Venire a conoscenza proprio oggi che non riesci a dare fiducia a chi tradisce per Te, lascia l'amaro in bocca. Per ciò che ho fatto contro di Me, verso chi ho lasciato e per come sono rimasto.
Lembo di terra dove pensare, esprimere la propria opinione e ragionare nell'Oceano di Internet.
sabato 16 luglio 2016
venerdì 20 maggio 2016
Partita .
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| Di calcio . |
Non è una novità, il calcio non mi piace. Da bambino provai a tifare Torino, perché il Toro ne era il simbolo, come il segno zodiacale, rosso come la passione. Per una serie di motivi su cui sorvolo passai a tifar Fiorentina, più per chiudere sul nascere e non sentire le discussioni dei tifosi che si accaniscono uno sull'altro .
Un altro è il motivo per cui il calcio non mi piace, riconducibile al punto precedente, ci sono partite, a mio avviso molte, in cui le squadre che si affrontano sul rettangolo di gioco, fanno poco sport o niente. E' un rinchiudersi in tatticismi, aspettare l'altrui errore per poterne approfittare, la palla viene lanciata non si sa dove e si aspetta che qualcosa accada.
Si aspetta che il pallone superi la metà campo avversaria, si aspetta che gli attaccanti siano ben piazzati e che i mediani tirino la palla, si aspetta che il difensore intervenga e salvi l'azione di attacco, si aspetta che il portiere salvi dal goal. Si aspetta, si aspetta, si aspetta. Si aspetta che accada qualcosa, si attende che si faccia dello sport, che lo sport venga fuori, che corrano, saltino, passino la palla, la fermino, la stoppino, la rilancino, la parino. A volte il risultato è un pareggio, una perdita condivisa, non c'è un vincitore ed un vinto, perdono entrambi.
Giunge il dopo-partita, commenti su commenti, discussioni su discussioni, fiumi di parole con opinionisti veri o presunti, quarti di gazzelle esposte, ex sportivi che non hanno concluso molto nella loro carriera ma esprimono un'autorevole opinione, programmi quali “Il processo del Lunedì”, del Martedì e del Giovedì, 90° minuto, 88° secondo e 3/4, Mai dire goal, Mai parare, Vai con il liscio e Vai con il dritto, contenitori/pollai.
Un vociare a più riprese, con urla che schizzano da una parte e l'altra, accuse, rimproveri, discussioni ed elegie, difese ed invettive, ipotesi di perdita, ipotesi di vincita, vincitori morali e perdenti affettivi.
Un analizzare con potenti strumenti tecnologici il nulla e rilevare con mezzi precisi, accurati ed efficienti quegli avanzi di sport usciti fuori sul green, improvvisando voli pindarici su reminiscenze sportive del secolo scorso; risalendo all'alto Evo del calcio moderno per trovare una giustificazione a ciò che è stato fatto. Senza scordare il nostalgico di turno che rimpiange il tempo passato in cui il “calcio” era una cosa seria ed ora è una “mxxxa”. Non dimentichiamo il martire di turno per la par condicio, a cui intitolare campi sportivi dove non hanno fatto grandi numeri.
Questo discutere, fare, parlare od intendere non interessava e non interessa.
Ho fatto rugby, perché lì sport se ne faceva tanto e chiacchiere poche. Esserci e giocare sull'erba era già una vittoria ed ho provato a portarlo nella vita.
Mi sono ritrovato a giocare nel green della vita partite dove l'avversario giocava a calcio ed Io ero il nemico da abbattere, mentre per Me l'avversario era colui che mi avrebbe permesso di onorare lo sport con una bella partita, lasciando indelebile in entrambe le parti il ricordo di un'esperienza vissuta da entrambe le parti.
Ho imparato a fingere.
