mercoledì 19 febbraio 2014

Pablo Trincia e ....


La sua conoscenza delle lingue straniere

 
Noto il video postato in un gruppo Facebook. Clicco sul link ed i suoi 9 minuti abbondanti scorrono. Arrivato verso la fine si fa forte il bisogno di prendere un block notes ed appuntarmi dei passaggi.
Trascrivo di getto sul foglio le frasi, decidendo di ricordarmele pure sul blog, magari adattate al mio caso, non si sa mai di questi tempi difficili:
Il segreto per imparare:
Non aver paura di sbagliare, ne paura di metterti in gioco. Affronta le cose con grande entusiamo, perchè se anche si commettono degli errori, ed Io ne ho commessi tanti in questi 33 anni, non bisogna vergognarsi. Pensa che chi ti sta ascoltando apprezza lo sforzo che stai facendo, la lingua/lo studio è una chiave che apre una porta che può essere di una cultura, di un paese, di una persona.
Il materiale audio e video appartengono ai rispettivi proprietari.

In auto .

 
La sera è scesa, con le sue ombre lunghe su gli oggetti proiettate dalle luci dei lampioni. Salgo in macchina e mi ritrovo solo, sembra che da un momento all'altro Tu debba salire in vettura ed Io possa finalmente guidare per entrambi. L'idea fa capolino nella coscienza, quell'attimo per esprimersi ma non esser presa in considerazione, ritorna nell'inconscio, fino a quando ora ne scrivo.
Capisco che non arriverai e che non faremo più un tragitto di strada assieme, non ti sentirò più ridere accanto a me o drizzar l'orecchio per cercare di assecondare ogni tua proposta, anche la più bizzarra, qualunque cosa pur di farti felice.
No, niente di tutto questo.
Inserisco la chiave nel cruscotto ed attendo lo spegnimento delle spie di sicurezza. Accendo il motore e lo faccio riscaldare, nell'attesa monto il frontalino della radio.
Gli altoparlanti emettono suoni dell'ultima stazione scelta prima di scendere. A volte musica, altre parole, altre canzoni.
Scelgo il CD da ascoltare, ho bisogno di piangere e dovrò farmi strada attraverso una coltre di macerie per permettere al mio ragazzo di versare lacrime.
Il CD l'ho trovato, ma è musica vecchia, potrà andar bene, ma non per molto, come si sa, la musica è cambiata ed anche il Compact Disk.
La strada è sgombera, dichiarata la mia volontà di impegnare la carreggiata con la freccia, esco dalla piazzola di sosta e parto. Abbasso gli occhiali, non voglio farmi vedere negli occhi, ho troppo pudore di me e paura della reazione altrui alla personale sofferenza.
Avanzo nel traffico della statale, immerso nei miei pensieri, fino al collo, fino alla bocca, ma non è acqua di piscina per apnea, è marea nera fredda e dolente, ancora un attimo e potrò immergermi senza pudore. Meccanicamente raggiungo i caselli e la lingua di serpente grigio asfalto sfumata di arancione si fa largo sotto di me.
Arriva una canzone, intorno non c'è nessuno se non i mezzi che sfrecciano accanto alla mia auto. Sono solo, nessuno può vedere, prendo il respiro ed un guaito lungo, forte e profondo esce dalla bocca, un urlo di animale ferito si direbbe.
I muscoli facciali si contraggono in una maschera di dolore, tirata, lucente per le lacrime, un arlecchino non sorridente, piangente. Piango ed invoco il tuo nome, mi manchi. Giro intorno al vuoto lasciato dalla tua mancanza, un cratere nero, oggi profondo, ampio e vuoto. Domani forse una piccola buca da scansare.
Non ho ritegno, piango a lacrime piene, amare, salate e calde. Cerco di strizzarmi come una spugna, mentre i bei momenti condivisi passano dentro di me. Piego la testa fin sopra il volante, il verde del tachimetro mi ricorda di stare attento, ma non ho voglia di decelerare, anzi, ho voglia di pigiare ed andare più veloce per lasciarmi tutto alle spalle.

venerdì 14 febbraio 2014

Infisso dalle frecce


300: Pioggia di frecce .

