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lunedì 23 luglio 2018

Furbizia

Berti, una vita trascorsa a celare la furbizia con l'intelligenza.

domenica 13 agosto 2017

Catene .

Numerose le maglie .
Ci sono catene che imprigionano, catene che delimitano, catene che legano. Catene fatte per tirare, picchiare, scassare e quant'altro. Ogni catena è fatta di anelli, assemblato l’uno all'altro in modo da dare continuità e formare un filo.
Una catena può essere un ragionamento, fatto di tanti pezzi che si legano per raggiungere un senso una volta allineati. La mia catena è la mia famiglia, il rapporto con i miei.
Stamattina l’urlare di mia madre che non trova le sue medicine; ok ieri sera ho messo disordine nell'armadietto farmaci mentre cercavo un blister di compresse. Avevo comprato delle bentalan qualche mese or sono per curarmi. Finita la terapia, le compresse avanzate le avevo messe nell'armadietto per trovarle all'occorrenza.
Ieri notte, in preda al dolore alla spalla, cerco il farmaco avanzato. Alle due di notte rovisto nello scaffale e non trovo le mie pillole. Ho bisogno di qualcosa per sedare il dolore e del pacco neanche l'ombra. Trovo delle fiale da iniettare, ma l'idea di spararmi una puntura con un arto macilento non mi prende molto.
Riparto dalla ricerca, esco fuori tutto fino a quando non trovo qualcosa di più consono. È fuori un armadietto, la spalla fa solo male e sono senza sonno da giorni per via del dolore,  assieme ad una generosa dose di stanchezza da lavoro.
Trovo un pacco di deltacortene; preso. Un sorso di acqua e via, obiettivo raggiunto. Resta una montagna di confezioni da sistemare, prendo a manciate di scatole nelle mani fino a richiudere bene lo sportello.
Le urla di mia madre che non trova le sue pillole della pressione, sono la sveglia odierna.
Io le benatalan le ho comprate, pagate e conservate una volta finita la terapia. Dov'erano quando ne avevo bisogno? Probabilmente saranno servite a qualcuno per curarsi, bene, benissimo, abbiate la delicatezza di dirlo in modo che quando uno ha bisogno sa come comportarsi e non doversi ritrovare informato dei fatti a cose fatte. Questa catena di ragionamento di informare a cose già fatte è una dinamica che si è ripresentata in altre occasioni. 

mercoledì 12 marzo 2014

La morte non è niente.

Narcissus tazetta L. a Capo Milazzo .
Finalmente un balsamo lenitivo per un profondo lutto che mi ha segnato e provato. Si può uscire, si può continuare a vivere.

La morte non è niente.

Sono solamente passato dall'altra parte:
è come fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
Quello che eravamo prima l'uno per l'altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare;
parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce, non assumere un'aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano
quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima:
pronuncialo senza la minima traccia d'ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
è la stessa di prima, c'è una continuità che non si spezza.
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall'altra parte, proprio dietro l'angolo.
Rassicurati, va tutto bene.
Ritroverai il mio cuore,
ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami:
il tuo sorriso è la mia pace. " .

Henry Scott Holland

martedì 17 settembre 2013

Sugo con i galletti..

Perso per un Adolescente di 37 anni.
Mattinata impegnata, pulisci stanza ed annesso balcone, stendi la lavatrice e fanne partire un'altra, sistema e manutenziona l'attrezzatura per funghi, metti sul fuoco un sugo con i galletti ed aspetta che termini la cottura .Raggiunta la consistenza, spengo il fuoco e tra me e me mi dico: Oggi gran pranzo.
Esco in bici in quella che considero l'ora d'oro, riuscendo a sbrigare biblioteca comunale, orologiaio, meccanico bici ed infine posta. Non  mi sembra neanche vero.
Torno a casa, a tavola oggi si va alle 13. Prendo la discesa del condominio, giro ed appena nel campo visivo entra il garage dei miei, mi si gela il sangue. L'auto dell'Adolescente è parcheggiata davanti. Penso tra me e me, si evolve, ha lasciato lo spazio per far entrare le bici nel box, non esser pessimista Fà.
Poso il velocipede e calo la serranda. Salgo le scale, ma prima di impegnare il portone condominiale allungo l'orecchio per sentire le eventuali urla provenire dalla cucina prospiciente la corte; come dire il campanello d'allarme che ti avvisa se in casa qualcuno è particolarmente incazzato e quindi meglio andarsene. Silenzio, già mi pregusto la pasta con il sugo dei funghi.
 Entro in cucina, saluto tutti e mi siedo al desco. Appena metto il formaggio sulla pasta e constato con gioia che sono tagliatelle, inforco il cucchiaio e mi arriva una ventata di urla piene di rabbia da parte dell'Adolescente al capotavola; l'argomento è una questione condominiale riguardante una casa che non è neanche di sua proprietà. Il pater familias ormai chiuso nel suo autunno annuisce con consuetudine e la mater cerca di tirare il discorso su altre argomentazioni, quali leccornie appena comprate.
Provo a innestarmi sul discorso materno ed ignorare il resto, ma mi arrivano nuove salve di urla con rabbia sempre per un comportamento da imporre alla compagna circa la questione condominiale.
Palle piene.
Mi alzo e vado nella stanza, chiudo la porta, accendo la radio e mi metto a scrivere.
2 palle le cose che si ripetono oltre la normale .

venerdì 2 agosto 2013

Sogno .

Scorcio di un pezzo di Montagnetta che non ci sarà più.
Era il 03 Marzo del 2011 e scrivevo:
Stanotte ho sognato si esser nella montagnetta, riunione di famiglia. Ho avuto un attacco feroce di rabbia, dove il germanico aveva il suo solito modo di fare nel vincere e convincere Angela. Mi sono alzato dal tavolo ed ho denunciato il suo modo di fare. Ora non ricordo molto, la rimozione si è portata pezzi di memoria.

martedì 25 settembre 2012

Sindrome da sacca di Stalingrado.

