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domenica 14 maggio 2017

Una madre nera .

Ed una bimba innocente.
Si chiude la telefonata, ennesima lite. Non ricordo più il motivo o i motivi, ormai sono ore, settimane, mesi se non quasi un anno durante il quale i litigi si susseguono ininterrottamente.
Le dinamiche si ripetono con semi - automatismo disarmante.
Si chiude ogni forma di contatto. Passano ore, giorni, a volte settimane. Nessuno dei due cerca l’altro, i rapporti sono bloccati: telefono, occasioni per vedersi nella realtà, social - network sia Facebook, Whatsapp od Instagram.
Cala il silenzio, duro e ferreo, da coprifuoco. Come se una cortina di ferro fosse calata tra noi; ognuno chiuso dalla sua parte, ignorando l’altro si è chiusi a guardare il proprio .
E’ come se nello spazio condiviso fosse passata la peste, non rimanendo niente e nessuno vivo in questa storia, come se le parti fossero morte e sepolte.
Passa del tempo. Giungono i primi segnali di disgelo, o forse Lei non ha mai chiuso del tutto. Scruta da account civetta, nella penombra, come un animale ferito nel sottobosco. Magari una visita sul profilo in un social – network.
Mi sblocca.
Trascorre altro tempo. Può arrivare una richiesta di amicizia, un messaggio o addirittura una telefonata. Si ri - aprono i contatti.
Ora Io, ora Lei, ma più che altro Io, dimentico. Scordo gli insulti alla persona, al corpo, al passato, al presente ed al futuro. Dimentico gli insulti a famiglia, madre, padre, fratello ed in ultima battuta alla nipotina da poco nata.
Il raziocinio ha buttato nella discarica del dimenticatoio la parte ferita, dolorante ed offesa di poco tempo prima, aprendo la porta ad una Lei ora dalle sembianze di bimba, piccola, dolce, innocente, fragile, affettuosa, che vorrebbe amare ed essere amata, che vorrebbe ridere, divertirsi, stare assieme, “finalmente” vivere .
La parte bianca, da bimba, solare e viva di Lei, è la base su cui poter credere che sia così, che il peggio sia passato, che non tornerà più. Come una primavera inaspettata ed improvvisa, spero il peggio sia passato e le apro la porta della vita, facendola entrare ed accomodare, come se nulla fosse.
La sblocco sul telefono, su Whatsapp, Facebook ed Instagram. Lei chiede di vedersi, uscire, magari passeggiare, magari mangiare assieme. Il tempo libero a mia disposizione lo dedica a Lei, senza remore o ripensamenti. Come un bimbo chiamato ad andare a giocare dall’amichetta fidata, lascia tutto e va a cercare Lei per giocare assieme.
La cerca e non la trova, la aspetta. Fa la proposta di vedersi e magari riuscire ad incontrarsi. Lei stavolta acconsente, ma non è sempre così. I due si vedono.
Lei giunge bellissima, in tiro, truccata e con quella semplicità / sensualità tipica di lei. La bambina sta lasciando lo spazio alla donna.
L’incontro prosegue. C’è un bacio, la donna in Lei fa capolino ma subito scompare per fare spazio ad un abbraccio stretto, forte, infantile. La bimba si acciambella su di Lui e vuole le coccole. Mentre sono abbracciati il suo orecchio si posa sul petto di Lei. Un ricordo atavico e sepolto riemerge dalla memoria, il rumore dei battiti del cuore gli ricordano i toni materni. Crede o forse vuole credere di sentirsi al sicuro.
Arriva il momento dei baci, delle carezze caste e dei grattini, magari un massaggio alla schiena o sul collo. La bimba è a disagio con se stessa, inarca la schiena, si irrigidisce, impaurita ed innervosita le trema la gamba.
Le coccole continuano, le dita scorrono sui fianchi e ne lambiscono il collo, fino alla nuca. E’ come se si rompesse la corda. La bambina scompare dalla scena ed esce fuori la donna in Lei.
Calda, sensuale, provocatrice, morbida e vogliosa come un frutto maturo. La parte maschile di Lui è attratta irresistibilmente e si proietta su Lei. Sono mani avide che la vogliono, la reclamano. E’ corpo che rilascia e si ingrossa, inturgidisce, mentre nella mente si aprono le migliaia di finestre di “cosa potrebbe accadere od essere”.
La temperatura aumenta, la bambina è scomparsa. Riapparirà quando i corpi saranno nudi ed i muscoli torneranno a tendersi come corde di violino, un po come con Rouge.
La donna in lei raccoglierà ogni singola carezza sul suo corpo, assorbirà ogni piccola sfumatura del tatto sul suo addome piatto, gusterà ogni ruvidità delle dita che scivolano sui sui fianchi e si tenderà ancora di più quando i polpastrelli assaporeranno i capezzoli e le labbra saranno avvinghiate da un bacio di uomo che chiede vita, chiede aria, vuole gustare la sua donna.
La corda della donna si tenderà fino a rompersi, uscirà nuovamente la bambina, insicura, gracile, malnutrita, denigrata, imbruttita, farà capolino per pochissimi istanti, perché il suo posto sarà presto soppiantato dalla Donna che comincerà ad attaccare chi ha accanto.
Prima dimenticherà dov’è e con chi è. Poi inizierà a guardare i passato per risvegliarlo, tirar fuori dall’armadio del tempo capi logori ed andati per buttarli sui corpi nudi. Insulterà, urlerà, distruggerà tutto ciò che l’altro ha detto o fatto, attuando una tecnica semplicemente mostruosa di dimenticare ogni cosa e  ignorare ciò che dice o fa l’altro.
Urlerà, strillerà, minaccerà di spingersi alla morte, morderà il suo dito a sangue e fino a quando non avrà ciò che vuole, continuerà a fare a pezzi tutto e tutti. E’ abituata ad avere e non a combattere per ciò che vuole. Non ha mai combattuto e non sa come farlo. Sa solo fare a pezzi e distruggere, non si creerà il cruccio nel farlo con chi ha davanti.
La serata è finita, Lui si riveste tra urla, pianti, accuse ed ossessioni altrui. Raccoglie i quattro stracci che ha portato con se. La stanchezza di una giornata/vita andata a male lo avvolge e finché ce la fa cerca di battere in ritirata, ma quando gli insulti proseguono fino al punto di non ritorno, anche se ha chiesto, implorato ed avvisato di smetterla, di non arrivarci, di lasciarlo stare, lì, a quel punto la sua cattiveria si risveglia e stretta la mano alla rabbia inizierà a macinare come se avesse i molari di un dogo argentino chi ha davanti ad insulti.
Ma questa è un’altra storia.

L'immagine appartiene al rispettivo proprietario.

mercoledì 10 maggio 2017

Il Treno per il passato .


 
Non ha numero ed orario, ma è puntuale.
Notte. Ruote di metallo stridono su binari, scintille rosso fuoco tagliano l’oscurità. Lo sferragliamento annuncia l’intercedere lesto di vagoni trainati da una motrice attempata.
Seduta su una panchina di marmo, una ragazza attende dondolando le fragili gambe. Le fanno compagnia una piccola borsa contenente i quattro stracci di sentimenti rubati a casa, stipati alla rinfusa, ed un uomo.
Lui parla, cerca di dissuaderla, forse dalla partenza o da altro. Chi ascolta ha il volto incorruttibile, fa finta di ascoltare mentre dentro tutti i contatti con il mondo esterno sono chiusi ormai da tempo .
Silenzio. Lui sembra aver capito di non esser ascoltato. Un ultimo sforzo, le dichiara ciò che prova per Lei, ma invano. La scelta è stata presa già da prima, ma solo ora viene comunicata a chi le sta accanto. Nonostante tutto non ne verrà distolta .
Lo stridere dei freni preannuncia una folata di vento. L’aria puzza di freno bruciato, di vecchio, di rancido, di cose andate a male e malamente conservate in un armadio intriso di naftalina.
Davanti alla panchina si ferma un vagone. Ombre al suo interno si muovono, armeggiano dietro i finestrini. Le luci della stazione tremolano. Aumentano di intensità per poi spegnersi, restando accesi i punti luce di emergenza. Le ombre si allungano, si gonfiano, gli oggetti diventano sagome.
Lo sportello si apre vomitando una scaletta nascosta nelle viscere di acciaio. Una sagoma scura scende lentamente, un passo ed un tonfo, un piede ed un rimbombo. Ha il volto inghiottito da un grosso cappotto dal colletto quasi sfiorante il berretto rigido in testa, l’occhio di chi è sulla banchina non può non cadere sull’alta calotta del copricapo. Le mani sono incorniciate da pesanti polsini. Puzza di rancido, non lavato. Una mano scheletrica tiene una punzonatrice, schioccata ad un ritmo lento e malinconico.
Si volta verso la coppia sulla banchina ed una voce cavernosa fuoriesce da quella che forse è una bocca:
- Treno! Treno per il passato! Biglietti prego o la moneta per essere traghettati.