 
Ho difficoltà, ad esprimere emozioni, sensazioni, il mio Io. La mente è affollata da cose, pensieri, idee, problemi, sfiducia e discussioni. Cicatrici su cicatrici mentali affollano la coscienza. Toccarle mi da una scarica di sofferenza interiore che si tramuta in lacrime nere, che svuotano e non liberano.
Da 3 mesi piango ogni giorno o quasi, anche più di una volta al dì. Ho una montagna di merda interiore da spalare e non ci riesco a toglierla tutta. Il blog da una mano, la lettura di “cinquanta sfumature..” mi permette di trovar spunti di coagulazione dei pensieri su concetti altrui espressi, ma non basta.
Ho bisogno di scrivere, parlare, confrontarmi, ascoltar musica, dir la mia. Ieri parlare con Stefano mi ha dato una mano. Poter chiacchierare delle proprie cose personali con un coetaneo della propria terra, con cui si condivide molto, aiuta e molto.
Ma quello che da ai nervi sono le continue scariche di dolore interiore provate. Mi sento come il San Bastiano legato ad un albero per il martirio. Frecce nere, appuntite e taglienti infisse nelle membra, tronco, costato, braccia e gambe.
Provo a muovermi, verso una persona, una ragazza, una situazione difficile, un esame. Ad unisono i dardi come antenne iniziano a vibrare e dolermi. Il dolore interiore spacca, rompe, ammacca, accartoccia.
Devo fare uno sforzo sovrumano per trovare la forza di piegare un braccio apparentemente libero e dirigerlo verso la freccia che duole maggiormente. L'afferro, altro dolore si sprigiona, comincio a tirarla.
Uno sbocco di sangue nero esce dalla bocca e lacrimo sangue che riga il volto. Uno sbuffo di dolore esce dalla bocca e lascio la presa.
Resto tramortito, fino a quando riprendo i sensi. A quel punto ricomincia la via crucis. Allungo la mano libera verso la freccia, l'afferro tra dolori. Fili di sangue iniziano a lacrimare dal punto di infissione. Il nodo a rete, grigio ed impolverato che serra la gola, stringe la voce. Stringo i denti, punto le dita dei piedi per terra, mi faccio forza trattenendo il respiro in un'apnea/agonia. Dagli spazi interdentali un soffio profondo e gutturale sputa fuori bava e sangue. Rivoli rossi scorrono giù dalle rime labiali. Un tremitio scuote il corpo, lo sbuffo scioglie il nodo, le labbra si schiudono, mentre la testa della freccia scorre via dalle carni.
Un sibilo prima tenue e poi via – via più intenso trova spazio in gola. Il sibilo diviene urlo, l'urlo squarcia il silenzio. L'urlo diventa un grido di dolore che gratta le corde vocali ma decresce non appena la punta infissa nelle carni esce.
La porto a gli occhi. Una goccia di liquido rosso cupo coagula sulla punta. Gocciola per terra. Mi guardo attorno inebetito. Non trovo nessuno, figuriamoci Te. L'amica rabbia mi solletica il volto, scaglio il dardo il più lontano possibile. Capisco che è una cattiva amica di viaggio e non cedo alle sue lusinghe di compagnia. Mi ricompongo per pochi secondi ed inebetito guardo il resto delle code di piume nere che tappezzano l'animo e quante ancora ne dovrò estirpare.
Una domanda mi torna a mantra: Perchè mi sono fatto del male? La risposta non arriva ancora, forse un giorno. Intanto mi riposo, per poi riprendere con le restanti. Amorevolmente mi sono state scagliate contro da una Forsennata, subito dopo essersi fatta a pezzi con la lama de “Il fallimento” ed ebbra dell'odor di sangue, ti sei scagliata con chi avevi accanto.