 


Durante la seconda Guerra Mondiale, tra la Germania Nazista e la L'Unione Sovietica, si scatenò una lotta all'ultimo sangue per la conquista della città che portava il nome di Stalingrado, oggi Volvograd.
Più che un fatto strategico, per il leader della germania Nazista, Hadolf Hitler, era un cipiglio di propaganda l'occupare la città con il nome del nemico. A seguito di numerosi e cruenti scontri armati, La Wermacht riuscì ad occuparela città, ma la conquistà si rivelò una trappola mortale.
Attaccando e sfondando i fianchi dello schieramento avversario, i sovietici riuscirono ad accerchiare il grosso dell'armata tedesca all'interno dei resti della città di Stalingrado, dove ebbe inizio un lento stillicidio dei militi, per gelo, fame e combattimenti .
Immaginate di trovarvi in in un nucleo familiare, i cui vari componenti ad un certo punto, senza un apparente motivo, iniziano a trattarvi ostilmente. Discussioni che si susseguono, argomenti via – via più duri e difficili da trattare, quasi tabù. Un costante logorio discorsivo dove l'obiettivo è sopraffare l'altro. Pensate di trovarvi in questo contesto non per 1 anno, ne per 2, ma per 27 anni consecutivi.
Fate in modo di ritrovarvi da solo e da solo trovarvi a combattere contro quelli che vi stanno attorno, schierati secondo un modello consolidato di partigianato: Madre per il figlio e quindi di conseguenza anche il padre appresso alla madre per il figlio, siete accerchiati.
Immaginate di trovarvi a dover discutere con il figlio e di ritrovarvi accerchiato dal resto della famiglia, con il padre pronto a caricarvi come un T34 sovietico che transita sopra i fanti della Wermacht. Siete ridotti in pontiglia nella neve nelle migliori ipotesi, se no vi ritrovate spezzato, rendendovi conto di esser ridotti in pezzi e vi sentite come morire dentro.
Immaginate però di ricomporvi pezzo a pezzo l'indomani, per trovarvi nella stessa situazione del giorno precedente: venite attaccato, lo schiaeramento è lo stesso, siete circondato ed alla fine vi carica il padre come un T34. Voi lo maledicete ogni maledetto giorno, perché andate in pezzi come una statua di ghiaccio.
Fortuna che poi è finita. .

mercoledì 26 ottobre 2011

Lutto.


Poco fa pensavo al possibile funerale di un mio familiare, alla faccia che avrei fatto: impassibile, per me era morto tempo fa.
Mi dico a che pro ri-piangere qualcuno, quando hai già pianto la morte di una persona? Se ne è andato quando ripetutamente gli chiesi aiuto, dal basso del mio esser ridotto in poltiglia per terra, mentre a suon di propaganda di fanfara dell'armata rossa mi passava di sopra, come un carro armato sovietico sopra ai militari tedeschi .



martedì 19 luglio 2011

Lettera .

Di Manfredi Borsellino .

Qui di seguito riporto il link del testo della lettera di Manfredi Borsellino. Oggi è ancora il 19 Luglio e sono passati 19 anni da quell'inferno.

Link

Una frase mi ha colpito, figlia di quel dono che Paolo Borsellino fece al figlio che fu la sua lucidità nel trattare gli eventi umani, dando un spazio ponderato alle cose, senza grossi eccessi. La riporto di seguito:

E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata
in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e
molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta.

C'è qualcuno su questa faccia della terra che nonostante abbia ancora il padre e la madre, non gli può dire che tutto è stato più difficile senza aver ricevuto forza e praticamente 1 dei 2 non ce l'ha fatta. Capita..

L'immagine appartiene al rispettivo proprietario .

giovedì 24 marzo 2011

San Giuseppe .

Si fece prima la sua barba .

L'altro giorno ero al telefono con un "cugino", guarda caso di nome Giuseppe. Si parlava di cosa si fa, cosa non si può fare e dei vari problemi nella vita. Vuoi per la telefonata, vuoi per la persona, vuoi per il nome, mi venne in mente il proverbio:

San Giuseppe si fece prima la sua barba e dopo la fece a gli altri.

Questo proverbio, ripetutomi ciclicamente in ambito familiare, mi diede ai nervi e tutt'ora mi da ai nervi, vuoi per un egoismo latente mal celato dalla bella parata esterna di riferimento alla religione cristiana con il al Santo, vuoi per un parlare a slogan figlio di propaganda totalitarista, vuoi per un ripetere le cose che soggettivamente mi da fastidio.
Dopo questo flash mi sono ricordato che un paio di minuti prima della telefonata mi ero appena sistemato la barba con schiuma e lametta. Li per lì mi venne un aggiustamento della frase:

Giuseppe prima si fece la sua barba, dopo se avanzava lametta e schiuma gli fece la barba a gli altri, sempre se ne avanzava.

Ora questo proverbio ripetuto a tamburo battente in ambito familiare, con le dovute correzioni ha maggiore senso, è meno fastidioso, è meno ipocrita e più aderente alla realtà.

mercoledì 19 gennaio 2011

Un modo di fare da.. .

Mentre ero nell'ingresso di casa di M&A e finivo di raccogliere le cose per andarmene a lavoro, sento bussare alla porta dell'entrata. Colpi secchi e precisi, come di un ufficiale che si annuncia ad una dimora da verificare.

Mi sorge un dubbio: Non è che saranno?... Minchia i Carabinieri! E che vogliono questi?

Passato il trip mentale, domando:

  • Chi è?

    Risposta telegrafica:

  • Coso2, apri!

    Avrei preferito i primi.

    Con lo scaldacollo ritto sulla testa a cappuccio di Devid lo gnomo, apro la porta un po contrariato per il comando ed un po infastidito dal vedere.

    Si pone al luscio il Coso2, mentre alle spalle spunta Cosa. Mi sono sentito tra due fuochi e mi son detto:

  • Che faccio? Do retta a questo fuoco crociato di rotture psicotiche dell'Io o li lascio cuocere nel loro brodino?