La ragazza solleva il sacchetto e senza voltarsi scivola dal marmo. Punta al controllore. Cerca qualcosa nella borsa: o il titolo di viaggio, o la moneta. Trovato il soldo, lo afferra per mostrarlo fiera. Un ghigno ferino dall’altra parte è la conferma che basterà. Impugnata la moneta con mani scarne, esce dell’altro dall’antro :
- La moneta coprirà il viaggio. Prego Signora, salga in vettura. L’aiuto, Io. Carrozza “Ricordi”, scompartimento “Passato”, posto “Ragione solo lei”.
Senza troppe smancerie spalancato il portello della vettura, le sagome all’interno si agitano.
La moneta per l’acquisto scivola in una tasca polverosa dell’uniforme, mentre un biglietto viene afferrato da una risma macchiata e logora.
La punzonatrice stavolta emette scatti pieni, come di fera che rompe ossa. Il biglietto è stato staccato, l’ultimo piede scompare dentro la carrozza e la voce del capotreno echeggia:
- In carrozza signori. Partiamo per fare la guerra in un un posto in cui non serve !
Si volta verso l’accompagnatore che ha seguito tutta la scena. Due fessure di un nero differente fissano l’ospite. Con un tono poco rassicurante lo apostrofa:
- E Lei? Non vuol salire in vettura?
Un secco “No”, senza aggiunte è la risposta.
Con fare felino il controllore salta in vettura, sventola in direzione della locomotiva uno straccio ridotto a brandelli di fu color rosso. E’ il Vai per il macchinista. Un forte fischio preannuncia la partenza. Le ruote in motrice scivolano sui binari un paio di volte e lentamente il convoglio si muove.
L’ospite guarda attonito verso i vetri sporchi. Cerca di vedervi attraverso. Tra le ombre vede una sagoma, assomiglia a Lei. Persa chissà dove, ma decisa a non voltarsi e non salutarlo.
Il treno fischia e prende velocità. Una lanterna rossa dondolante in coda, è l’ultima cosa vista prima che la notte inghiotta il convoglio, Lui resta solo sulla pensilina.
Tornata la luce è come se nulla fosse accaduto.

sabato 14 febbraio 2015

Matrimonio


Chiesa de la Trinità.
Primavera inoltrata, mattina di sole, chiesa della Trinità. Da quel luogo sacro in cui si sposarono i miei bis-nonni, usciamo mano nella mano Io e Te. Indossi un sorriso smagliante sul volto, rimbombano nella chiesetta e dentro di noi le parole del prete “marito e moglie”. Un tubino bianco ti avvolge, come quello che disegnasti sul sacchetto di carta. Tutta la mia famiglia al completo e la tua sono seduti nelle sedie impagliate e seguono con lo sguardo il nostro procedere verso l'uscita, è un ridere ed un gridare di gioia. I miei amici ed i tuoi hanno fatto gruppo e ci canzoneggiano.

Ti prendo in braccio per sollevarti e scendere i gradini. Una pioggia di riso ci avvolge ed un lungo bacio tra urla di gioia e festa ci accompagnano. Mia madre ha le lacrime, mio padre pure, mia nonna è felice come non mai dalla morte del nonno. E' gioia, gioia pura. I tuoi sono entusiasti, vedo il cugino Alberto ridere, mentre sua moglie  è contenta. Le due bimbe, ormai signorine, giocano nell'aia davanti la chiesa.
Un sole vivo e bianco ci bacia dall'uscio in poi, percorriamo un paio di metri sul selciato davanti la chiesa, con la coda dell'occhio scruto Carola, tutta impettita con famiglia a seguito e scorgo un filo di invidia nel suo sorriso sarcastico. Merito del panorama da cui si vedono tutte le isole Eolie, la punta del Promontorio, il rosa della chiesta che si stacca e contrasta con l'azzurro del cielo, le abbondanti rose bianche comprate in zona che hanno addobbato l'interno e l'esterno della chiesa .

Un banchetto ci attende a pochi metri dal sagrato. Non prima di aver fatto volare in cielo un mazzo di palloncini con attaccati biglietti di gioie, speranze e buoni propositi scritti su foglietti di carta colorati nel cuore della notte.
Un cameriere sorridente e spontaneo mi porge la bottiglia da stappare. Voglio stapparla con Te. La scarto, la pulisco ed entrambi i nostri pollici spingono il sughero compresso. Il tappo vola nel cielo azzurro per poi perdersi nella sottostante campagna. Gli applausi si susseguono. Verso del vino nel tuo calice, mentre premurosa lo versi nel mio. Passiamo la bottiglia al cameriere che destreggia come un funambolo per preparare i flute del piccolo rinfresco.
Appena gli invitati hanno almeno una mano occupata, alziamo i vetri, brindiamo con i presenti ed incrociando le braccia beviamo senza staccare gli occhi l'uno dall'altra.

E' festa, è gioia, è vita. I presenti assaggiano dolci e confetti sul tavolo coperto da una tovaglia bianchissima, è stata ricamata dall'altra mia nonna. Un filo di vento la sposta, facendola ondeggiare, per poi scorrere sul mio volto ed è come se mi avesse portato un di Lei bacio. Sembra quasi che ci siano proprio tutti i miei cari, sembra che un momento all'altro i nonni debbano salire dalla discesa, tenendosi per braccio e discutendo del nipote convolato a nozze.

Un arrivederci a tutti alla villa, dove ci attende il banchetto e la festa, mentre seduti sul cassone di un'ape bianca, andiamo a far foto .

Prima facciamo una tappa al cimitero. Portiamo il bouquet alla tomba del nonno. E' stata una tua promessa l'altra sera mente scrivevamo i bigliettini per i palloncini. Ricordo ancora le tue parole “Fabio. Vorrei portare il mio bouquet alla tomba di tuo nonno”. Non ti dissi nulla, se non un abbraccio stretto – stretto ed un lungo bacio con le labbra umide di lacrime. Preghiamo assieme e lo salutiamo, fisicamente non è con noi, ma in cuor mio il nonno c'è ed è accanto a noi per benedire questa nuova strada.

Scattiamo foto, tra Fondazione e Faro. Sorpresa delle sorprese, sono riuscito a far arrivare un barcaiolo. Ci spingiamo con il fotografo per gli scatti nella grotta a mare. Non manca nulla di noi.

Torniamo sull'ape, tirata a lustro, per arrancare verso la villa. E' quasi il tocco ed il motocarro si fa strada nel viale alberato, con un sorriso smagliante sei attaccata al mio braccio mentre ondeggiamo, vorrei che questo momento non finisse mai. Ho paura quando arriveremo allo spiazzale antistante la villa e parcheggeremo, tutti ci vedranno come marito e moglie.

Le tue amiche fatte venire apposta ti assalgono appena scendi dal sedile, in un cinguettio di rondini. Le rondini stesse che hanno fatto il nido sotto un cornicione nei pressi, ci salutano cantando. Per un momento mi fermo e ti guardo, con gli stessi occhi che tengo in serbo da quando si posero su di te sotto l'ulivo, sei bella come una venere ed il bianco ti dona.

Andiamo al banchetto allestito sotto i gazebi. In lontananza si vedono le isole. L'aria è così limpida che si distinguono le bianche case dal terreno vulcanico.
Il gruppo attacca a suonare canzoni, mentre i camerieri fanno scorrere piatti tra i tavoli degli invitati. Che cosa strana trovare al medesimo tavolo toscani, siculi e lombardi, per di più un alpino della brigata Bergamo ed uno nella Vigilanza Aeronautica Militare entrambi di leva in Alto Adige. Chissà cosa ne uscirà fuori, spero che il nostro cucciolo nel grembo da un paio di mesi amerà il mare e la montagna, l'apnea, l'arrampicata, il camminare e tutto quello che vorrà .

Piatti siculo – lombardi – toscani si susseguono. E' un imbastardimento all'ennesima potenza, tra salumi, formaggi, antipasti, primi, secondi e dolci. Il palato volteggia tra le pietanza servite, una diversa dall'altra, ma si sa a me le cose incrociate fanno impazzire.