Il materiale audio-video appartiene al rispettivo proprietario.

Ti ho vista...

..fare giochi con lo specchio .
Serata da nessun rimpianto, nessun rimorso. Scivolo sul tuo profilo alla ricerca di un segnale di vita, qualsiasi. Qualcosa che mi dica che ci sei, che esisti, un segno anche piccolo, che mi dica che tu ci sia. Niente, foto già viste.

Nessun rimpianto – 883

Scorro sui vecchi scatti e l'attenzione cade su uno in particolare. In piedi, appoggiata ad uno stipite di legno, impugni una reflex. Sarà sicuramente una Nikkon. L'obiettivo è rivolto al centro dell'inquadratura, ma la tua figura è riflessa al centro, lateralmente, verticalmente, in più proiezioni. Sono varie angolature di specchi che riproducono la tua persona.

Quella che non sei – Luciano Ligabue.

Cambia il disco, da Max Pezzali nell'orecchio interno arrivo ad ascoltare Ligabue, Quella che non sei. Emerge il verso:

Ti ho vista fare giochi con lo specchio

Un gusto amaro di bile tinteggia ed insinua le fessure dentali, inonda la bocca. Il palato sembra accogliere il gusto della morte dell'anima. Un amaro per ciò che poteva essere e per quello che speravo. Forse troppo.. Capita.


« Mi sono rialzato, dopo tanti infortuni, e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile. » (Marco Pantani[25])

martedì 11 febbraio 2014

Sogno di una notte di mezza estate.