    Vince la seconda opzione. Mentre mi masturbo mentalmente sul da farsi, il Coso2 vista Cosa entrare nella stanza ed avvicinarsi, si proietta a salutarmi con un abbraccio ed un bacio, domandandomi con una facciata di forse preoccupazione:

  • Ciao Fabio, come stai?

Risposta mia, volgendo lo sguardo a terra da un altra parte:

  • Bene, grazie, tu?

    Silenzio.

    Con le palle gonfie del solito modo di fare, mi prendo le mie cose e saluto genericamente a tutti. Coso1 mi segue sul pianerottolo cercando di dirmi qualcosa, ma per me farfuglia frasi sensa senso. Aspetto l'ascensore, ma è al terzo piano, sento il Coso1 che vorrebbe avvicinarsi, ma la semplice idea del contatto fisico mi fa venire il voltastomaco. Imbraccio la valigia e guadagno le scale del palazzo.

    Saluto con gioia da liberazione da una cella l'aria della corte ed il cielo azzurro sopra di me, ma sento farfugliare Cosa dal balcone della dimora. Altre frasi, a cui non voglio dare troppa attenzione. Sento farfugliare alle spalle, capisco solo "Ciao", manco mi giro, alzo la mano e la muovo a palmo aperto. Rompetevi il culo tutti quanti.

    In pratica è andata in rappresentazione la solita scenetta teatrale: Il Coso2 vedendo o i 2 Affittavoli o Coso&Cosa, si protrende verso uno spirito superiore fraterno, come di colui che è interessato a chi ha davanti, quando i pupi sopradetti non ci sono, se ne esce con frasi del tipo:

  • Ma che vuoi?

  • Ma ancora qua in casa sei?

  • Alessandra non deve dormire nel mio letto.

  • Ma quando te ne vai?

    Ma se ne vada a fare in culo lui ed il suo modo di comportarsi da Strozzino Giudaico: Se ha interesse da tutelare fa la bestia piena di fiele altruistico, se non ci sono i pupitti a guardare fa lo Strozzino e raschia ogni briciolo di carne dalle ossa per poter arraffare il maggior vantaggio possibile.

giovedì 21 ottobre 2010

Mezza...

Sega...

Il simbolo ricorda quella della “SEGA”, nota casa di produzione console giapponese degli anni ottanta e novanta del secolo scorso, ma il post non si riferisce ai videogiochi, vorrei solo fermare un momento, scriverci sopra, dargli una immagine e metterlo nel dimenticatoio.
Era la mattina del 22 Luglio, ero in stanza in uno stato di rincoglionimento totale, dato che tra i miei alti e bassi, quella mattina ero proprio in fase Down. Aggiungo che erano appena trascorsi 21 giorni precisi – precisi dall'ultima sfuriata di mio padre sulla mia vita, sulle mie scelte, sul Blog, sul lavoro (che iniziava), sull'università (ferma) sulla mia vita che a suo avviso è “persa”.
Per cercare di ricomporre i pezzi ero seduto al PC, come al mio solito cerco di svuotare la mente o giocando al PC, o scrivendo, o cercando di parlare con i cari, guardando foto, immagini, filmati, ascoltando musica .
Di punto in bianco mi ritrovo un Coso in stanza che urla, grida, impreca, mi insulta dandomi dalla mezza sega (vedi immagine), al fallito, passando per il coglione.
Oggi ripensandoci mi viene da riderci su, ma vivere quel momento non è stata la fine del mondo, dato che sembrava di essere sopra una lancia di 3 metri e mezzo in vetroresina in mezzo al mare forza 6.
L'ho lasciato parlare e discutere, appena ha toccato l'argomento Alessandra (su come lei potesse stare con un fallito come me), mi sono incazzato come una bestia.
Come un cane a cui qualche passante di merda prova a dare un calcio alla compagna, sono scattato ed ho iniziato a mordere. Dovevo avere un volto davvero terrificante, dato che ho finalmente sciolto la lingua cominciando col dire che il Coso non si doveva permettere mai più di tirare merda su di lei, che con tutto questo porcile del Coso, Sandra non ci entra proprio nulla e che già si sono permessi di pensare di poterle tirare merda di sopra uscendosene con la felice scelta della Cosa: voi non vi dovete vedere più qua. Ma questa è un' altra storia e magari un altro Post.
Il fatto è che da quel giorno ho cominciato a chiudermi in me stesso in casa, scambiare il minimo possibile di parole e facendomi la mia strada, aggiungo pure che se veniva nei pressi l'eterno adolescente raccoglievo bagatte e bagattelle e me ne andavo via. In pratica la chiamata a lavoro per 1 mese ed oltre per me è stata una liberazione, dove mi hanno pure pagato.
Oggi (venerdì 10 Settembre 2010 ) torno in una casa vuota dei Cosi e a dimensione umana, dove se uno decide di dormire, lo può fare senza esser svegliato di soprassalto.

venerdì 10 settembre 2010

Impietosire .


Premessa: Il post è pubblico e chi lo vuole può leggerlo, nessuno ti obbliga a farlo. Se decidi di leggerlo è una tua scelta personale di cui io non sono responsabile, dato che puoi pure voltarti dall'altra parte, magari andandotene in un altro indirizzo ed ignorare ciò che vi è scritto.

Se hai fatto la tua scelta ed hai scelto di proseguire, non mi resta che augurarti una buona lettura .

Sabato 17 Luglio 2010 ero in stanza che facevo il punto della situazione se raggiungere Alessandra a Palermo oppure no. Ad un certo punto della mattinata arriva una telefonata dai nonni: si è rotto un tubo nel bagno allagandosi la stanza, mentre l'idraulico “preferito” dal nonno è all'opera per risolvere il problema (con modi ed operatività tutti suoi e discutibili).

Sento arrivare una moto, penso tra me e me: Riccardo? No Claudio. Lo riconosco dal' abbanniata dalla corte, tralascio i particolari perché in sintesi l'idraulico aveva chiuso il rubinetto dell'acqua di sopra dove è ospite dei nonni.

