giovedì 23 febbraio 2012

Ora .



Di Lorenzo Cherubini Jovanotti .

Il poeta canta:

non c’è montagna più alta di quella che non scalerò
non c’è scommessa più persa di quella che non giocherò
ora

Mi perdoni se prendo i suoi versi, li scimmiotto adattandoli alla mia vita:

non c'è viaggio più breve di quella che intraprenderò
non c'è immersione più breve di quella in cui non scenderò .
ora..

Ora c'è da viaggiare a vele spiegate, ora c'è da immergersi a pieni polmoni, ora c'è da pensare nel silenzio di una stanza o di un bel panorama, ora c'è da camminare per sentieri ora noti ed ora sconosciuti, ora c'è da vivere, per me e per chi c'è accanto a me.

AVE ATQUE VALE


Il materiale audio e video appartengono ai rispettivi proprietari.

Credo.. .



O almeno spero .

"...Credo nelle rovesciate di Bonimba, e nei riff di Keith Richards.
Credo al doppio suono di campanello del padrone di casa che vuole l'affitto ogni primo del mese.
Credo che ognuno di noi si meriterebbe di avere una madre e un padre che siano decenti con lui almeno finché non si sta in piedi.
Credo che un'Inter come quella di Corso, Mazzola e Suarez non ci sarà mai più, ma non è detto che non ce ne saranno altre belle in maniera diversa.
Credo che non sia tutto qua, però prima di credere in qualcos'altro bisogna fare i conti con quello che c'è qua, e allora mi sa che crederò prima o poi in qualche Dio.
Credo che se mai avrò una famiglia sarà dura tirare avanti con trecento mila al mese, però credo anche che se non leccherò culi come fa il mio caporeparto difficilmente cambieranno le cose.
Credo che ci ho un buco grosso dentro, ma anche che il rock n' roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici ogni tanto questo buco me lo riempiono.
Credo che la voglia di scappare da un paese con ventimila abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso, e credo che da te non ci scappi neanche se sei Eddy Merckx.
Credo che non è giusto giudicare la vita degli altri, perché comunque non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri. Credo che per credere, certi momenti ti serve molta energia." .

Così scriveva e ripeteva all'inverosimile un mio compagno di classe quando uscì e fu il tempo di Radiofreccia, credo, credo, credo. Parole strappate dal film, modi di dire, frasi e pensieri ripetuti all'inverosimile, come se dovesse colmare un vuoto, il vuoto che ci portavamo dentro e trapelava dai nostri volti.
Prese queste parole e se le appiccicò addosso, come quando da piccolo indossi un maglione di tuo fratello maggiore (troppo largo) o la giacca di tuo padre (smisuratamente gigante) e li scimmiotti. Sembrava questo l'intento, ma mi accorsi e solo oggi riesco a trovare le parole per dire che non indossava vestiti larghi, bensì stretti, logori. Vestiti/idee / pensieri vecchi, che puzzavano di naftalina, come quando riesci a trovare il coraggio di tirare fuori un vestito sepolto nell'armadio e lo indossi. Io ne sentivo il tanfo di naftalina, quando provarono a farmelo indossare lo rifiutai perché sentivo che mi stava troppo stretto, era logoro, vecchio e sopratutto passato, strangolava. Un po come se oggi andassi al matrimonio di un tuo caro amico indossando un vestito anni '70 americano: pieno di pizzi, merletti e strasse.
All'epoca mi rifiutai, ma quel vuoto mirabilmente descritto nel film non seppi con cosa colmarlo ogni tanto. Capita..

sabato 28 gennaio 2012

L'Italia dei Commendatori, Cavalieri, Ragionieri etc. .

E' finita .

C'era una volta l'Italia divisa in due grandi gruppi: quelli che lavoravano e quelli che avevano dei privilegi. L'Italia che lavorava, indipendentemente dal titolo, produceva ed aveva. L'Italia dei privilegi sapeva che con un titolo, uno qualunque anche di "Presidente dell'associazione Amici delle bocce" (nulla togliere alle bocce) poteva andare dai lavoranti e farsi garantire/mantenere i privilegi .
Fatta l'Unità, passato il Fascismo e finita la Guerra, per l'Italia lavorante e senza titoli si aprì una congiuntura socio/economica per cui si poteva far studiare i figli fino all'università, far acquisire un titolo e sperare che almeno loro avessero potuto continuare la tradizione familiare del lavorare.
I figli di questa generazione "semplice", che sperava in un futuro migliore per i pargoli, riuscì grazie alla congiuntura a laurearsi e ad assumere un titolo.
I più fortunati videro i figli con un titolo e continuare la tradizione del lavorare.
I fortunati videro i figli raggiungere un titolo, ma morirono prima di vederli continuare la tradizione del lavorare .
I meno fortunati videro i figli raggiungere un titolo, ma capirono che non avrebbero continuato la tradizione familiare del lavorare, dato che una volta raggiunto l'obiettivo capirono che lo stesso permetteva di andare dagli altri e farsi mantenere i privilegi.
Gli Sfortunati videro i figli raggiungere un titolo, ma non capirono che i figli non volevano continuare la tradizione del lavorare, perché farsi mantenere ed avere dei privilegi era molto più facile che rimboccarsi le maniche e lavorare.
I figli degli Sfortunati via – via hanno prodotto un ceto "dirigente" italiano vorace e affamato, a fronte di una Italia lavorante sempre più esigua, stanca ed invecchiata. Ceto che vedendosi crescere i titoli, aumentava la propria voracità e motivazione che lo spingeva a sfamarsi con l'altra parte del paese.
Con il passare del tempo il paese Italia è cambiato, depauperato, stretto tra la speculazione, l'ingessamento e l'incapacità di rinnovarsi. Invece di espandersi, ha preferito mantenere ad oltranza lo status quò, finché ha potuto. Ciecamente ha mantenuto tutto ingessato, ma solo fino a quando ha potuto. Ma intraprendere la strada del mantenere lo status quò vuol dire non crescere, ovvero l'anticamera della crisi di cui oggi noi nuove generazione paghiamo lo scotto.
Sul gruppo della generazione degli stupidi che si ostinavano a far studiare i figli per forza ne parlerò in un altro post.