I tuoi apprezzano la cucina sicula – toscana di casa ed i miei gradiscono le pietanze lombarde. E' una gara al piatto che racimola maggior consenso. Mezza forma di Parmigiano è in bella mostra sotto un albero, chi vuole si alza, afferra il coltellino, stacca la scaglia che vuole e sceglie la frutta che più gli aggrada per accompagnarlo: frutta fresca, frutta secca, miele e fette di pane a portata di mano.

Il vino è rigorosamente un Valcalepio, lo stesso de “Il circolino”; scorre a fiumi. Sono mezzo brillo, ma concesso il primo ballo a tuo padre, ti concedo poco a gli altri invitati. Le danze accompagnano gli intervalli tra una pietanza e l'altra.
Come statua ti ergi dal tavolo, chiedi con decisione ai camerieri di portarti i confetti. Con un mestolo e la cesta di olivastro, fai il giro dei tavoli per mescere un po di confetti e le bomboniere a gli invitati. E' superfluo sottolinearlo, ma le bomboniere le hai dipinte tu, tutte a mano e sono una tempesta di colorate “F&R”.

J'y suis jamais allé - Yann Tiersen

Attacca un violino accompagnato da una fisarmonica, le note di Yann Tiersen in J'y suis jamais allé echeggiano nell'aia, mi guardi negli occhi ancora più contenta di prima e ti stringi a me per ballare. Danziamo fino a quando i piedi non fanno male, le pietanze sono state servite, le fiammelle dei lumi sono state accese, i contorni delle isole quasi si sono perse e quasi si possono toccare con mano le luci delle case. Un urlo di sorpresa e gioia echeggia tra gli invitati e si voltano in direzione Levante, si vedono le eruzioni del vulcano. Sento che Isso mi abbia fatto il suo regalo a noi.

Giunge la sera ed il momento della torta, ma la festa sembra non voler finire. Una cassata gigantesca viene portata, guarnita di ogni bellezza di frutta candita e martorana. Impugniamo il coltello e lo affondiamo su quel dolce fatto giungere appositamente da Palermo. Un profumo soave di dolce, ricotta, mandorle, miele e tutta la Sicilia esce delicatamente dalla guarnizione. Ci baciamo e lasciamo finire il lavoro ai camerieri.

Sparecchiano, alcuni invitati si sono alzati per andar via, ma ancora ti muovi come le fiammelle dei lumi e ti seguo con decisione e chiarezza. Stanchi ma felici saliamo nuovamente sull'ape. Lentamente si fa strada nel viale alberato e le fiaccole per terra si susseguono tra gli alberi a bordo strada. Una pioggia di barattoli di latta e di “palloncini” fanno un baccano sul selciato e svolazzano.
Guadagniamo la strada per l'albergo, saremo nostri per tutta la notte e per sempre.

lunedì 23 giugno 2014

Mauro.


 
L'amore rubato- Luca Barbarossa .

Per ora è il periodo delle forti emozioni che si scontrano dentro. Una coppia di queste si ridesta quando metto a dormire il Tuo libro “Ti amo..”.
Le dita scorrono tra le pagine, mi ritrovo alla 220, come se volevano farmi arrivare lì. Complice una delle tante orecchie fatte al tomo, forse una memoria motoria impressa nelle membra.
Mi immergo nel torrente in piena di parole e mi lascio scivolare rigo dopo rigo. I fatti raccontati si fanno sempre più freddi ed attanagliano le budella. Un senso di sdegno e rabbia monta per l'ennesima volta leggendo nuovamente quelle frasi.
Immagino la scena a modo mio.
Una ragazzina ancora bimba al suo primo appuntamento. Con cura si prepara tra il bagno di casa e la sua stanzetta per quello che sarà il suo primo incontro fuori casa. La manina che fino a poco fa giocava con le Barbie, ora passa un accenno di matita negli occhi. Una madre dall'occhio attento accompagna la cucciola affinché non ecceda nel trucco, come un'ombra pronta ad aiutarla nei momenti decisionali le evita l'eccesso che non si addice ad una ragazza di casa. Immagino un padre seduto su una poltrona bianca che legge il quotidiano, scena di una domenica pomeriggio familiare.
La madre con lo sguardo segue la cosa più preziosa della vita e non gli sembra vero che quell'orchidea stia sbocciando sotto i suoi occhi. Il padre fa finta di esser impegnato con il giornale, ma con attenzione controlla da lontano tutto in modo che siano al sicuro e niente le intralci.
Suona il citofono, la Cucciola finisce di preparasi. Farsi aspettare è bene, ma troppo non è da buone Signorine. Un bacio alla mamma ed uno al babbo e preso il cappottino delle occasioni importanti esce. Troppo contenta, tutta eccitata per il primo appuntamento, non ce la fa ad attendere l'ascensore, prenderà le scale. A passo lungo e saltando gli ultimi gradini delle rampe come se fosse un gioco a chi arriva prima, raggiunge il pian terreno. Lì si ricompone e si sposta un ciocca di capelli dietro l'orecchio. Le brave ragazze sono sistemate ed ordinate.
Apre l'uscio del palazzo e Mauro con il suo sorriso l'aspetta in auto. Tutta contenta cammina a passo svelto verso di lui, ma qualcosa non quadra. “Dov'è l'utilitaria? Come mai è venuta con una familiare così grande a prendermi?” si domanda la cucciola.
Il dubbio viene ricacciato nel dimenticatoio, forse una passeggiata ed un gelato su a Città alta coroneranno le aspettative. Aperta la portiera e salita in auto, un forte odore di profumo le investe le narici, come se Mauro se se ne fosse fatto la doccia. Forse c'è anche un sottofondo di acido dietro alle note di profumo, sembrerebbe sudore . “Poco male!” Pensa tra se e se la Ragazzina, di sicuro la buona aria di Città Alta allontanerà il forte odore.
La station wagon parte. Va dritto, non inverte verso la strada per città alta che è solita fare assieme al suo Babbo. La cucciola tra se e se si dice “Non prenderemo la solita strada, ne faremo un'altra!”. Mauro è un po impacciato nel guidare, sarà per via dell'auto più grande, ma un impercettibile strato di umidità screzia il volante.
La macchina prosegue dritto, senza voltare per una decina di chilometri. Quando l'ultima svolta per raggiungere Città alta è lasciato alle spalle, hanno cambiato Comune.
Parcheggiano in uno spiazzale, la macchina viene spenta e dagli altoparlanti escono solo le note di 2 canzoni che girano di continuo da quando è salita a bordo. Una è di Phill Collins, l'altra non si sa.
La voce di Mauro si fa profonda, cavernosa, mentre le sue mani iniziano a scorrere sul corpo della Ragazza. L'odore acido in sottofondo si fa più marcato, mentre i finestrini si appannano ed il sole inizia a coricarsi dietro le montagne.
Le mani di Lui si fanno invadenti, fastidiose e toccano la Ragazza dove prima non era mai passato nessuno altro se non per il bagnetto da infante. Lei cerca di scansarsi, ma è bloccata sul sedile dal peso di lui. Il porco è sopra la bambina e come un coltello la colpisce lì sotto. Il dolore aggrava la sensazione di fastidio e sporco che ha cominciato ad assalirla quando Mauro le ha messo le mani di sopra. Sente come del bagnato sulla pelle, inopportuna, impaurita si raggomitola mentre Lui si stacca e si ricompone dall'altra parte. Il sole è tramontato definitivamente dietro le montagne ed una notte senza Luna avvolge lo spiazzale e l'animo della Donna.
La macchina viene accesa ed i pochi chilometri che la separano da casa vengono coperti in un nonnulla. L'auto si ferma sotto il palazzo, ne un ciao, ne altra parola esce dalla bocca di Lei. Lo sportello si apre ed escono Lei e le note di quelle due maledette canzoni suonate per tutto il pomeriggio. L'aria della sera le inonda le narici, allontanando i forti odori che l'hanno marcata. Non si volta nemmeno, anche perchè appena chiuso lo sportello, l'auto fugge.
Respira velocemente, come fosse un criceto. La bambina che è in lei vorrebbe accasciarsi per terra, piangere ed urlare, ma la Donna nata nello spiazzale la tiene in piedi, la ricompone e tremante le fa premere il pulsante del citofono di casa. Sa che avrà una decina di secondi abbondanti prima che la mamma le risponderà al microfono, per cui si schiarisce la gola e allontana ogni increspatura dalla voce che possa tradirla. I secondi sono più di una decina, sarà papà a rispondere:
<> Una voce maschile suona dall'altoparlante. <>. Scatta l'elettroserratura del portone. La Donna spinge l'anta trovandola più leggera dell'andata, trascinando nell'androne Lei e la Bimba. Aspetta l'ascensore, userà lo specchio nella cabina per sistemarsi. Una veloce sistemata ai capelli, ai vestiti, la borsetta coprirà ma macchia di bagnato che poi laverà nel dopocena, mentre i suoi guarderanno i programmi alla TV. Si stampa sul volto la maschera del sorriso che da ora in avanti poche volte toglierà.
Una madre radiosa le apre il portone, chiedendole << Com'è andata cucciola?>>, un tono tra l'incuriosito ed il riservato risponde <>. Un grosso sorriso simil - compiacente chiude l'ultima frase senza però avere il coraggio di guardare la madre in volto, mentre passa inosservata all'occhio scrutatore di controllo materno. << Se avessi bisogno di qualcosa chiamami. Sono con papà sul divano a guardare la Tele.>> << Va bene mamma, mi faccio una doccia>>.
Entra in bagno ed apre l'acqua calda della vasca, la riempie di liquido bollente mentre si spoglia a luci spente. Ha paura di vedere se quella pugnalata l'abbia deformata. Dopo che si è coperta con l'accappatoio accende una lucina, si guarda dove non sarà mai più una Bambina ed è diventata Donna. Entra nella vasca bollente e si immerge tutta fino alla bocca. Quando l'acqua si raffredda apre la doccia calda sperando che lo scroscio possa lavarle e renderle nuovamente pura l'anima.
Esce da sotto la doccia dopo essersi lavata con il sapone, il bagnoschiuma di papà, di mamma ed il suo. La mamma la chiama per la cena. Vorrebbe cancellare l'odore di acido che le ha marchiato la pelle. Per la macchia sui vestiti ci penserà dopo cena. Tanto di giocare con le bambole non ne ha proprio voglia. Si sente sporca.. Dentro.
Il materiale audio e video appartengono ai rispettivi proprietari.