Vedo mia madre farsi terrea in volto, coopta mio padre e lo manda al Capo a dare una mano alla nonna, mentre io mi metto in disparte e ragiono tra me e me.

Mentre lei si accende una sigaretta e si siede sulla sedia di vimini che Claudio si divertiva tanto a lanciarmi contro e che riuscivo a schivare sempre all'ultimo momento, mi sono commosso nel vederla. Sola, con la sua sigaretta accesa, presa dai suoi pensieri. Mi sono detto tra me e me: la situazione si potrebbe benissimo alleggerire, basta solo considerare il fatto che Claudio è Ospite a casa dei Nonni e che fino a prova contraria Il Nonno e la Nonna sono i proprietari dello stabile e possono fare quello che gli pare e piace, decidendo pure quale idraulico far venire per le riparazioni.

Preso da una forte emozione di sentimento di affetto e pietà verso la condizione di mia madre, ho fatto un primo passo in sua direzione (ero dall'altra parte della cucina). Fatto il primo passo i due sentimenti da che avevano medesima intensità hanno visto prevalere la pietà sull'affetto.

Il secondo passo è stato fermato dai toni sempre più forti di una pietà dalle tonalità cupe che si faceva strada.

Poi un terzo sentimento si è fatto strada l'assurdità della situazione e la follia che regna sovrana in casa dei miei, per cui mi sono detto in un battito di ciglia: Ma se io condividessi questo concetto sgravante con mia madre, non rischio per il sistema di rete sociale familiare di essere frainteso? Cioè per dargli una mano e dirgli guarda che non te la devi prendere troppo, dato che la casa è ancora di tuo padre e decide lui a chi chiamare per la manutenzione, rischiavo l'altra interpretazione dei fatti: tu ce l'hai sempre contro tuo fratello (l'eterno dualismo e fratello contro fratello che i miei cavalcano) e non puoi sopportare che stii alla casa al Capo (a me solo questioni sociali e morali ed un grazie per non avermi dato manco una buccia di fava per pagarmi 3 anni di terapia).

I passi sotto il peso di questi discorsi fritti e stra-fritti si sono fermati, le suole delle scarpe si sono inchiodate sul pavimento, un piccolo soffio di vento esterno che ha mosso le foglie del potus sul davanzale mi ha ricordato: VITA. Mi sono detto: Vattene a fanculo io vado per la mia strada e sguazza nella merda che ti sei cresciuta.

Ho fatto i bagagli ed alle 11:20 ero alla stazione con un biglietto in mano per Palermo.

PS: Un grazie al migliore amico dell'uomo per avermi donato l'immagine dell'impietosire .


L'immagine appartiene al rispettivo proprietario

venerdì 25 giugno 2010

Nonna .

La nonna (1889) GIORGIO KIENERK .
  Il dito premeva quel campanello sul muro grigio, c'era la paura di prendere la scossa, perché non sapevi se il nonno l'aveva riparato. Lo scatto della serratura era il preludio all'apertura del pesante portone di legno, che rientrava sotto la spinta della mano paterna.
La corsa per la corte fino alle scale di pietra umida, mentre la manina afferrava e scorreva sul legno del passamano, mentre le corse per le due rampe di scale provavano il tuo fiato.
Sul ballatoio ti salutava il pendolo con il suo costante ticchettio, mentre tutto contento saltellavi per le mattonelle di terracotta del salone compiacendoti di far tremare i vetri delle finestre al tuo passaggio. Camminavi fino in fondo alla stanza ed allungavi la manina per girare il pomello in ottone della gialla porta lignea.
Entravi nella stanza e gridavi: Nonna! Nonna! Nonna ed una voce fievole dal fondo della stanza ti chiamava: Fabio. E tu correvi ad abbracciarla e baciarla in quella stanza che profumava di lavanda e saponetta, nel chiaroscuro della stanza la gioia del rivedersi era coperta ad occhi indiscreti dalla tenda fatta dalle sue piccole, nervose e tremolanti mani di lei.

L'immagine appartiene al rispettivo proprietario.

venerdì 9 aprile 2010

Discorsi .