AVE ATQUE VALE e che Dio ci aiuti in questa crisi strutturale.

giovedì 26 gennaio 2012

Buon 2012 .

E siamo in salita .

Un altro è passato sull'isola di Melee, nella mia vita, tante cose sono successe ed altre ne succederanno. Il nuovo anno entrato non è iniziato molto bene, o forse Io comincio ad accumulare roba nella testa, non riuscendone a venirci fuori.
Problemi sul lavoro, problemi a casa, problemi all'AVIS, problemi al Capo, problemi con la Ragazza. Il 2011 si è chiuso senza una promessa di novità o di soluzione, ed un 2012 si fa strada affannato con molte sorprese da una parte piacevoli ma dall'altra pericolose.
Sarà bene che ricominci a scrivere sul mio blog, tanto per avere un po di tempo per me e svuotare le tasche.

mercoledì 14 dicembre 2011

Il pentolone dello stregone .

Per il Dolore .

Finalmente apro uno scaffale dedicato interamente al "Dolore".
Non so molte cose, se riuscirò a scrivere e quindi dar forma alle idee che mi passano per la testa sull'argomento; se riuscirò a trovare un'immagine rappresentativa, neanche se riuscirò a raccogliere i post dispersi nel blog dentro a questo contenitore. Ma provo.
Forse il viaggio al suo interno non si concluderà, o forse non darà le risposte che mi aspetto. Comunque sia è una parte mia che chiede di esser vista.
Per iniziare ho trovato una foto rappresentativa: Un pentola nera. Nero perché nero è il dolore. Cupo, come le tenebre che scendono dopo la sera, senza luna, senza stelle. Poco per rischiararti, se non il lumino della speranza interna che cerchi di tener acceso, nonostante le sferzate di gelido vento che ti arrivano.
Una pentola perché ribolle, o forse quella è la rabbia. Mhà..
Partiamo.

AVE ATQUE VALE

lunedì 7 novembre 2011

Frattura Psicotica .



Dell'Io .

Immaginiamo che il mondo interiore (credo i tecnici lo chiamino ES) di una persona affetta da psicosi inizi ad avere una serie di problemi, evolva ad uno stato paragonabile ad un sasso: duro, freddo, secco e difficile.
Immaginiamo che sempre per la persona psicotica in causa, quello che i tecnici chiamano Super – Io ma che Io preferisco chiamarlo "l'inquilino del piano di sopra" (perché rompe i coglioni) sia paragonabile ad un martello: preciso, battente, decisivo, incidente, duro e battente sulla pietra.
Immaginiamo che per via dello stato psicotico l'Io della persona sia fragile, rigido e facilmente frantumabile come una bottiglia.
Immaginiamo di mettere la bottiglia/Io tra l'ES/mondo interiore ed il Super Io / Inquilino del piano di sopra/martello.
Ad un certo punto l'Es scaglia un colpo sull'Io; bloccato tra martello e pietra, cosa credete che succeda? L'Io va in frantumi in centinaia di pezzi, il dolore è atroce e indescrivibile e la cosa più orribile di tutte è che ti senti andare in pezzi, vedi scomporti nelle parti e dopo che il martello ha finito (magari impugnato da tuo padre), non hai neanche le lacrime per piangere, perché non sai di cosa piangere e a cosa sia dovuto il dolore.
Non riesci neanche a assemblarti, perchè trovi un pezzo, lo metti da parte, ne trovi un altro, lo metti da parte e dopo ancora ne trovi un altro ancora, ma non riesci a ricordarti dove hai appena messo gli altri .
Provare a ricordarti dove sono gli altri 2 pezzi che fino a poco fa avevi messo da parte e sapevi dove erano, ti fa ancora più male; meno rispetto alla martellata, ma è un nuovo dolore sommatosi al pre- esistente, non capisci più nulla. E' come se ti mettessi a camminare su una gamba fratturata.

Come una camicia di forza .


Sensazione che prende alle braccia .
Arrivano i no, arrivano i silenzi, arrivano i discorsi interrotti ed i musi lunghi, arriva l'idea di non far quello che si propone, arriva l'idea che quello che proponi non va bene, è strano, è fuori dal normale.
No a quello con cui poter pranzare più tardi.
No a quello che si potrebbe comprare.
No ad un po di intimità assieme.
No ad un vedersi con i propri conoscenti.
No ad andare in sede.
No ad un parlare assieme.
No a tanto altro.
Senti le braccia pietrificarsi, caderti, bloccarsi. Pezzi di granito, di pietra, ti trascinano giù verso il profondo blu. Non riesci a muoverle o a dargli vita. E' come se ti mettessero una camicia di forza, le tempie per un nano secondo vorrebbero esplodere, scoppiare. E' come un colpo di cannone sparato con il tappo alla canna. Implodi perché hai quella sensazione di esser bloccato dalle braccia.
Non voglio capire il senso dell'altro, o provare a comprendere i meccanismi che stanno alla base, dico solo come mi sento e qui, come in tanti altri posti, ne ho pieno diritto, fermo restando che nessuno è obbligato ad ascoltarmi.
Non è una bella sensazione quella che ti prende, è sentirsi come uno a cui gli si dice di mangiare quella famosa tonnellata e mezza di merda. Pesante da digerire.
Forse sono troppo rigido nel proporre.