Un altro è il motivo per cui il calcio non mi piace, riconducibile al punto precedente, ci sono partite, a mio avviso molte, in cui le squadre che si affrontano sul rettangolo di gioco, fanno poco sport o niente. E' un rinchiudersi in tatticismi, aspettare l'altrui errore per poterne approfittare, la palla viene lanciata non si sa dove e si aspetta che qualcosa accada.
Si aspetta che il pallone superi la metà campo avversaria, si aspetta che gli attaccanti siano ben piazzati e che i mediani tirino la palla, si aspetta che il difensore intervenga e salvi l'azione di attacco, si aspetta che il portiere salvi dal goal. Si aspetta, si aspetta, si aspetta. Si aspetta che accada qualcosa, si attende che si faccia dello sport, che lo sport venga fuori, che corrano, saltino, passino la palla, la fermino, la stoppino, la rilancino, la parino. A volte il risultato è un pareggio, una perdita condivisa, non c'è un vincitore ed un vinto, perdono entrambi.
Giunge il dopo-partita, commenti su commenti, discussioni su discussioni, fiumi di parole con opinionisti veri o presunti, quarti di gazzelle esposte, ex sportivi che non hanno concluso molto nella loro carriera ma esprimono un'autorevole opinione, programmi quali “Il processo del Lunedì”, del Martedì e del Giovedì, 90° minuto, 88° secondo e 3/4, Mai dire goal, Mai parare, Vai con il liscio e Vai con il dritto, contenitori/pollai.
Un vociare a più riprese, con urla che schizzano da una parte e l'altra, accuse, rimproveri, discussioni ed elegie, difese ed invettive, ipotesi di perdita, ipotesi di vincita, vincitori morali e perdenti affettivi.
Un analizzare con potenti strumenti tecnologici il nulla e rilevare con mezzi precisi, accurati ed efficienti quegli avanzi di sport usciti fuori sul green, improvvisando voli pindarici su reminiscenze sportive del secolo scorso; risalendo all'alto Evo del calcio moderno per trovare una giustificazione a ciò che è stato fatto. Senza scordare il nostalgico di turno che rimpiange il tempo passato in cui il “calcio” era una cosa seria ed ora è una “mxxxa”. Non dimentichiamo il martire di turno per la par condicio, a cui intitolare campi sportivi dove non hanno fatto grandi numeri.
Questo discutere, fare, parlare od intendere non interessava e non interessa.
Ho fatto rugby, perché lì sport se ne faceva tanto e chiacchiere poche. Esserci e giocare sull'erba era già una vittoria ed ho provato a portarlo nella vita.
Mi sono ritrovato a giocare nel green della vita partite dove l'avversario giocava a calcio ed Io ero il nemico da abbattere, mentre per Me l'avversario era colui che mi avrebbe permesso di onorare lo sport con una bella partita, lasciando indelebile in entrambe le parti il ricordo di un'esperienza vissuta da entrambe le parti.
Ho imparato a fingere.
lunedì 9 maggio 2016
Chiamate .
| All'ultimo minuto. |
E' da un po di tempo che ho notato una cosa darmi fastidio: Quando la gente ti chiama all'ultimo minuto, per un passaggio, per darti una comunicazione, o altro.
La cosa l'ho notata durante le sessioni di allenamento di apnea, i primi tempi mi arrivavano le chiamate 20 minuti prima dell'orario di allenamento e mi ritrovavo a dover passare a prendere 2 persone e per di più in ritardo, facendomi saltare programmi e cose da fare. Non ultima la preparazione per la vasca.
Ma mi è capitato pure di ritrovarmi ad esser chiamato per una cioccolata all'ultimo momento di sera. “Dai Fabio, vieni, vieni”, chiudo i contatti, metto in sicurezza gli impegni presi e saluto ordinatamente le persone. Prendo la macchina, mi sparo un'ora di autostrada per arrivare a destinazione, trovo del traffico ed accumulo ritardo. Arrivo trafilato tra i messaggi di chi mi aveva invitato a casa di un amico comune. Salgo le scale, pregusto un clima caldo da cioccolata e voglia di stare assieme. Varco la soglia e ci ritroviamo in 3, dove Io sono il terzo incomodo, di due che vogliono flertare da dove lei fa la preziosa e non ci pensa due volte a metter di mezzo gli altri, o meglio l'altro cioè Io.