Prendete due persone che non si parlano da molto tempo e lasciate che l'occasione permetta che si incontrino. Magari in una casa vuota dove prima c'erano i genitori ed ora non ci sono. Lasciate che una di questa persona inviti l'altra a prendersi un caffè, magari visto l'orario un decaffeinato. L'altro chiede se c'è dell'orzo e voi per la prima volta lo provate a cucinare, forse sarà buono.
Vi mettete a parlare entrambi, ma già dalle prime battute c'è qualcosa che non vi quadra: voi parlate di lati umani doloranti e l'altro vi parla di Patologie. Voi esponete il lungo e travagliato percorso fatto, di cui portate di sopra tutte le cicatrici e l'altro mette in dubbio tutto tanto che sembra palese che se o gli tirate fuori il certificato con firma dello specialista, carta intestata e marca da bollo o l'altro non riesce a capirvi.
Lasciate che l'altro inizi a scambiare 29 anni per 30 e perdeteci tutto il tempo possibile a fargli capire che 20 ≠ 30, 25 ≠ 30, 29 e 6 mesi ≠ 30, 19 ≠ 30 . Perdete/investite tutto il tempo necessario per fargli fare questi piccoli calcoli matematici e cercate di andare avanti nella discussione.
Cercate di prendere il lato umano delle cose, con chi avete davanti condividete molti geni e siete cresciuti nello stesso ambiente, cercate di focalizzare il problema di base: che a parole siam tutti bravi ma a fatti non c'è nulla nell'ambiente in cui vi trovate.
Vedete che chi è dall'altra parte tira fuori i soliti aneddoti personali nati da una serie di evenienze spiacevoli che si vogliono sbandierare per gesta eroiche; rispondete che della propaganda sovietica del mito del soldato ivanof non ve ne catafotte una minchia e che il succo del discorso è lo stesso: che ti sparino o se vi si conficca una pallottola dentro le carni, alla fine siete sempre morto.
Alteratevi pure ed alzate il tono della voce e con vostra grande gioia e sorpresa scoprite che l'altro stavolta non si incazza, anzi, tiene il controllo e continua imperturbata la discussione.
Apprezzate il gesto, ma chiarite che a focalizzarsi e imputarsi su un piccolo punto nero, stretto, buoio, freddo, inutile e fastidioso e pretendere che sia la realtà, non vi sembra una idea tanto sana.
Riprendete il discorso, ma appena accennate al concetto che in questa casa non c'è mai stato spazio e l'altro parte con l'arte oratoria e denigra quello che dite, fate notare che non siete in un dibattimento pubblico/tribunale e che a voi non ve ne catafotte una minchia dell'arte oratoria e che non riuscite neanche ad esprimere un concetto.
Forti di questo punto fate come il rospo: L'acqua non vi convince? Lasciatela scorrere via, è inutile che vi avventurate in una discussione assurda fatta di tesi e controtesi, di morale e di stupidità umana all'ennesima potenza. Lasciatelo stare non è roba per voi.
Lanciate una pietra di umanità e ricordate il bel gesto inaspettato fattovi da una persona cara che in silenzio è entrata in casa per portarvi sole, mare e tanta vita e non vi vergognate di commuovervi per il gesto bello che vi ha fatto.
Appena inizia il solito balletto di: sigaretta, caffè e camminata; le acque si sono calmate.
Dopo un ascolto sordo ritornate a parlare e fate notare che la vostra strada ve la state facendo e chi vi da una mano lo apprezzate e di chi non vi aiuta ne apprezzate pure il no. Certo è che chi vi carica una manganellata nelle gambe è invitato a prendersi le sue responsabilità.
Aspettatevi una snocciolatura di massime morali e sure coraniche, su cosa è e non è lecito fare ( per gli altri, non per chi le dice).
Lasciatelo perdere, chiudete la deviazione presa dalla discussione e riportatela sull'argomento che vi interessa, cioè che voi la vostra strada ve la state facendo e che siete fortunati ad avere accanto una persona cara.
Fate notare che la strada si fa in base a quello che c'è, che non potete aspettare che muoiano i nonni o vostro fratello liberi la casa dei nonni sopra o sotto, che i vostri genitori muoiano e lascino la casa che si sono comprati con i sacrifici di una vita. Lasciate stare pure il passato e condividete il punto che all'epoca o c'era la bombola a gas per far saltare in aria la casa, oppure c'era il coltello per sgozzarli nottetempo ma che la cosa già ad un adolescente sembrava troppo adolescenziale, assaporate il silenzio altrui e fate notare che nel bene e nel male, con quello che avete, siete riusciti a fare miracoli, nonostante tutti si siano riversati contro.
Per chiudere il discorso aspettatevi una parabola evangelica sull'interruzione di gravidanza e che l'ignoranza altrui la chiami “omicidio del proprio figlio”,lasciate perdere la standardizzazione sovietica dei parametri tendenti a fare di tutta un erba un fascio e chiarite un punto di partenza “la condivisione della contraccezione come bene comune”, non scendete troppo nei particolari in cui l'altro vi vuole portare, ma tenete la barra dritta su un concetto “Un Terapista è un Professionista e non è una/un Ragazza/o” cioè una cosa è una Buttana, una cosa è una Puttana, una cosa è una Meretrice, una cosa è una Escort, una cosa è Troia. C'è una bella differenza tra tutte queste cose, hanno una matrice comune che è il ricevere un pagamento per un servizio reso, ma c'è una bella differenza tra l'una e l'altra. Forti di questa idea, e cioè che per ogni cosa c'è un nome, chiarite che voi una persona che non condivide il vostro obiettivo non la tenete accanto a voi, ma non vi fate prendere la mano dalla generalizzazione, ogni caso è un caso a se stante e d ogni storia se ne deve raccontare tutti i particolari, se no è una mezza verità. E la mezza verità dall'altra parte signori miei è una mezza bugia, quindi state attenti a quando vi si parlano di queste cose.
PS. Qua dentro ci sono tante, ma proprio tante discussioni da intraprendere che credo una decina di Post non possano basta, ne ho fatto una sintesi e mi perdoni il lettore se in certi passaggi non sono stato chiaro; vedrò di riprenderli più avanti ma credetemi che non è facile.




lunedì 28 dicembre 2009

In famiglia...


.. Si combinano le migliori porcate.

Da un po di tempo per la testa mi frullano un po di idee, una di queste è la considerazione della famiglia. La potremmo definire l'unità della società, nel bene e nel male, e pensavo  al lato negativo di questo.
Immaginiamo di prendere in considerazione una famiglia, un po fuori dalla norma, alterata, sgangherata, dove ci sono vari figli e l'ultimo arrivato è magari   una figlia di bell'aspetto, quello che si direbbe un bel pezzo di... Avete capito a cosa mi riferisco.
Il padre perde le staffe per la figlia, la spia mentre si fa la doccia, elabora come ammazzare lei e la moglie. La notte quando la ragazza si corica, si piazza con la sedia davanti al letto di lei e la fissa. Lungamente, insistentemente, in una situazione trincerata dove lei si ghiaccia in una posizione assurda da cui non si smuove e lui la fissa  permanentemente. La situazione prosegue fino allo  stancarsi paterno.
Pensiamo pure che la piccola riesce a collaborare con le forze dell'ordine per riuscire a non farsi ammazzare assieme alla madre dal padre andato di cervello. L'uomo accumula armi in casa, dalle bianche a quelle a sparo, magari riuscendo pure a resuscitare una vecchia pistola ormai fuori uso.
Immaginiamo che in questa casa il capofamiglia viene arrestato, magari per i trascorsi precedentemente elencati, venendosi a creare una situazione di vuoto di presenza maschile in cui c'è solo una madre debole.
Immaginiamo che il primogenito, malauguratamente maschio prende le redini della casa, dovendo fare lui l'uomo del focolare, ma non lo vuole, si trova appioppata una funzione che a lui non interessa, ma comunque la deve fare. Diciamo che si accorge che la sorellina più piccina sta venendo su bene, florida, bella, tonica, abbondante nei punti giusti. E magari se la vuole fare. Immaginiamo che la fa entrare nel suo letto per farsi fare compagnia, dopo gli tira fuori “sapete cosa” e ne assaggia la carne per primo. La ragazzina così diventa donna grazie al fratello, bella scenetta davvero, non trovate?
Ma non è finita, la secondogenita in tutto questo tram-tram riesce a trovare uno che la vuole. Ma non vuole lei di per se stesso, vorrebbe la piccina, ma è già fidanzata. Allora cosa fa il futuro cognato? Si prende la mezzana ed aspetta che l'attenzione si abbassi per potersi fare i suoi comodi con al ragazzina ormai donna. Tanto, come dire: Le migliori cose si fanno in famiglia, non è vero?
A guardarsi bene attorno c'è sempre di peggio, solo che il peggio non può esser preso a  scusa per far restare la situazione così come è, nascondendosi dietro ad uno spillo e poter dire che va tutto bene in funzione del peggio che c'è, ma possibilmente uno stimolo per far del meglio. Purtroppo è facile nascondersi e tirare avanti per come si sta.