E solo questo resta, mentre un sonchus oleraceus L. “Cardella” guarda il terrazzo .
Ho dovuto aspettare il 10 gennaio del nuovo anno prima di tornare in quel luogo che fu nostro. Una fitta al cuore mi prende all'idea di scavalcare il cancello come quella sera.
Ho bisogno di rigiocare le carte, arriverò sul posto da un'altra entrata, un po più lunga, impervia ma puntellata da scorci paesaggistici che mi aiutano nel percorso della via crucis. E poi ufficialmente devo raccogliere del finocchietto selvatico per cucinare.
Cardella” e “cavuliceddu” quanto ne voglio, anche punte di ortica e della “cosca vecchia”. La prima borsa delle verdure è piena, ma di finocchietto neanche l'ombra. Sarò costretto a dovermi dirigere verso il faro.
Trovata una soluzione di continuità nella rete sul bordo della strada, posso guadagnare il viottolo che porta alle scale. Una lacrima di “sangue” fuoriesce da una delle ferite dell'animo camminando sul selciato come quella sera.
Tu bellissima indossavi il tuo sorriso ed un vestiario da ragazzina, tra le mie braccia mentre con le borse cariche di ciò che dopo avrebbe deliziato due persone adulte, passavamo tra ragazzine e ragazzini travestiti da donne e uomini che facevano la fila per entrare in discoteca. Ricordo i loro sguardi magnetizzati da un uomo ed una donna che con il sorriso stampato sul volto si dirigono verso una serata tutta loro, che nessuno mai potrà mai condividere e di cui non esiste lista di accesso al privè. Guardo le tue converse gialle e la tua camicia bianca, confrontandoli con i tacchi vertiginosi di una vestita di nero. Ti trovo perdutamente sensuale ed ho voglia di farti mia.
Come un manto di tenebra i ricordi avvolgono il cuore mentre salgo da solo i gradini, ma mi faccio permeare dal sole della giornata e le nebbie si diradano.
Hanno pulito dove quella sera erano sterpaglie che lambivano il sentiero, ora un prato ampio con tenere piantine si apre. Indugio un po. Ho la scusa di cercare del finocchietto selvatico. La doppia busta al braccio sinistro dichiara di voler raccogliere i germogli per cucinarli, ma in cuor mio faccio fatica a voltarmi verso il faro. Raccolti quelli a disposizione e finita la scusa, mi volto verso la struttura, il giallo delle pareti riflette la luce del sole ed un caldo invito ad andare verso la terrazza si presenta.
Faccio la prima rampa di scale, cerco di ricordare i discorsi fatti quella sera, ma la memoria è muta, è tornata sabbia liscia su cui poter scrivere, levigata dalle onde della rimozione.
Un'emozione forte e chiara riemerge, quella della mattina quando ti condussi per la prima volta sulla terrazza. Volevo farti assaporare le bellezze del posto prima di scendere verso la scogliera. Decisi di puntare prima al faro e complice la chiara mattinata, ti ci portai.
La scarica elettrica che mi/ci attraversò quando volontariamente o involontariamente mettesti la mano vicino alla mia, quasi pronta ad esser toccata. Un senso di pudore mi prese, ritrassi la mia e mi chiusi a guscio. Toccarti la mano era un gesto troppo intimo e personale. Non mi sentivo pronto, non eravamo ancora nulla e vissi quel gesto come un'eccessiva invasione. Lo percepisti come un rifiuto.
Ti chiudesti a riccio. Quando scendemmo dalla ripida scaletta di metallo, sulle prime rifiutasti la mano che ti porsi per aiutarti di facciata, ma in cuor mio giocavo al gatto con il topo per capire la tua reazione conseguenza del porgerti la mano in una situazione di cortesia. Rispondesti da dura, ma Io da prepotente ti diedi lo stesso la mano e ti aiutai a scendere.
Le fila dei ricordi si riallacciano e quella sera diventa questa sera, le cose fluiscono in un caldo dolore. Sei con me, sei mia e voglio darti la mano non da cortesia, ma da un uomo che vuole aiutare e vuole la sua donna. Ti tiro su come un uccellino dalla scala. Finisci tra le mie braccia e forse un bacio scocca tra di noi, uno dei tanti, sempre più belli. Un retrogusto di fumo lambisce la bocca, non ci voglio dar tanta retta.
Guadagniamo il centro della terrazza e dispongo i teli da mare e sotto il tappetino di gommapiuma in modo da guadagnare un quadrato su cui poterci distendere sotto la volte di questa notte stellata e baciata dalla luna.
Apro la borsa frigo ed estraggo una bottiglia di Glicine ghiacciato. Prendo della frutta che prima avevo pulito e tagliato per noi e su i passi a base di vino e frutta con le mani e le labbra inizia la danza.
La mente apre un altro capitolo, un'altra botola al cui interno scendo/precipito e la mente va ad una sera d'estate di tanti anni prima, quando Donatella mi invitò a trascorrere una giornata con lei all'Hilton Hotel a Giardini Naxos. La serata della festa in bianco trascorse con la bellissima ragazza dai lunghi capelli ondulati che mi danzava intorno. Ci corteggiammo mordendo e mangiando dalle altrui mani grappoli e chicchi di uva. Questa sera la voglio fare nostra e mangiare nuovamente ma con Te uva, frutta e bere vino con e dalle nostre mani, in un concerto di passione fatto di notte d'estate, stelle, buio schiarito dalla torcia del faro e voglia di viversi a fondo questi momenti.
La frutta è mangiata da labbra che offrono all'altrui bocca bocconi di pesca noce o chicchi di uva. Le dita che porgono all'altro scampoli dolci finiscono nell'altrui bocca o labbra, un gioco di seduzione forte ci prende. Gli occhi con cui ci guardiamo ci fanno assaporare l'un con l'altro. 
 