giovedì 23 gennaio 2014

Purtroppo non sempre va tutto come vorremmo o come sembra .

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Massive attack - Teardrop

Varco la soglia di casa e chiamo il tuo nomignolo. Non rispondi. Lo ripeto un paio di volte ed il silenzio mi dice che non ci sei. Entro nella stanza da letto e vedo il borsone per l'ospedale disfatto. Un senso di panico e paura mi prende, non capisco il perchè, ma sento qualcosa di nostro ed importante in pericolo.
Prendo il telefono e chiamo la tua amica del cuore. Una voce apparentemente sicura ma che dentro è erosa dal vuoto scavato dal padre mi risponde
<< Pronto? >>
<< Dov'è andata? >>
<< Pronto? Ma chi è? >>
<< Carla non fare la stupida! Hai il mio numero memorizzato! Dov'è andata? >>
<< Non lo so. >>
<< Carla non mi prendere per il culo! Sono meridionale come Te e ti chiedo di aiutarmi. >>
Un lungo silenzio scandisce i secondi, forse minuti, mentre l'altoparlante del terminale riversa un rimuginare non solo della linea. Un filo di voce uscito dal profondo di un antro risponde
<< Purtroppo non sempre va tutto come vorremmo o come sembra. >>
Inebetito, non capisco, non afferro il senso della frase sibillina. Mi domando se è impazzita o se sto impazzendo Io con questo senso di pericolo imminente dentro al petto per un qualcosa di mio e preziosissimo.
Un'immagine si focalizza nella coscienza. Un medico ed una sala illuminata di luce bianca, ma non da parto. Lancio un urlo al telefono. La linea è staccata e l'urlo resta a me.
Il portone sbatte alle spalle. Mi scaravento per le scale verso l'auto. Sgommando mi precipito verso gli ospedali riuniti bruciando i semafori.
Le idee si coagulano e prendono senso intorno a l'immagine della sala. Il controllo, che doveva passare, le troppe pillole assunte in questi ultimi tempi ed il senso di freddo e distacco degli ultimi giorni. Culminato iersera come se l'avervi cullati tra le braccia avesse causato un senso di disagio e quel senso di stizza verso la pancia concretizzato dopo da un tonfo. Ora capisco che il colpo era rivolto all'addome, l'hai fatto mentre ero voltato.
Parcheggio il mezzo nel primo stallo nei pressi di Ostetricia e Ginecologia . Mordo le scale come una furia, dopo che un sonoro “Vatinni a 'fanculu!” mi esce dalla bocca in perfetto siciliano nei riguardi di un portadocumenti sbucato da una porta.
Mi sento Enzo Maiorca nel respirare, l'aria entrata nei polmoni ma non compensa lo sforzo, corro lo stesso per le scale come un forsennato.
Arrivo al piano, apro la porta e cerco la prima sala di ostetricia. E' chiusa, passo avanti e ne cerco un'altra. Un'infermiera mi domanda chi sono e cosa desidero. Dichiaro i miei estremi e quelli di chi cerco. Uno sguardo impaurito di chi sa che tra non molto succederà qualcosa di veramente brutto ne accompagna il silenzio.
Le chiedo dov'è, con espressione ferina sul volto. Di cane a cui hanno appena strappato pezzi di viscere e ringhia con la bava alla bocca dal dolore. Impaurita si allontana chiamando il medico di turno.
Con passo lento e deciso un collega viene in contro domandandomi “cosa è successo?” E' un collega di corso, gli dico in quattro e quattro-otto
<< Dov'è mia moglie? >>
<< Collega, calmati. >>
<< Dove stracazzo è mia moglie! Me lo vuoi dire tu o devo smontarti il reparto per scoprire dov'è?>>
Una voce fredda e professionale esce dalla bocca
<< Stanza 328. >> Non dico neanche grazie. Proseguo per il corridoio.
Corro verso la porta, la maniglia è inceppata, gli mollo un calcio. L'anta si spalanca, entro. Vedo il tuo volto madido di sudore, tra il contento, lo sdegnato e l'infastidito. Di chi ha appena vomitato fuori tutta la merda trattenuta in corpo. Guardo il collega che tiene tra i guanti insanguinati un fagottino.
Mi si spezza il cuore. Barcollando volgo verso lui, le mani protese in avanti. Con la coda dell'occhio capisco che non è stato un parto, gli strumenti del raschiamento guardati solo sopra i libri sono appoggiati su di un carrello.
Allungo la mano verso il fagottino. Lo prendo. Lo guardo. Capisco che era una femminuccia, piccolissima, neanche i piccoli polmoni si aprono a mantice. Guardo prima Lei e poi Te. Come una regina della morte, ti siedi sul trono a gambe divaricate da cui hai espulso questa nostra creatura dal ventre.
Mi accascio per terra mentre un lamento tetro e gutturale si fa strada tra le labbra da cui cadono ife di bava. Cado in ginocchio. Le lacrime mi escono dagli occhi e dal cuore. Intono un lamento di morte mentre intorno sento la presenza dei miei Lari familiari accorsi dalle tenebre per piangere il ramo dell'albero di ciliegio della nostra famiglia spezzato per sempre prima ancora di fiorire. Per un momento ho come l'impressione di vedere i miei nonni avvolgerla tra le loro braccia, la nonna sembra cantarle la ninna nanna “Coscine di pollo” e portarla via. Lontano da quel luogo di morte, accompagnarla tra tutti i cari trapassati che la accolgono tra loro finalmente in un luogo sicuro. Lì tra loro non sarà mai sola. Il nonno mi fa un cenno con la mano alzata.
E' un'impressione fugace, quasi impalpabile, mentre i miei occhi incrociano i tuoi ora vuoti e languidi, mentre dondoli la testa come un giocattolo rotto.

domenica 24 novembre 2013

Puttana ...