domenica 29 novembre 2009

Il soldato Ivan .



Di seguito riporto l'articolo recuperabile al seguente indirizzo:


Mentre l'immagine proviene dal seguente sito :

Testo ed immagine appartengono ai rispettivi proprietari.
 Manuela Scarpellini
Il vero volto del soldato Ivan (l'Armata Rossa)
tratto da: Il Giornale, 1.11.2005.

La fine del ventesimo secolo ha spazzato via molti miti riguardanti la seconda guerra mondiale. Non solo ha confermato la violenza dei regimi totalitari, ma ha anche sfrondato la retorica intorno al comportamento degli eserciti alleati, sottolineando le ambiguità e le incertezze dei leader democratici, i loro silenzi (ad esempio verso le persecuzioni razziali e i genocidi di massa), gli errori tattici e strategici. Solo un mito resiste ancora, almeno in Russia: quello del valore e dell'abnegazione dell'Armata rossa, che seppe combattere e vincere in condizioni difficilissime e a prezzo di immani sacrifici la «Grande Guerra Patriottica», come è tuttora chiamata la seconda guerra mondiale. La propaganda ha costruito un'immagine eroica del «soldato Ivan»: è un uomo semplice, ma allo stesso tempo forte e coraggioso, capace di guardare in faccia la morte senza paura e di sacrificarsi senza esitazioni per gli ideali della patria. E ancora oggi, nella Russia di Putin, i combattenti della seconda guerra mondiale sono un'indiscussa icona di grandezza.

Le ricerche di una storica inglese mettono per la prima volta in discussione quest'immagine. Catherine Merridale, docente di Storia contemporanea al Queen Mary college dell'Università di Londra, studia da anni i risvolti sociali e culturali della violenza. E in "Ivan's War: The Red Army 1941-1945" (ed. Faber and Faber, in uscita negli Stati Uniti presso Metropolitan Books) ha deciso di mettere sotto osservazione l'Armata rossa da un'insolita angolazione: non la storia di Stalin e dei suoi generali, ma quella dei soldati più umili. Ha perciò svolto ricerche in vari archivi russi per documentare la vita quotidiana al fronte (attraverso lettere di soldati, bollettini medici, rapporti segreti di polizia), e ha raccolto diari personali e testimonianze dei sopravvissuti, girando in lungo e in largo i luoghi dove si sono svolte le principali battaglie. E il quadro che ne esce è ben diverso.

Per cominciare, non esiste una caratterizzazione unica del combattente medio: l'esercito raccoglieva tutte le numerose nazionalità dell'Unione Sovietica (russi, ceceni, ucraini, uzbechi, georgiani, ecc.); soldati del tutto diversi tra loro, e spesso neppure in grado di parlare la lingua russa. Molti di questi coscritti provenivano da zone impervie e remote del Paese e giungevano al fronte del tutto impreparati, senza neppure conoscere le cause della guerra. E il libro registra molti episodi di discriminazione e di violenza a danno delle minoranze etniche.

Poi il soldato Ivan era a volte... il soldato Irina. L'Unione Sovietica fu infatti il primo Paese a utilizzare sistematicamente donne con compiti operativi. Dopo le disastrose campagne del 1941, che causarono migliaia di vittime, il governo sovietico reclutò moltissime donne (all'unica condizione che non avessero figli) con vari compiti, ad esempio come tiratrici scelte e piloti. Si formarono equipaggi di bombardieri tutti femminili (in particolare per azioni notturne) e non mancarono assi dell'aviazione come Lydia Litvyak, che abbatté 12 aerei tedeschi prima di essere abbattuta a sua volta nel 1943, a soli 22 anni. Furono ben 800mila le donne che combatterono durante il conflitto.

La vita di questi soldati al fronte era difficilissima e non sorprende che molti si dimostrassero tutt'altro che eroici. Le testimonianze raccolte parlano del terrore di fronte ai primi attacchi della formidabile macchina bellica tedesca, delle diserzioni di massa (soprattutto negli anni 1941-1942), della cronica mancanza di equipaggiamento, armi, e persino cibo (a cui sopperiva in parte un fiorente mercato nero), del perenne stato di ubriachezza. Ma ciò che colpisce nel libro è la paura degli spietati superiori, che consideravano i sottoposti solo carne da macello e punivano con estrema ferocia i disertori e persino le loro famiglie (il libro cita vari episodi di esecuzioni sommarie a scopo dimostrativo). Più di tutto, quasi al pari del nemico, era temuta la NKVD, l'onnipresente polizia politica di Beria, pronta a spiare e colpire con violenza ogni deviazione per obbligare i soldati a obbedire: quasi che lo Stato, scrive Merridale, combattesse una guerra contro il suo stesso popolo.