Nel primo caso ho detto l'ultima volta che ho dato un passaggio che per questioni personali non gli avrei dato più un passaggio se prima non si fossero organizzati per tempo, con largo anticipo, sia all'andata che al ritorno.
Nel secondo caso ad una cena tra “amici” gli ho detto papale – papale che chiamare all'ultimo momento per poi passare per il terzo incomodo da un'amica non me lo aspettavo.
Sto meglio e me ne fotto di più .
La cosa l'ho notata durante le sessioni di allenamento di apnea, i primi tempi mi arrivavano le chiamate 20 minuti prima dell'orario di allenamento e mi ritrovavo a dover passare a prendere 2 persone e per di più in ritardo, facendomi saltare programmi e cose da fare. Non ultima la preparazione per la vasca.
Ma mi è capitato pure di ritrovarmi ad esser chiamato per una cioccolata all'ultimo momento di sera. “Dai Fabio, vieni, vieni”, chiudo i contatti, metto in sicurezza gli impegni presi e saluto ordinatamente le persone. Prendo la macchina, mi sparo un'ora di autostrada per arrivare a destinazione, trovo del traffico ed accumulo ritardo. Arrivo trafilato tra i messaggi di chi mi aveva invitato a casa di un amico comune. Salgo le scale, pregusto un clima caldo da cioccolata e voglia di stare assieme. Varco la soglia e ci ritroviamo in 3, dove Io sono il terzo incomodo, di due che vogliono flertare da dove lei fa la preziosa e non ci pensa due volte a metter di mezzo gli altri, o meglio l'altro cioè Io.
Nel primo caso ho detto l'ultima volta che ho dato un passaggio che per questioni personali non gli avrei dato più un passaggio se prima non si fossero organizzati per tempo, con largo anticipo, sia all'andata che al ritorno.
Nel secondo caso ad una cena tra “amici” gli ho detto papale – papale che chiamare all'ultimo momento per poi passare per il terzo incomodo da un'amica non me lo aspettavo.
Sto meglio e me ne fotto di più .
mercoledì 10 febbraio 2016
Fango.
| Residui in fondo all'anima, ora neri, ora melmosi. |
Ho
un grumo in fondo all'animo. Un grumo residuo di tutta la merda
spalatami di sopra e non so da dove cominciare. Sembra un nonsenso,
dato che per anni ho vomitato post su post in un blog on – line,
versato fiumi di parole in Terapia, scritto pagine su pagine da tanti
parti, come un buon Romano Antico alfabetizzato scrivevo su ogni
cosa.
Ora
ho difficoltà a sciogliere, a trovar voce, senso, significato a quel
fondo nero che mi porto dentro all'animo.
A
volte un po di musica aiuta a tirar su qualcosa da questa massa
vischiosa di melma, di fango, una lacrima, a volte una pagina di
libro toglie una freccia infissa, o magari riporta un frammento della
propria persona perso nei meandri di questo buco nero, o magari
diventa un punto tolto.
E'
un anno che raccolgo pezzi, li prendo da terra, da un oggetto, da un
luogo, sono pezzi di me, della mia persona, li ricompongo e li
rimetto in sesto, per me, per placare il dolore, la sofferenza, la
violenza feroce subita, senza speranza, senza futuro, senza motivo,
diceva di dirmi “Ti amo” ma con l'altra mano impugnava in
coltello per trafiggermi le carni.
Come
ho fatto a sbagliarmi? Accecato dall'amore, o forse una variante di
esso, accecato dalla voglia di vivere, accecato dal disturbo bipolare
nel momento in cui la mania ha trovato spazio per sgattaiolare.
Forse..
Forse
mi devo fare una scopata e dimenticarmi che giorno è.. .
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