giovedì 6 novembre 2014

Zuru


Ho visto “La scelta di Catia - 80 miglia a sud di Lampedusa” ed il ritratto delle persone è forte, vivo. Dal comandante, nella persona di Catia Pellegrino aka Zuru che con la sua passione ed il sentimento messi in campo guida il vascello, al Comandante in seconda Santonocito che parla di "bimbi addormentati in mare". Un tuffo nel mare delle emozioni umane.

martedì 28 ottobre 2014

E mi ritrovo qui a scrivere, sulla balconata sopra il santuario di S. Antonio. Supersiste di una storia banale, comune, squallida: una scopata estiva. Forse ho dato troppo, investito troppo, sperato troppo, il fatto è che mi sento complesso, affossato, ingolfato. Mi sono fatto fare troppo male da Rossana, ultimo il suo messaggio sulla bacheca di Facebook. Ipocrita.

mercoledì 8 ottobre 2014

Frequentarsi .


Giù la maschera .
Il pomeriggio è scivolato nella sera, ci siamo uniti che era primissimo pomeriggio e fuori è tramonto inoltrato, si potrebbe parlare di cena. Non c'è nulla in casa, dovremmo andare a mangiar fuori. Come gatta distesa su me, quasi dormi, quasi sento il respiro sulla pelle, la testa appoggiata sul petto. Respiriamo ad unisono mentre in un dormiveglia parliamo di noi, del nostro passato e del nostro presente.
Una mano scorre sui fianchi scolpiti, fino a poco tempo prima tesi come corda di violino assieme ad ogni fibra di muscolo per catturare ogni attimo di piacere. Con una carezza languida accarezzo i glutei giocando e scherzando. E' il momento perfetto, le mie labbra si aprono per proferir parola “Giò. Ci mettiamo assieme?” Silenzio. Ancora silenzio. Maledetto interminabile silenzio, mi perseguita. La mano scivola e preme dove prima è stato mio. Silenzio, ancora silenzio.
Una voce tenue mista ad imbarazzo, come se fosse stata richiamata dall'aldilà, parla, dicendo che “da queste parti” è solito prima frequentarsi e poi mettersi assieme.
Resto sbigottito nel sentir la stessa persona che fino ad una ventina di giorni prima in villa mimava con le labbra la parola “Io ti amo” ora tirar fuori garbugli legali di cuore a cui appellarsi. Resto sbigottito.
La cena è una pizza in città alta da Luigino o non ricordo più chi. Le luci della candela sembrano riportarci alla nostra notte, riprendo l'argomento dello star assieme, ma devi il discorso. La cosa mi lascia nuovamente sbigottito, dato che il giorno prima mi hai chiuso in un angolo per avere una risposta sul futuro: casa, famiglia, figli, lavoro, trasferirsi. Io ho ceduto, ti ho accettata, ma tu sembri aver raggiunto l'obiettivo di esserti vendicata di non so cosa.
Passano i giorni, si fanno settimane e le settimane diventano mesi, il nuovo anno prende il posto del vecchio e la vita scorre.
Mi imbatto in un Tweet di una “gallinaccia” che lamenta l'eccessivo interesse ed invasività di uno con cui si frequenta. Lamenta il suo richiedere attenzioni, interessi, fine settimana, appuntamenti, tempo, tutte cose che si dedicano ad un fidanzato. Noto un velo di soffocamento nelle parole, come se si avessero altri interessi e non si vorrebbero perderli. Scatta la mia domanda: Frequentarsi vuol dire più libertà anche per altri? Un'aggiunta tra i preferiti è la risposta, un silenzioso assenso ipocrita.
Dei pezzi sparsi sul tavolo si ricompongono, un nesso logico li lega ed un senso compiuto emerge: Davvero era una frequentazione, a 1000 ma era per te una frequentazione, in modo da avere libertà anche per altri.
L' ”altro” ho scoperto molto dopo esser il buon Massimo, così buono e disponibile da ospitarmi a casa sua in Toscana, assieme al resto della ciurma pur di vederci congiunti.
Riecheggiano le parole di Lei in una telefonata “Lo vedi com'è buono?”, come riecheggiano le cene finite alle 3 di mattina a casa sua e la processione funebre del Sergio dove il ruolo della prefica o “chiangimotto” la usavi come paravento dietro cui celarvi i forti sentimenti per Massimo, ma questa è un'altra storia.

L'immagine appartiene al rispettivo proprietario.

Elena .

Sorriso, o quasi, di clown .

In un social network mi giunge un suggerimento di amicizia. Qualcosa lo fa emergere dai soliti suggerimenti, in quanto il volto ritratto è familiare, anche se in bianco e nero. La cosa mi incuriosisce e voglio approfondire.
E' Ele. Prima di saltare a conclusioni affrettate, vado a controllare tra i miei amici. E' scomparso il vecchio account. Ne controllo gli amici e vedo che ha fatto il pieno di quelli “buoni”, lasciando fuori i “cattivi”, tra cui Me e Salvo. Resto di “merda”.
Le ore passate a confrontarsi, a parlare, a trovar soluzioni, punti di vista diversi, la fiducia mostrata, la comprensione, l'aiuto, buttati nel cesso.
Ultima persona di merda lasciata indietro di un periodo di merda che spero sia finito, dato che con la morte del nonno si è aperto un capitolo nero della mia vita, di cui con l'uscita di Elena spero vivamente vi sia stata messa la parola fine.
Quello che mi ha dato fastidio è l'esser stato escluso, per via delle mie idee, del mio modo di fare, del mio modo di pensare, della mia persona. Mi sento usato e buttato, un po come con Rossana.
Ma se la sensazione di esser usato e buttato è dietro l'angolo nei rapporti inter – umani, perché in questi mi espongo in modo da dover poi mostrare il fianco dell'usato e buttato e poi pentirmene? Forse è l'eccessiva disponibilità verso il prossimo, per cui mi porta a fare quel passo in più verso l'altro di cattiva voglia, che poi si ripercuote su me.
Non faccio questo passo in più per cattiveria, lo faccio contro voglia, quando sento che la gente ti si attacca troppo e risulta scortese interrompere e troppo difficile tagliare. Rischiando di sembrare scortese, intavolare una diatriba, una lite, una discussione che la stessa persona ha dietro l'angolo perché in conflitto con se stessa o con qualcun altro. Lì per poltroneria faccio il finto cortese e cerco di lasciar scorrere le cose.
Col cazzo! Costi quel che costi, anche di sembrar scortese, ma Io quel passo in più non lo faccio. Se mi va lo faccio, dopo una considerazione pacata con Me stesso e sul mio livello di sopportazione, se non mi va, chiudo e me ne vado con un gran sorriso da clown stampato sul volto e buona notte. E diamine.

