope con amore materno farà di tutto per ricominciare a tesserla e tenerla assieme, arriverà a togliere lo spazio al nuovo nato, a togliersi il cibo di bocca pur di darlo al primo, arrivando a prendere il cibo dal piatto dell'altro pur di riempirsi.

Penelope pur di mantenere la tela integra si farà carico dal vecchio padre di dare i soldi al nuovo nato, togliendovene un po se al secondo amore della sua vita tanto simile al consorte serviranno.

Penelope ignorerà il lamento delle ripetute fratture del nuovo nato, pur di riuscire a risparmiare le sue forze per colui che è tanto simile all'amore della sua vita.

Penelope raccoglierà tutto quello che c'è di buono ed industrioso nell'alveare dove vive: bambine, figliocce, pur di distogliere l'altrui sguardo critico dalle nefandezze del primo nato.

Penelope tesserà un'altra trama, stavolta di rete da pescatore con lo spazio del richiamato alla vita, pur di nascondere le nefandezze di colui che per primo nacque.

Penelope abbuonerà il suo consorte, lo liscerà all'inverosimile, toglierà costantemente i frastugli di memoria o di ragione che non gli sono utili alla trama, pur di convincerlo ad aiutarla a tessere la sua trama, anche se questo vorrà dire abbandonare a se stesso il nuovo nato di cui lui si prese amorevolmente cura, quando i suoi gemiti iniziavano a fendere l'aria. Penelope non si è accorta che da un pezzo la sua tela il nuovo nato non la tesse più. Ed urla di dolore. .


L'immagine appartiene al rispettivo proprietario.

mercoledì 13 aprile 2011

21 12 2010 Preghiera .

Ma per chi?

Dentro la testa ho cose che mi provocano dolore, tanto. Quando le muovo, le tocco, le ricordo, mi regalano una dose di dolore. Ieri insopportabile, oggi avvicinabile.
Intimamente come un bambino vorrei dimenticarle, rimuoverle; vorrei scrivere una lettera a Babbo Natale dove chiedergli di regalarmi una pozione che se le porti via, ma ragionando so che ci sono e ci saranno per sempre.
Posso pure provare a dimenticarle, ma fanno parte di me, sono mie. Vorrei pregare qualcuno: Dio, Allha, Javè, Nettuno o chiunque altro, affinché se le porti via e mi lascino in pace. Ma nessuno ascolta, sono solo Io.
Posso provare a scrivere e leggere per calmarle un po, rilassarmi con le onde del mare, alzarmi ed andarmene quando la situazione non va, però è dura camminare su un prato pronto sapendo di poter saltare al prossimo passo.
Ho fame e sete e so che quando tornerò da loro, ci sarà il secondo round, ma Io sono già stanco e mi sento la testa tagliarsi in due per il dolore passato.

giovedì 20 maggio 2010

Aeroacrofobia .



Definiscono Aeroacrofobia la paura dei luoghi aperti e alti .

La prima volta che vidi il film Shining ero poco più che un adolescente, mi spalmai sulla poltrona di casa dalla paura, mentre le primissime scene di apertura del film scorrevano:

Una ampia distesa di acqua, piatta, grigia ed immobile vista ad altezza sorvolo.

Proprio quell'altezza che permette di vedere le cose non in modo da delinearne i confini dello spazio visivo, ma da una quota ibrida dove i contorni dello spazio non sono visibili e si perdono ai bordi del campo visivo.
Dentro urlavo di paura, ed il dolore conseguente a questa emozione smodata si faceva strada tra le carni. Un' esperienza agghiacciante, dove al mio solito stetti zitto, vuoi per l'orario, vuoi perché ero abituato a non urlare perché davo fastidio.
Passarono gli anni, i decenni e la terapia. Chi mi stava affianco mi guardava con curiosità quando ponevo il problema di cosa era questa paura, più interessata a distogliere l'attenzione dal fatto che non sapeva che pesci pigliare, piuttosto che dire: non saprei. La cosa cadde nel dimenticatoio, forse un po troppo affollato dagli ultimi decenni di vita.
Trovai le parole per parlare di nuovo di questa paura un paio di giorni fa, quando una persona su Facebook condivise il link ad una immagine intitolata “Ataxofobia”. Il link è il seguente:


Cliccai sopra ed inizia a curiosare. Il link poi rimanda ad un Dizionario delle fobie a cui si può andare incontro. Il link del dizionario è :


Comincia a cercavi le parole strane inizianti per A e vi trovai la “mia” Aeroacrofobia, più che una fobia è una forma di paura bella ed intesa, aggiungo.
Oggi mi sono tolto un peso dall'animo non indifferente, so come chiamare una cosa, che contorni ha e che intensità ha. Un bel passo avanti se si pensa che prima non si sapeva cosa era, ne come si chiamava, ne che contorni avesse e che intensità portasse in grembo ad essa.
La vita va a avanti e noi con lei, per fortuna, aggiungo.

venerdì 14 maggio 2010

Si fa rotta verso .

Le paure.