Di partito .
Ennesima riunione del cazzo dei Giovani del partito protrattasi oltre al dovuto. Voglia di andare a casa non ne ho. Da un paio di giorni non vedo più bazzicare per la sede la tipa con i capelli biondi, per ora sarà sazia. Nemmeno la tipa tutte forme e voluttuosa, gli farà ancora male.
Stasera ho voglia di sentire profumo di donna ed in questo circolo del Nord se ne trova più di qualcheduna. Non come nella mia isola, dove le ragazze per bene non si attardano a far politica e tornano tutte a casa.
Una mi colpisce, dalla bellezza androginica, snella e slanciata. Un paio di cosce slanciate la fanno sembrare ancor più bella, le ho notate dall'inizio della serata. Compensano i seni appena percettibili e ben nascosti dalla camicia bianca dai colletti e polsini bene in vista.
Lei dal canto suo ha notato i miei lunghi capelli neri, tagliati alla Napoletana. Lisci, dritti, lucenti e scolpiti da un morbido gel. Mentre li accarezzo la Tipa si agita nella sedia.
Al prossimo giro di dibattito provo a toccarmi il labbro inferiore con il pollice, mio punto forte, vediamo come reagisce.
Il discorso è caduto nuovamente sul comportamento politico dei magistrati contro il nostro leader, il dibattito si è incuneato in un vicolo ceco. La Tipa torna a guardarmi. Scorrono le dita sul labbro prima di prendere prepotentemente la parola ed alzarmi per discutere la mia opinione. La Tipa accavalla le cosce che scorrono sotto la minigonna, assieme alle sue mani. Sembra eccitata.
Propongo e decidiamo di proseguire la riunione al bar, qualche aperitivo accompagnerà le nostre idee e le bevande alleggeriranno l'arsura delle gole, è una serata che parliamo. Discutiamo e dibattiamo, ma a differenza di Giù, qui la gente è motivata e partecipa, gli obiettivi si progettano e si raggiungono. Come mi mancano le riunioni affumicate, dove si parla e basta, senza raggiungere alcun obiettivo se non nel cuore della notte.
Spostati al Bar, noto la Tipa si siede nei miei pressi. Colgo l'occasione per sfanculizzare Massimo da un'altra parte e con la scusa del posacenere vicino a Lei, mi ci siedo vicino.
Iniziano a girare gli aperitivi e le bevande. Tra un sorso e l'altro fumiamo una sigaretta con la Tipa. La faccio accendere al mio Zip in acciaio e la fiamma gli illumina il volto; gli sparo gli occhi neri come le canne della lupara su una preda. Ricambia lo sguardo sfrontato con uno sensuale da gatta selvatica, facendo scorrere le mani sulle cosce.
La discussione viene calamitata da Armando, il solito idealista che tira fuori l'ennesima tesi filosofica – politica. Tutti si rivolgono a Lui, è il preludio del termine della serata. Mentre tutti, la tipa compresa, sono rivolti ad Armandino, la mia mano aperta, calda e decisa affonda sotto il tavolo nell'interno cosce della Tipa. Impassibile le allarga, prendendosi e gustandosi in pieno la palpata, volto inespressivo, ma la muscolatura delle gambe è tutto un contrarsi e riscaldarsi. Scorro fino all'interno ed un inferno di calore avvolge la mia mano. La tocco e sento umido.
Armando ha finito la sua Filippica incentrandola sull'anima del movimento ed il suo contributo che potrebbe esser arricchito da una visione giovanile del problema. Ritiro la mano da quell'alcova presso cui mi prometto di ritornarci in serata stessa. Prendo Massimino di punta e gli dico che la riunione è chiusa, abbiamo abbondantemente affrontato le questioni all'ordine del giorno e noi che siamo lavoratori e domani non andiamo a scioperare, ma a lavorare sodo, possiamo pure tornarcene a casa.
Non ho voglia di perdere tempo in conti e contro conti, tra non molto ci saranno le votazioni per il nuovo Presidente della sede locale giovanile. Offro Io il giro, mi servirà anche per far presa sulla Tipa. Non me la faccio scappare, la seguo con gli occhi. Ordino il conto al tavolo e saldo.
Si alzano dal tavolo dietro di me, la Tipa ha gradito e mi sta accanto. Volgiamo verso l'entrata del locale, dove liquido i colleghi di partito e resto solo con lei. Gli dico semplicemente di andare da me, lei accetta e prima che i suoi tacchi rimbombino sul selciato, mi sussurra ad un orecchio:
- Era una sera che volevo tu mi toccassi le cosce. Impazzivo nel vederti.
Le nostre ombre l'una vicina all'altra, si allungano sulle pietre arrotondate e la strada verso l'auto è nostra. Eccone un'altra dentro al partito che non mi farà rimpiangere da dove vengo.
Spero che quel pederasta di mio Fratello abbia finito con il suo amichetto nella casa in campagna. Mi darebbe fastidio incrociarlo lì. Si sa, le eccessive spezie mal si abbinano alla carne ed Io questa Puttana di partito me la voglio fottere ben – bene stasera. E perchè no anche domani? Vediamo quanto dura. Di sicuro impazzirà per i miei pettorali. 

Ogni riferimento a  persone, luoghi, fatti politici, perosonaggi, nomi o cose è puramente casuale.

lunedì 27 febbraio 2012

La tavola svuotata .


Ed una casa ghiacciata .

C'era una volta una sala da pranzo, dove un uomo ed una donna si sedevano a tavola per mangiare assieme. Il tavolo ben apparecchiato e pieno di vivande, calda la stanza, risate, gioia e calore umano accompagnavano i commensali .
Un giorno l'uomo si sedette al desco assieme alla sua compagna e pranzarono. Ma qualcosa non gli quadrò, invece del solito antipasto, primo, secondo, frutta e dolce, la compagna portò in tavola solo una misera minestrina appena scaldata. L'uomo rimase sorpreso e gli chiese cosa era successo, ma lei non rispose. Il Silenzio varcò la soglia e si sedette al tavolo, facendogli compagnia per tutta la durata del pasto.
Il giorno seguente l'uomo si aspettava di rifarsi una volta seduto a tavola, aveva un po di fame e di certo la sua amata l'avrebbe soddisfatto. Si sedette, notando che non era apparecchiato come negli altri giorni, solo un cencio lercio e sgualcito era buttato sul tavolo per servirvi la stessa minestrina del giorno prima. Alla compagna seduta alla sinistra le chiese se aveva bisogno di aiuto, ma anche stavolta il Silenzio, vestito del solo mantello etereo, entrò dalla porta e si sedette al desco per tutta la durata del pasto. L'uomo un po preoccupato guardò la compagna, le fece altre domande ma solo il Silenzio rispose. L'uomo aveva fame e si accontentò della minestrina, pensando "Tanto c'è questa bella stufa che riscalda".
Il giorno dopo quando fu orario di mangiare l'uomo entrò nella sala da pranzo, ma con sua grossa sorpresa non trovò ne i piatti sul desco, ne la tavola imbandita e ne tanto meno la tavola. Solo la sua compagna che teneva stretto al grembo un pezzo di pane da cui non voleva staccarsene. L'uomo le chiese cosa avesse, o come avrebbe potuto aiutarla, ma in quel preciso momento nella stanza entrò il commensale Silenzio e prese posto tra i due, rispondendo lui per la compagna. L'uomo più sbigottito che altro si tirò una sedia lontano dai due, si sedette vicino a dove era la stufa, ma con suo rammarico scoprì che era stata portata via. Andò in cucina, cercò nelle credenze vuote e vi trovò solo un pezzo di pane secco, lo prese e cominciò a mangiarlo a poco a poco, mentre Silenzio parlava per entrambi.
Il giorno a seguire l'uomo entrò nella stanza, ma della sala da pranzo non c'era più ombra. Ne piatti, ne tavoli, ne sedie, ne mobilio o stufa. Entrò un attimo nella stanza la sua compagna, gli tirò per terra un pezzo di pane e chiuse la porta a chiave. Lui le accennò qualche parola, ma proprio nel momento in cui si stava per chiudere la porta, il commensale Silenzio sgattaiolò dentro. Raccolse il tozzo di pane per terra con le sue gelide mani, lo porse all'uomo, mentre risa isteriche dall'altra parte della porta si allontanavano per la tromba delle scale.
L'uomo rimase perplesso ed infreddolito, la stufa era scomparsa assieme agli infissi delle finestre. Un'aria gelida entrava dai buchi ed i crampi da fame gli provocavano forti dolori all'addome. Mangiò il pezzetto di pane ammuffito ed un sonno di torpore misto a gelo lo assalì.
Quando si svegliò vide la stanza deserta, senza più niente. Solo il Silenzio gli faceva compagnia, mentre lui si sentiva stranamente leggero e senza più i crampi all'addome. Entrò in quell'istante la compagna, che in maniera furtiva tolse l'ultimo oggetto rimasto nella stanza, un orologio a muro. Lui provò a chiamarla, ma lei neanche accennò a rispondergli. Come se fosse stato etereo, la donna gli passò attraverso, dirigendosi alla porta, chiudendo a chiave quando ne uscì.
L'uomo rimase in compagnia del freddo, etereo e solitario Silenzio. Per far trascorrere il tempo cominciò ad aggirarsi per la stanza per tutta la notte. Gira, che gira, che gira intorno a quello che una volta era stato il posto del tavolo, i primi raggi del sole illuminarono la stanza. Con orrore l'uomo si accorse che la compagna aveva tolto anche la porta nottetempo e che in un angolo giaceva il suo corpo in avanzato stato di decomposizione con una addome incavato ed un viso svuotato come un uovo bevuto.
L'uomo si mise ad urlare dalla disperazione, ma non sentì nulla uscire dalla bocca. Voleva urlare e gridare, ma nulla di tutto questo poté farlo. Dalla porta entrò un topolino, piccolo ed impaurito. Riuscì a prenderlo e ad accarezzarlo. Il piccolo cuore gli batteva all'impazzata dalla paura, la gabbietta toracica si espandeva e raccoglieva come un mantice in miniatura. Lo spettro dell'uomo lo tranquillizzò, lo accarezzò e lui a poco a poco gli portò nella stanza dei piccoli bocconi. Lo spettro era grato all'esserino che si era preso cura di lui e cominciò a volergli un bene dell'anima. Ma i bocconi erano strani, amari, difficili da buttar giù, come se il topolino gli portasse gli avanzi di un desco avvelenato.