Gli anni della guerra furono lunghi e i caduti tra le file dell'Armata rossa milioni (in genere sepolti anonimamente in grandi fosse comuni). Eppure l'esercito tenne, i veterani rimasero ai loro posti e infine riguadagnarono le posizioni perdute. A cosa si dovette questo risultato? Forse alla fine la martellante propaganda aveva raggiunto il suo scopo? Assolutamente no. La storica britannica ritiene che ciò sia dovuto al fiorire di illusioni su un futuro migliore dopo la guerra; e, ancora di più, alla capacità di sopportazione del popolo russo, alla sua abitudine alla sofferenza e alla morte. Nel giro di due decenni la Russia aveva conosciuto rivoluzioni, guerre, carestie, persecuzioni politiche e deportazioni di massa; tutto questo aveva accentuato un tipico atteggiamento di fatalismo e rassegnazione di fronte a qualunque dramma: in ciò risiedeva il vero segreto della sopravvivenza.

Con queste armi, l'esercito sovietico giunse fino al cuore della Germania. E qui consumò la sua terribile vendetta. E' sorprendente, osserva ancora Merridale, come arrivati a questo punto i ricordi dei veterani si facciano evanescenti e confusi: la loro memoria sembra non serbare traccia delle violenze commesse su civili e militari, delle distruzioni e dei saccheggi, quasi fosse stata «filtrata» attraverso il mito ufficiale della guerra eroica (e pulita). Ma questa violenza ci fu ed ebbe più di una motivazione. C'era il desiderio di vendicarsi contro i nemici, ovviamente, ma anche la voglia di sfogare i sentimenti di rabbia e umiliazione patiti in anni di vessazioni da parte dei superiori e dei commissari politici; e persino la cieca soddisfazione di distruggere le ricchezze degli occidentali, constatato come questi -contrariamente alle immagini della propaganda- vivessero molto meglio dei sovietici.

Chi più pagò questa rabbia furono le donne tedesche, sottoposte a violenze di ogni tipo e stupri di massa, che appagavano, oltre una lunga astinenza sessuale, il desiderio di punire e umiliare il nemico sconfitto. Tristemente, coniarono per se stesse il termine di Freiwild, prede libere; non furono risparmiate neppure le donne polacche, ungheresi, ed addirittura russe, deportate in Germania come lavoratrici coatte.

Alla fine, al rientro in patria, ma in realtà già dai primi mesi del 1945, i veterani dell'Armata rossa trovarono un destino ben diverso da quello atteso. Stalin ordinò una purga nell'esercito che portò all'imprigionamento e alla morte di almeno 130mila fra soldati e ufficiali. Terminava così, in un ultimo bagno di sangue, l'esperienza reale di milioni di soldati; al suo posto, nasceva l'immagine eroica e positiva del «soldato Ivan».

Data inserimento: 30/09/2006 .




giovedì 26 novembre 2009

Sminatore .


Frasi, concetti, discussioni, parole, persone, eventi, luoghi, storie : mine depositate in passato da me o da chi mi sta accanto, pronte a saltare. Ci vivo e mi ci muovo, a volte con pazienza altre no.
Quando ho pazienza riesco a snidarle e disinnescarle. Con calma, pensandoci un po su, scrivendo, raccontando, condividendo, pensando ad altro, ridendo, disegnando, in pratica un bel kit di Sminatore ben fornito.
Quando sono preso dalla smania mando all'aria tutto, mi tolgo le protezioni trovate, gli strumenti affinati e tutto il kit,  per mettermi a correre per il campo .
L'effetto di una corsa a piede libero in un campo minato? Mi salta in aria il cervello in mille pezzi. Capita..


L'immagine appartiene al rispettivo proprietario.

martedì 29 settembre 2009

Elaborazione del lutto .


Con una cortina di ferro di ipocrisia .

Che bella cosa svegliarsi una mattina ( era il 18 Settembre 2009 ) tra le urla materne per casa. Ti domandi cosa è successo e ti dici tra te e te: andiamo a vedere.
Urla e rabbia, è stato occupato un cassetto della stanza del primogenito maschio! Si apre il solito menage casalingo fritto e rifritto con mio padre, mia madre ed io. Mia madre innocentemente aveva messo i cappelli appena lavati nel cassetto in questione ( 1 e non li ha mai messi lì ndr ) ed ha scoperto il cassetto pieno di cose di Ale. Urla e grida con il solito discorso partito con: Io ti voglio bene, sono attaccatissima a te, voglio solo il tuo bene, ma Tu ed Ale qui in casa non ci dovete stare più.
Silenzio.
A primo acchito avevo voglia di spaccargli la faccia a colpi di martello, poi mi son detto, dove l'ho già vista questa scena? Mi fermo ed ascolto. Arriva lo Stalin della situazione dicendomi che se avessi fatto come diceva lui a suo tempo non sarei in questa situazione. Prendo la palla al balzo e rispondo:
Ero rinchiuso in un gulag, con il cervello spappolato, facendo il saluto comunista al compagno Stalin.
Silenzio paterno ed urla materne. Io intanto bestemmio allegramente e vivacemente per casa.
Esco a farmi una passeggiata. Sete e fame mi accompagnano per la strada, dato che non ho avuto tempo di mangiare.
Trovo una fontana, bevo. Scendo in spiaggia, sono solo, mi metto a guardare il mare. I pensieri vanno alle persone care che in questo periodo mi hanno dato una mano piuttosto che buttarmi sistematicamente giù . Ci rifletto un po su e mi calmo.
Riprendo la via di casa e provo a parlare con la “Formica regina” di casa.
Stesso identico discorso di prima: Io ti voglio bene, sono attaccatissima a te, voglio solo il tuo bene, ma Tu ed Ale qui in casa non ci dovete stare più. Fate come le altre coppie, vedetevi fuori, in strada. Non voglio più soffrire.
Analizzo la situazione: 29 anni, ancora in casa dei miei, una laurea da finire, lavori precari per pagarmi delle cure non accettate, non ho una casa, non ho un'auto, Ale è dall'altra parte dei Peloritani. Dove minchia me ne devo andare? Cosa Stracazzo posso fare? Ho la bacchetta magia? Come cazzo di DIO posso campare? Come stracazzo di eva puttana posso provare a farmi una vita sentimentale? Come Cristo in croce posso farmi una stabilità affettiva se alla prima buona occasione che ho mia madre mi sega le gambe e mi butta a dosso la sua ipocrisia del cazzo?
Tiro il freno, cerco di mantenere la calma e rispondo. La situazione è chiara, sarei  pazzo se non tenessi conto della sua osservazione, ma non posso prendermela addosso al 100%. La lascio perdere, metto in disparte le sue pretese assurde e considero una cosa: Posso tenerla in conto, ma non la posso prendere in considerazione. In qualche maniera si farà ma io ho la mia vita da farmi, senza prendermi le ansie ed i problemi altrui.
Risposta, secca e diretta alla mia presa di posizione:
Fai le tue scelte e prenditi le tue responsabilità.
Risposta, mia altrettanto secca:
Se ci sono delle regole, allora varranno per tutti, se per caso per uno solo le regole non saranno rispettate, allora salta tutto.
In pratica mia madre si piange di sopra da anni il mancato lutto elaborato di una ex di mio fratello. E dato che questo lutto non se l'è potuto piangere perché sull'argomento è calata la cortina di ferro, senza poter parlare di quello che è successo, discutere o semplicemente dire che è dispiaciuto a tutti, praticamente sto lutto del cazzo gli è rimasto dentro.
Questo dispiacere era nell'aria da un bel pezzo, al solo nominare il nome della ragazza, scattavano facce lunghe, frasi mozzate, sguardi truci, mani che a gesti tagliavano l'argomento. In pratica l'ennesima situazione di merda, dove da qualche parte pure doveva esplodere.
E dove poteva sbucare questa situazione assurda, se non nel culo del sottoscritto? Quindi mia madre se ne è spuntata con la seguente bella sparata: Siccome non si vuole affezionare ad Ale perché non vuole più soffrire di un eventuale distacco, lei piede in casa non ce può mettere più. Dobbiamo andarcene in strada come fanno gli altri. Io vado in strada, non ho un tetto, un'auto, un lavoro stabile ed ho una laurea da finire dove ora comincio a vederne l'uscita.
E' finito il tempo della pace in casa, a qualcuno è un pezzo che non gli cade la faccia per terra ed io mi sono rotto i coglioni a starmene in silenzio.