 
Ti alzi dal quadrato “nostro”, come ubriaca di emozioni e barcollando ti dirigi verso l'inferriata. Gusti il panorama delle isole Eolie illuminate a presepe in lontananza, quasi volessi toccarle con le tue stesse mani. Ti appoggi all'inferriata e ti lasci permeare dalla bellezza della notte che ci avvolge come maschera.
Ti raggiungo. Sei di spalle tra le mie braccia in un caldo abbraccio. La memoria ha voluto lasciar andar via molti particolari, per cui ci ritroviamo nudi incastrati perfettamente nell'altro. La passione è tanta e forte, ti voglio tutta mia, senza lasciar nulla al caso. Ti ci aggrappi all'inferriata come un capitano sul castello di poppa durante una tempesta. Un caldo vento di scirocco spira alle nostre spalle, portando le note della sottostante discoteca alle nostre orecchie, ma le mie sono catturate dalle tue urla di piacere, mentre volano su gli aliti di vento verso le isole. “Chissà se le sentirà la Liparota?”, penso compiaciuto tra me e me.
Ti sollevo con le mie braccia, come una bimba ti sento sul mio petto e ti adagio sul telo. Vino, frutta, carezze e piena libertà di esprimersi ci prende. Come fiumi in piena ci prendiamo e ci mischiamo. Un amore forte, caldo e tenero come il calore che sale dal terrazzo, il vento di scirocco solletica le nostre pelli madide dell'altrui sapore. 
 
Gli sprazzi dei ricordi mi attraversano come fiume in piena non appena salgo sul terrazzo. Un Sonchus oleraceus L., alias una “Cardella” dall'intenso colore giallo, le stesse che raccoglievo e portavo a mia nonna strada facendo di ritorno da scuola, guarda timidamente il terrazzo del faro. Immagini ed emozioni danzano in un sabba bellissimo ma mortale. Tra me e me a poco a poco mi riprendo. Prendo i pezzi del nostro trascorso, ora mio passato e puntellati da qualche scatto guadagno la discesa dalla terrazza.
Ancora tanta strada ho da fare, così come tante cose ho da compiere oggi. Nuovi sentieri si dipartono ed Io ancora non ho trovato il finocchietto che mi serve.

Squilli .

Anonimi .
C'è stato un periodo in cui mi giunsero squilli anonimi . Questo periodo si è ri-presentato, cambiano i soggetti, l'intensità degli eventi, ma le dinamiche sono le medesime.
Squilla il telefono, 1, 2, 3 volte, fino a quando non rispondo. Appena sente la mia voce stacca la chiamata.
Il telefono squilla, rispondo e cerco di parlare alla Tipa. Parole dolci, magari si convince a dir qualcosa per rompere il muro del silenzio. Niente.
Arriva una telefonata, anche 2 in una giornata, provo a farla parlare, ma niente di che. Appena è il suo turno di rispondere, stacca il telefono.
Comincio a scrivere su Facebook per tenere un diario degli eventi. A parte la generale curiosità ed il sarcasmo preso per compiacenza all'evento, non ottengo grossi risultati, se non capire che la Stolker è tra i miei contatti del social-network. Tra questi un'amica mi consiglia un'applicazione da impiegare verso le chiamate anonime, ma consiste nel riuscire a rifiutare la chiamata.
Si apre una gara a chi stacca per primo. Snervante e non esauriente.
Un'altra amica mi suggerisce di finirla: cambia numero e spanna un po di gente da Facebook . Oltre ad un consiglio legale di presentare una denuncia per stalker alla locale stazione di polizia.
Per ora ho deciso di ignorarla. Dopo si vedrà, prima o poi si dovrà stancare della sua vita e di quello che fa, uscendosene dal porcile dove grufola rotolandosi per terra.
Ho la netta sensazione che sia quella persona a cui ho dato poco per poco tempo, ma che siano stati i più grossi doni e conforti in un periodo difficile. Il problema è che nella situazione in cui sta, ci sta bene e non vuole uscirsene, tirando dentro chiunque possa aiutarla a puntellare e tenere in vita una situazione assurda ed invivibile.