Da un po non scrivo per lo scaffale “Utuste”, dato che mi sono sentito fermo, diciamocelo chiaramente “abbastanza” fermo.
E' stato un periodo di riflessione, dove non capivo dove puntare la prora della mia canoa; gli altri mi chiedevano e mi chiedono di esser loro guida, ma voglia di far da guida ad altri non ne ho.
Ho voglia di navigare verso nuovi lidi, anche in compagnia di persone care ma navigando da pari uno accanto all'altro, per capire le mie paure, parlarne, confrontarmi e discuterne con chi ne abbia voglia, condividere filmati, foto e quant'altro possa esser condiviso a livello umano con una persona che dia ascolto per sentire.

Non mi resta che dirvi:

AVE ARTQUE VALE

giovedì 26 novembre 2009

Come il mare .


Bis.

Venerdì 20 Novembre del corrente anno incontro una cara persona, molto importante per la mia vita.  Paragonabile ad un pezzo di cuore che da un giorno all'altro ti cade nella tua vita e non vi esce più perché diventa parte di te.
Quando ci vediamo esce fuori una delle nostre lunghe discussioni, aperta da una rosa regalata e da un sedersi comodi su una panchina per un paio di minuti. Paio che diventano decine e decine di minuti. Mani nelle mani, occhi fissi sull'altro ed il cuore aperto per parlare.
Tra le tante cose dette, tra cui errori, sbagli, personali, aiuto, ascolto e qualche  buon consiglio, la mia amica mi dice una delle tante cose che mi è entrata nel cuore e farà parte della sua parete per sempre:

Sei come il mare. Vasto, profondo, arrabbiato, movimentato, dinamico e non ti si può legare o incatenare, perché con il mare non lo puoi fare.

Parole che ti entrano dentro, mescolandoti, rendendoti felice e pauroso allo stesso tempo, perché non pensavi che una persona ti potesse capire così bene entrando nel tuo intimo e tirandolo fuori, con una naturalità disarmante.

domenica 7 dicembre 2008

Come il mare .


Sono come il mare, ora calmo, ora arrabbiato, ora do, ora tolgo tutto, anche la terra su cui camini saldamente. Sono difficile… .

domenica 2 novembre 2008

Ho una voglia matta di….

Vivere .

Ho una voglia matta di recuperarmi tantissime cose: idee, pensieri, luoghi, amici, conoscenti, parenti. Ho voglia di girare il mondo, scoprire la mia terra in ogni angolo della sua bellezza, ho voglia di ritrovare quel mio lato toscano di vita, il paese di mio padre, gli amici, la parlata.
Ho voglia di alzarmi, ricadere, rialzarmi, ricadere, rialzarmi ed andare avanti. Ho voglia di sentire il profumo di labbra, del calore della pelle nuda, di perdermi negli occhi, di navigare verso lidi mai visti, di far arrossire gote troppe volte viste bianche . Ho voglia di vivere..

martedì 28 ottobre 2008

Capitolo chiuso?


Con il precedente Post do un senso di limite ad un capitolo della mia vita. Tale esperienza mi ha portato a conoscere una persona per certi versi stupenda, ma per altri versi orribile.
Il prodotto finale è stato RICEVERE Odio di vecchia data, accumulato nell’animo da non so quanti anni.
Da una parte non lo meritavo, ma dall’altra me la sono andata a cercare. Forse da questa esperienza ho imparato che le emozioni, anche le più intense quali l’amore si possono vivere, ma rischiano di bruciarti. Ed Io mi sono abbondantemente bruciato. Per cui meglio stare un passo indietro per evitare di bruciarsi nuovamente.

Avanti il prossimo.

domenica 26 ottobre 2008

Facebook .

Tilt!

Ho scoperto Facebook.
La mia opinione personale? Una babele, dove puoi trovare di tutto e di più, dall’amico perso da anni, al compagno di banco che neanche vi parlate più, ma nonostante ciò, la sua coglionaggine lo distingue, come sempre. Ma non solo, vicini di casa, persone che credevi fossero ancora a Messina e che ti ritrovi a studiare a Milano, compagne di classe delle medie, quasi – quasi provo a cercare i miei compagni di classe delle elementari.
Poi ci trovi colleghi che non vedi da un botto, conoscenti con cui avevi troncato di netto, vecchie fiamme che al solo scorgerne la foto tremi dal profondo delle ossa. Ma non solo, AVISini di altre sedi, anticipando che ho intenzione di aprire un gruppo per l’AVIS Comunale di Milazzo.
In pratica ti si aprono tante e tante di quelle possibili porte sulla rete, che è come se venissi realmente investito dalle possibilità di Internet e solo con questo strumento i rendi conto delle possibilità che esso cela. In pratica i primi giorni me ne sono andato di testa e non ci capivo un gran che, ora il dopo sbornia sta passando ed inizio ad ambientarmi.

sabato 9 agosto 2008

Il mare interiore .


A volte le parole non bastano.
Si devono aggiungere
gesti
sguardi
immagini
canzoni
e suoni.
Forse così si riuscirà a far sentire all’altro il rumore del mare che ognuno porta dentro.