lunedì 6 luglio 2009

Tetris


Quello del Game Boy .

Avevo circa 10 anni quando comprai il mio primo “computer”, meglio chiamarla console, detta “Game Boy”, quello marchiato MATTEL . Caricai la prima cartuccia allegata e partì il videogioco Tetris.
Ero e tutt'ora sono molto legato al gioco, perché mentre ci giocavo andavo a ruota libera con i pensieri e ti permetteva/permette di incastrare quello che hai, nel modo che preferisci in modo da andare avanti.
Ore ed ore spese sul gioco per trovare nuove combinazioni dei pezzi, che sembravano/ sembrano non finire mai. Ogni partita era una storia a se stante, dove mai nessuna era una uguale all'altra. C'erano partite simili tra loro, ma mai uguali.
Il gioco ti permetteva di esplorare e trovare combinazioni, cercare di risolvere gli accumuli di pezzi non disintegrati che ostruivano il passaggio dei nuovi, aspettare il pezzo “più lungo possibile” per fare Tetris e poter andare avanti.
Mosse, cambi di direzione, incastri possibili premendo il cursore di movimento laterale fino a quasi spaccare il tastierino, tutto perché credevo di riuscire a sistemare ogni cosa ed andare avanti.
Come credevo di riuscire a sistemare i problemi in casa e poter trovare la strada libera, però i fatti mi hanno dato torto, dato che ho perso molto tempo appresso a persone che alla fin fine se ne fottevano di quello che dicevo o facevo, si prendevano il risultato ( macerie sgombre ) e ti dicevano: hai fatto il tuo dovere, mentre io aspettavo a vuoto il pezzo “più lungo possibile” per fare Tetris ed andare avanti. Ma il tempo passava, il pezzo non arrivava, Tetris non si faceva ed ho imparato che è meglio sgomberare le macerie dalla propria vita, piuttosto che da quella delle persone che ti stanno vicine.
Che stronzate, potevo impegnare il tempo ad incastrare le cose per me.

Sii prudente dalle deduzioni tratte da ciò che leggi: ciò che pensi potrebbe non essere ciò che chi ha scritto ha inteso.

Voglia di....


Una casa propria.

29 anni, razza caucasica, studente universitario, donatore di sangue e poi... ???
E poi avrei una gran voglia di farmi un buco per i fatti miei.
Stare per i fatti miei, avere i miei tempi, il mio modo di cucinare e tenere le cose. Disporle come meglio creda, dai vestiti ai mobili, con luce che entri da tutte le parti.
I mobili devono essere quello che servono e non uno di più, spazio ovunque per libri e piante, un tavolo grande – grande in una cucina che sia la stanza di dimensioni maggiori possibili.
Letti che si possano aprire o ricavare all'occorrenza per ospitare amici o conoscenti. C'è un concerto in zona? Ma perché non vieni con me e ci andiamo? Una credenza dove stipare dei viveri quali: pasta, salsa, scatolette per pappare in compagnia di chiunque voglia condividere il mio desco .
Un piatto di pasta caldo ed un sorriso, per mangiare e condividere il momento con chiunque bussi alla mia porta .
Voglia di andarmene da casa dei miei, voglia di farmi un angolo mio. Dove vi siano bucanville o gelsomini rampicanti in balcone, piante all'ingresso, in cucina, nel bagno e nel corridoio, da tutte le parti!
Il mio Topo che mi faccia compagnia la notte ai piedi del letto, insieme ad un cagnolino per stare il più possibile bene.
Tanta ma tanta luce naturale, colori vivaci da tutte le parti, alle pareti, ai mobili (tipo ikea e se non li trovo me li costruisco io), colori che siano arancione, azzurro, giallo, poster o stampe di Van Gogh, Klimt appese da tutte le parti ed una radiolina portatile che mi farebbe compagnia nella stanza dove mi trovo.
Un bel sogno.