Il materiale audio e video appartengono ai rispettivi proprietari.

mercoledì 12 agosto 2009

Il carro dei buoi .

Una volta c'era un carro da portare in una posto ed il boaro decise di trainarlo con una triade di buoi. Alla partenza i buoi erano felici e contenti, si prometterono di tirare il carro assieme, di fare la strada aiutandosi l'un l'altro, di raggiungere la meta.
Alla prima curva, il bue di sinistra se la svignò alla chetichella. Restarono così in due a tirare. In due si fa per dire, perché il bue di destra iniziò a fare discorsoni sociali, pieni di principi e buoni propositi. Appena il bue di centro si volse a guardar la strada per non inciampare, l'altro si sciolse le redini e continuò a camminargli affianco senza tirare.
Il carro rallentò, ma la strada era sempre la stessa. Di chilometri se ne iniziarono a far di meno rispetto a quelli fattibili giornalmente in tre.
Il boaro iniziò ad infastidirsi del rallentamento. Prese a ringhiare, rumoreggiava sbattendo l'asta sulla cassetta, tirava calci, bestemmiava e si incazzava.
Il bue di centro vista la situazione non se ne preoccupò più del dovuto e continuò per la sua strada.
Le salite si susseguirono alle discese, la pianura era poca ma il carro venne trainato alla meta.
Appena giunti al posto il boaro scese dalla pensilina e tutto arrabiato si avvicinò al bue gridandogli:
Brutto disgraziato! Siamo arrivati in ritardo!

Il bue senza scomporsi di molto risponde:
Non lo vedi che son solo? Non mi ringrazi per averti portato a destinazione? Preferivi che tiravo le cuoia e ti bloccavi in mezzo ad una strada? O preferisci quello che ora hai di esser riuscito ad arrivare ?

Il villano, sorpreso dal parlare dell'animale, si ammutolì e non disse più nulla.

martedì 27 gennaio 2009

I crociati .

Elmo crociato di quasi 1000 anni or sono.

Tanto tempo fa, in una vallata ai piedi di alte montagne, viveva un popolo di semplici pastori in un villaggio.
Gente senza tanti grilli per la testa, qualcuno coltivava la terra, altri avevano il gregge di pecore, qualcun altro una bottega di artigiano per confezionare le cose semplici che potessero servire: qualche scarpa, dei piatti in coccio e del pane. Era gente semplice che non avevano una chiesa nella vallata.
Continuavano ad adorare gli dei insegnatigli dai loro genitori e dai genitori dei loro genitori: l'acqua, il vento, il sole ed il culto per i cari passati nell'oltretomba. All'aria aperta, su dei prati sotto il sole, la loro misticità non richiedeva profonda conoscenze filosofiche, ma semplici risposte a immediate domande: dove finivano i loro cari dopo la morte? E come poter chiedere un raccolto migliore?
Un giorno vi giunse un prete missionario, dai vestiti laceri, logori e lerci, in fuga da una giuria di cardinali troppo inferociti dai pochi risultati portati. Infido, dal lungo naso di topo, con gli occhi stretti ed allungati con cui scrutava ogni cosa, mentre un corpo provato dalla fame di molti giorni di fuga accompagnava uno sguardo bramoso di conquiste in nome di nostro signore.
Giunto per caso nella vallata, incalzato dagli inseguitori, con grande meraviglia scoprì la comunità. Spinto dalla fame e dalla bramosia, scese giù nel villaggio.
I villani lo accolsero come ogni straniero che si avventurava per la loro valle, e vedendolo in quello stato pietoso, gli offrirono del pane e del formaggio, insieme alla possibilità di poter dormire per una notte nella casa del capo villaggio.
Rifocillatosi e dormito finalmente non più sotto le stelle, il frate cercò il prete del villaggio per avere dei favori, ma con grande sorpresa scoprì che il posto non era stato evangelizzato.
Cercò in lungo ed in largo segni di una antica cristianizzazione, magari a furor di popolo rigettata, ma non trovò che qualche altare pagano dove in base alle mensilità si compivano i sacrifici rituali di animali, frutta e verdura.
La sua mente iniziò a ragionare, mentre camminava tra le case e scorgeva la discreta agiatezza che quelle persone avevano a disposizione con il loro lavoro. Contava i capi di bestiame e pensava come volgere a suo vantaggio l'aver trovato questi pagani non ancora cristianizzati ed i crociati che lo inseguivano.
I templari erano alle sue calcagna da mesi, con una bolla cardinalizia di scomunica per eresia, dato che si era macchiato del peccato di cupidigia, aver svuotato le casse del convento e aver sperperato tutti i soldi del cardinale.
Pensando e ripensando, l'uomo dal naso di topo giunse ad una conclusione: Sono inseguito dai crociati e qui risiedono dei pagani, non mi resta che far giungere qui i cavalieri convincendoli che sono stato condotto da nostro signore, per portare il verbo cristiano tra questi adoratori del demonio. In modo che i crociati abbiano da convertire i pagani e poter riacquistare credito presso i superiori.
Detto fatto, senza salutare nessuno per non dare nell'occhio, ri - prese la sua strada in senso opposto, per andare in contro a gli inseguitori.
Nel giro di neanche mezza giornata, incontrò i cavalieri andandogli incontro e gridando:
Figli di dio! Figli di dio! Cosa hanno visto i miei occhi cristiani!

Domandò il capitano:
Traditore di un frate, dimmi cosa hanno visto i tuoi occhi!
Un alcova di adoratori del demonio! A poche ore da qui, oltre quella vallata!
Il cavaliere, ancora fresco di giuramento e dalle poche missioni andategli bene, scese da cavallo e si fece spiegare per filo e per segno di cosa si trattasse.
Il missionario, comprese di aver stuzzicato la bramosia di quell'imberbe rampollo di dinastia rifiutato, diede così corda al suo racconto affinché potesse rimuovere questo abominio di pagani dalla faccia della terra e per i cavalieri vi potessero essere encomi e lodi.
Il giovane ufficiale non ci pensò due volte, dato che l'idea di passare una vita intera ad inseguire rinnegati per vallate non era la sua aspirazione, ma desiderava poter partire per la terra santa e coprirsi di lode ed ori per vantare un titolo per un ducato in Medio Oriente, ordinò a gli uomini di prepararsi all'attacco.
Nel giro di un paio di ore giunsero al villaggio.
Sulla vetta del passo della vallata, i crociati erano schierati in ordine da battaglia, gli elmi sul volto, i grandi scudi su un fianco, le pesanti armature addosso e la lunga spada sguainata. A ranghi serrati, scattarono al segnale del giovane capitano, caricando verso il villaggio.
I villani non erano tanto convinti di quello che stava accadendo, per cui sulle prime non ci fecero tanto caso a quello che stava accadendo in lontananza. Ma appena sentirono il rimbombo degli zoccoli dei cavalli, le urla di guerra dei cavalieri, nessuno più ebbe dubbi che una nube di vessilli bianchi dalle croci rosso sangue si stesse abbattendo su di loro.
Le donne ed i bambini iniziarono ad urlare, gli uomini corsero ad armarsi, ma tranne alcuni casi, quasi nessuno possedeva spade e lance, solo zappe, accette e qualche altro strumento rudimentale.
Stretti e compatti i valligiani attesero l'impatto dei cavalieri, finendo molti schiacciati dagli zoccoli dei cavalli. Mentre i ferri di cavallo calpestavano carne maciullata ancora calda, i crociati scagliavano fendenti che squarciavano vesti ed ossa.
Urla di dolore si alzavano da più parti e molti fanti dovettero cadere a terra prima di riuscire a disarcionare un cavaliere. Era stato il capo villaggio che con la sua spada di famiglia, era riuscito a mozzare le gambe ad un cavaliere e a buttarlo a terra.
Nel giro di mezz'ora i cavalieri ebbero la meglio sulla disorganizzata difesa del villaggio. Inebriati ed esaltati dall'odore di sangue, si diedero a bruciare le case. Torce lanciate al volo sui teti di paglia, incendiavano le stoppe, mentre urla di donne, vecchi e bambini squarciavano l'aria. Uscendo dalle casse in fiamme i vecchi venivano subito accoppati con fendenti che li trapassavano da parte a parte, mentre i bambini venivano afferrati. Tra le mani dei cavalieri o venivano soffocati, oppure ancora vivi gettati nelle fiamme, davanti a gli occhi inermi delle madri violate nelle loro intimità.
Gli uomini che erano sopravvissuti alla carica, erano feriti sul campo, impotenti sul poter fare ed incapaci di muoversi, mentre i loro padri erano scannati, le loro case incendiate, i loro figli sradicati dalla terra e le loro compagne violentate.
Gli scempi andarono avanti fino a sera tardi, quando la luce dei lugubri falò accesi sui resti delle case, lanciavano lunghe ombre sui cadaveri spappolati per terra. A quel punto, quando ormai anima libera non si vuoveva più per il villaggio, il gran capitano iniziò ad urlare “ Vittoria!”, mentre in eco i suoi uomini gli rispondevano “ Vittoria è stata fatta !”.
A quel punto il prete missionario, raccolto il suo crocifisso e benedetti quei crociati, diede ordine di raccogliere tutto il bottino possibile su dei carri: animali, derrate alimentari, le donne sopravvissute e gli uomini, insieme a tutto ciò avrebbe avuto un qualche valore, da poter successivamente scambiare con oro o argento ed ergere una croce.
Fu così che una lunga colonna di carri, bestie miste a valligiani ridotti come animali, prese la strada dell'addio alla valle, mentre una gigante croce di tronchi di quercia si ergeva nel centro della piazzetta con intorno tutte le macerie delle case ancora fumanti.

venerdì 31 ottobre 2008

Non è compito MIO .


Questa è la storia di quattro persone chiamate
OGNUNO, QUALCUNO, CIASCUNO, NESSUNO.
C’era un lavoro importante da fare,
ed OGNUNO era sicuro che
QUALCUNO l’avrebbe fatto,
CIASCUNO avrebbe potuto farlo,
ma NESSUNO lo fece.
QUALCUNO si arrabbiò perché era un lavoro di OGNUNO.
OGNUNO pensò che CIASCUNO poteva farlo,
ma NESSUNO capì che OGNUNO non l’avrebbe fatto.
Finì che OGNUNO incolpò QUALCUNO,
perché NESSUNO aveva fatto ciò che
CIASCUNO avrebbe dovuto fare .

domenica 20 luglio 2008

Il Ciclope addormentato alle pietre rosse .

Quando venne il turno per Gaia di creare la Sicilia, delegò il compito a Vulcano. Il dio essendo la sua prima creazione, desiderava realizzarla bene. Per farsi aiutare nell’impresa forgiò un Ciclope di ferro e massi, dato che le cose da fare erano tante e aveva bisogno di aiuto.
Vulcano ed il Ciclope costruirono per intero l’isola, senza risparmiare nulla, ne forza e ne volontà, ne doni e ne meraviglie. Vedendo che il lavoro riusciva bene, Vulcano decise di edificare la sua officina nell’isola e costruì l’Etna. Visto il buono e servile lavoro fatto dal Ciclope, il dio decise di costruirgli una sua fucina personale, così che gli creò l’isola di Vulcano.
Giunta all’altro capo dell’isola la notizia di un’ isoletta tutta sua, il Ciclope tutto contento iniziò ad incamminarsi verso la sua futura dimora. Ma la creatura fu costruita male e troppo sfruttato nei giorni addietro, Vulcano lo impiegò in eccessivi lavori, dove ingenti energie furono consumate.
Lungo il sentiero verso la sua futura dimora, il Gigante iniziò a sentirsi male. Più proseguiva per la meta e più sentiva le forze venirgli meno, le gambe diventare sempre più dure, stanche. Camminava con difficoltà.
Arrivato in prossimità di Messina, le gambe lo abbandonarono, costringendolo a sdraiarsi per terra. Non ebbe il tempo di adagiarsi, che cadde per terra scuotendo l’isola per intero. Gli arti lo abbandonarono, immobili, morti, ma la volontà di raggiungere la sua meta non lo abbandonò, ed iniziò così a strisciare per terra.
Terremoti su terremoti si avvicendavano ad ogni spanna coperta. Le su possenti braccia, trascinavano il suo grande corpo, ormai in sfracello e decadimento.
Arrivato a Milazzo, non riusciva quasi più a trascinarsi dietro le gambe in roccia e pietra, piene di terra. Nello strisciare per terra, mucchi della migliore terra siciliana gli si erano attaccati sugli arti morti, ora diventati enormi.
Mancava poco per raggiungere la meta, doveva giungere al primo scoglio delle Eolie, il Capo di Milazzo e poi il gioco era fatto. Ma un piccolo lembo di mare separava l’isoletta dalla terra ferma. Raccolte le ultime forze, il Ciclope sprofondò nel mar Tirreno per raggiungere a nuoto il Capo. Appena le sue gambe morte ricolme di terra toccarono il mare, si liberarono subito del peso, così che dove prima era mare, ora era terra. La lingua di terra che il Ciclope si lasciò dietro per arrivare al Capo, divenne una vasta pianura, fatta della migliore terra sicula ed infusa della forza del Ciclope.
Le forze, lo abbandonavano sempre di più, ogni metro che lo avvicinava alla sua dimora erano le sue forze che lo abbandonavano per sempre. Per guadare l’ultimo tratto di mare, perse tutte le forze, ed arrivò sfinito al Capo di Milazzo non riuscendo più a strisciare oltre.
Preso dallo sconforto della vita che lo abbandonava e di non poter raggiungere la sua dimora, appoggiò la testa su un masso, in modo da poter vedere in lontananza l’isola di Vulcano.
Mentre con l’occhio stappava l’isola per portarla a se, le possenti mani afferrarono e si saldarono sulla terra e le rocce. Con gli occhi fissi sul’isola di Vulcano, il ciclope spirò l’ultimo alito di vita.
Dalle gambe striscianti nacque la piana di Milazzo, dalla sua schiena ne risultò il Capo di Milazzo. La testa formò la località Pietre Rosse, mentre le sue dita ancora oggi stringono i massi per l’ultimo salto che lo porterà alla sua dimora promessa, l’Isola di Vulcano.

venerdì 11 aprile 2008

Il Babbo, l'asilo ed il figliolo.

Giovedì 27 marzo una persona a me molto cara mi ha raccontato una favola che rimarrà per sempre nel mio cuore, ve ne voglio rendere partecipi:

Tanto tempo fa, in un paese lontano c'erano un padre ed un figlio. Entrambi dovevano recarsi in una città vicino per far compere e per il viaggio decisero utilizzare il loro somaro.

Presa la bestia dalla stalla, salito il figliolo sul dorso della stessa, prese le rendini in mano dal padre, il terzetto partì ala volta della cittadina.

Usciti dal paese, la strada attraversava dei campi coltivati, dove laboriosi contadini lavoravano. Uno di questi, fatta una pausa al sole della prima mattina, vide passare il terzetto ed esclamò:

- Figlio ingrato, lui seduto comodo sull'asino, mentre il suo vecchio papà è costretto a camminare.

Al che, il figliolo risentito dalla frase, si rivolse al suo Babbo dicendo:

- Babbo, sali un te sul somaro! Ora cammino un pò io.

Detto fatto, i due si diedero il cambio ed il viaggio proseguì.

Fatta un altro po’ di strada, furono visti da altri villani che zappavano nei campi a bordo strada. Uno di questi nel vedere la scena sbottò:

- Che padre ingrato a far camminare il suo povero figlioletto a pedi, mentre lui sta bello seduto.

Nel sentire queste parole il padre restò un po’ male. Ma gli venne un’ idea e la disse subito al figlio, senza pensarci tanto su:

- Figliolo!

- Che c’è Babbo?

- Mi è venuta un’idea: Perché non saliamo entrambi in sella al ciuchino?

- Ottima idea!

Rispose il figlio voltandosi, e senza farselo ripetere una seconda volta, si fece posto dietro al padre sulla schiena del ciuco.

Percorso un altro tratto di strada e giunti in una nuova contrada, il terzetto fu visto da dei nuovi villani, che a vedere i due sul somaro, esclamarono a gran voce:

- Miserabili! Guarda come sfruttano quel povero ciuchino! Lui poverino deve camminare e portarsi quei due fannulloni di sopra.

Portate dal vento le parole alle orecchie dei due, entrambi si guardarono prima l’un l’altro, poi il ciuchino e si dissero:

- Proseguiamo a piedi!

Detto fatto. Scese prima il figlio, poi il padre e continuarono a piedi sulla strada sterrata.

Era l’ora di pranzo ed erano quasi arrivati alle mura della città, quando da bordo strada, un villano nel guardarli disse:

- Ma guarda questi due cretini, si sono fatti il viaggio a piedi senza usare l’asino. Il ciuco è bell’è riposato e loro sono distrutti dal viaggio.

Padre e figlio divennero rossi in volto dalla vergogna, prima si guardarono in faccia imbarazzati, senza aggiungere una parola, varcarono la soglia del portone della città, mentre alle loro spalle la bestia ragliava a gran voce.


giovedì 13 marzo 2008

L’angelo caduto ed il diavolo cacciato .

...l'uomo separato, emerso e spaesato, teso alla ricerca di unita', diviso tra il desiderio del cielo e l'attrazione naturale della terra; tra questi estremi prigioniero e' il nostro umano, dove angeli e demoni si incontrano...

Una sera di un freddo inverno, che ancora doveva arrivare in un paese lontano, ma simile ai luoghi più cari dove ciascuno di noi è cresciuto, la luna era alta nel cielo stellato .

Durante una scarica di terremoto, si aprì una faglia nel terreno e Lucifero vi fece capolino. Con occhi gialli, dalle pupille iniettate di male scrutò la campagna intorno, nulla di nuovo, strano o diverso. Sul ramo del noce in fondo alla vigna, il fattore si stava impiccando per debiti, nella cascina oltre il fosso, il contadino picchiava la moglie perché erano poveri e lungo la strada per la città il brigante derubava il viandante di ritorno dal lavoro.

Sembrava una tranquilla serata di male, dove ogni cosa filava liscia per il suo verso cattivo, Satana volse lo sguardo in cielo per vedere il cielo da cui fu allontanato e poi tornò a scrutare la terra quando si accorse di una cosa. Gli occhi gli si spalancarono, Le pupille sgranate e la vista mise a fuoco una cosa strana, inconsueta, inaspettata. Su di un ramo di ulivo, illuminato da un raggio di luna trapelato dalle nubi, era seduto con le gambe a ciondoloni una cosa strana. Sembrava un angelo che dondolava le gambe e guardava per terra, ma gli mancava qualcosa. Non capiva cosa. Si fermò a guardarlo attentamente e notò che le spalle gli tremavano e sanguinavano. Non aveva le ali! O meglio gliele avevano strappate e perdeva sangue!

- Per tutti i diavoli dell’inferno!

Urlò il Diavolo sbattendo lo zoccolo per terra.

- Un angelo caduto sulla terra! Quei maledetti lassù perché lo avranno mandato sulla terra? Per rovinarmi la piazza? Questa è una serata di perfetto male e questa è una mina vagante di bene, devo mandare subito un altro diavolo per controbatterlo.

Guardando il cielo e stringendo i pugni verso di esso, gridò a tutto fiato:

- Portatemi la diavolessa che ha amato. Subito!

La portarono al suo cospetto, aveva lo sguardo incuriosito, muoveva gli occhi per capire cosa succedeva, ma era impaurita. Lucifero le disse fissandola negli occhi:

- Se i tu la diavolessa troppo irrequieta per l’inferno? Sei tu quella che si è fatta permeare dal sentimento dell’amore per un mortale?

- Si, sono io.

Appena terminata la frase, il Diavolo capì che non era fatta per il posto, le tolse il tridente e rimossa la coda le disse prima di sbatterla su:

- Vedi quel raggio di luna che illumina quell'angelo dalle ali strappate? Seguilo e fai in modo che non coopti troppa gente a favore di chi mi ha buttato da lassù.

Finita la frase, la Diavolessa fu scaraventata fuori, mentre la terra tremava nuovamente e la terra si chiudeva alle sue spalle. La Diavolessa guidata dalla luce lunare, si avvicinò all’angelo e gli chiese:

- Perché sei finito sulla terra, angelo dalle ali strappate?

L’angelo rispose, con un filo di voce:

- Mi strapparono le ali, perché ero pieno di rabbia, e la rabbia accumulatasi mi si trasformò in ira. A noi angeli non è concesso provare sentimenti cattivi, da esseri infernali. Per cui il mio arcangelo, vista al mia disobbedienza con le sue stesse mani mi strappò in un sol colpo le ali. Il dolore mi accecò, perdetti i sensi. Mi rimase un barlume di coscienza per sentire le voci dei miei amici trascinarmi per terra come un cane, ancora moribondo dal dolore, e buttarmi giù. Capita. E tu perché sei qui?

Il diavoletto, incuriosito dalle ali strappate e dal tremare per il freddo dell’angelo, rispose con un sorriso:

- Sono finita qui perché mi sono permessa un sentimento a noi diavoli non concesso: l’amore. Una sera incontrai un ragazzo per la strada, presi le sembianze di ragazza per avvicinarlo e portarlo dalla mia parte, al male. Iniziai a conoscerlo. La prima sera ci incontrammo, la seconda volta ci vedemmo e la terza sera uscimmo. Man mano che i giorni si facevano settimane, e le settimane in mesi iniziai a conoscere i vari lati di questa persona. Mi piaceva come parlava, atteggiava, ero attirata dal suo modo snob di trattare le persone, sicuro, senza tentennamenti, da duro, iniziai a sentire uno strano sentimento in cuore.

L’angelo gettò una battuta:

- Decisa nelle tue cose, direi che ti eri innamorata..

- Ci hai azzeccato. Una sera non sapendo lui con chi uscire mi chiamò. Ero tutta felice, ma avevo perso di testa il motivo per cui ero lì: lo dovevo portare al male. Ci incontrammo e ci amammo. Giacemmo intimi, ma più che altro nascosti, celati, come a non voler intaccare l’immagine di lui. Avevo il cuore colmo di gioia, avevo attenuto quel che volevo: lui, ma non era quello di cui avevo bisogno, perché tornando nel mio cerchio di dannati, fui fortemente umiliata dal mio capo. Lo avevo conquistato, si, ma non lo avevo portato al male. Questa storia andava avanti da troppo tempo senza risultati e avevo fatto troppe scemenze pur di conquistarlo, senza esser riuscita ad ottenere quello che volevo.

Il racconto fu nuovamente interrotto:

- Lui ti chiamava solo per farlo ? Perché alla fin fine ci stavi bene…

- Sempre frecce avvelenate dai te? Più che un angelo dovevi essere un Puttino. Quando ami qualcuno ma non sei ricambiata, arrivi a fare scemenze, quasi ad umiliarti pur di conquistarlo.

- Ma allora per che cazzo lo hai fatto! Ma chi ti costringeva a farlo!

- Io come una scema lo raggiungevo, non riuscivo a dirgli di no, mi illudevo che capiva di amarmi. Ma poi trovò di meglio e smise di cercarmi. Gli altri diavoli scoprirono il mio gioco e mi gettarono fuori dai cerchi dei dannati. Adesso, dopo aver perso tutto, mento a me stessa dicendo che me lo scorderò.

L’angelo non disse nulla per molto tempo, poi prese la mano di lei e la strinse nella sua:

- Non sono ne un santo, ne il bene puro. Ora sono solo una persona con i suoi pregi e i suoi difetti, non ti posso promettere nulla, ma posso provarci nelle cose. Scordati del passato e non pensarci più, vivi il presente, perché tu mi piaci. Ma ti avverto, se mi lasci anche per una sola volta, mi lasci per sempre.

La Diavolessa strinse ancor di più la mano dell’Angelo ed aiutatolo a scendere dall’albero si incamminarono verso la strada. Mentre i primi passi scricchiolavano sulle pietre del selciato, lei disse:

- Se dovessi cadere, sorreggimi, ma soprattutto parlami un po’ più di te.

- Ci proverò.

Rispose lui con un tenero sorriso, mentre l’aurora si faceva strada nel cielo e abbracciati l’uno all’altro i due camminavano.

Dedicata ad una persona speciale..