L'immagine appartiene al rispettivo proprietario.

mercoledì 24 settembre 2014

Vento d'estate .



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Falò di Ferragosto .

L'invito di Peppe ad un falò per la vigilia di Ferragosto, da senso a dei giorni vuoti, svuotati da lavoro, da progetti, da futuro, da vita.
La spiaggia è piena di persone che mangiano, ballano, bevono, ridono, sono allegre e felici. Un generatore a gasolio parte ed il suo borbottio fa da fondo alla musica pompata da una cassa.
E' vita, voglia di divertirsi, è gioia. Mi trovo a disagio, qualcosa non va, mi sento come mummificato. Mangio a più riprese ( sai che novità ) da panini a cornetti appena sfornati, sembra che il tempo scorra meglio mangiando.
Non so quando, ma mi stacco dal gruppo . Cammino verso il fuoco appena acceso, forse dopo il tuffo a mare di mezzanotte, contemplo le fiamme. Un piacevole tepore mi tocca la pelle, mentre intorno impazza la festa. Per un attimo mi sento come trascinato dal mio bozzolo ed alzo la testa. Vedo gli altri ballare sulla sabbia, divertirsi in una gran caciara.


Max Gazzè – Vento d' Estate.

Un soffio di vento caldo si incanala nello stretto. E' caldo, è vivo, è vita che mi viene soffiata in volto, sento come se mi avesse schiaffeggiato e tirate le vele della nave interiore per prendere il largo. Sento che qualcosa è cambiato, si è mosso, forse qualcuno è arrivato in Sicilia e la mia terra ha reagito. La cosa sa di assurdo, di folle, la ricaccio nel dimenticatoio.
Dopo la folata di vento mi sento Io cambiato, torno a gli asciugamani dove sono seduti gli altri e scorgo chi mi sta accanto distesa, dorme. La guardo con calma, con occhi diversi, la vedo diversa, con occhio staccato, distante, come se l'avessi persa, lasciata su un'isola ed Io abbia preso il largo. La vedo come se in quel momento fosse morta ed Io me ne piango il lutto.
Mesi dopo scoprii che quella notte qualcuno sbarcò a Catania. Forse il suo porre piede in terra sicula fu salutato con quella scarica di vento, forse è un puro caso, ma sempre quella persona portò la pioggia a Taormina quando ci andammo.
Forse.. Forse il vento ci porterà..

Noir Désir - Le Vent Nous Portera

Il materiale audio e video appartiene ai rispettivi proprietari.

La Riabilitazione .

Dell'aranciata.

Era il 13 di Gennaio del ca, quando mi ritrovai a far spesa. Aggirandomi tra gli scaffali trovai dell'aranciata, una botola si aprì nella stanza della coscienza e precipitai nei ricordi.
Esselunga, facciamo la spesa. Siamo a gli scaffali delle bevande, un'offerta capeggia nella mensola centrale, attirando la tua attenzione. Con un gesto semiautomatico allunghi la mano per prenderla, ignorando il private label della catena di distribuzione. Credo in Noi e le cose se si vogliono fare bisogna mettere in campo qualcosa, metto in gioco la mia conoscenza ed esperienza nata dal Blog SpesaOculata per far la spesa.
Prendo il cartone ed inizio a leggerlo, con la calma e voglia di costruire usata per la bici. Scopro che il produttore di aranciata presa in offerta, è lo stesso del private label che costa pure meno dell'offerta. Ti faccio notare il medesimo sito di produzione e brevemente ti spiego la possibilità nata dal rivendere prodotti sotto altri marchi quali i private label nei propri punti vendita. Chiudo con l'esempio dei prodotti a marchio Coop, mi becco un “Comunista del cazzo”, mentre metti nel carrello il prodotto scevro dei costi di pubblicità e distribuzione a carico del compratore. Ci farà compagnia la mattina seguente, mentre spalmi miele caldo su pane tostato e bevi l'aranciata, Io controvoglia bevo l'aranciata, ma farlo assieme ha un sapore in più.
Finisce il ricordo, la botola si richiude e torno al presente. Capisco che se voglio andare avanti ho da prendermi la mia aranciata, comprarla Io, portarla Io a casa, berla con calma la mattina mentre faccio la Mia colazione. Come tutti i gesti che facemmo assieme ed ora ho fatto, faccio e farò da solo e per conto mio per riappropriarmene, farli nuovamente miei e tornare alla mia vita. Togliergli la polvere del “noi” (almeno per me) e farlo “Io”, “mIo”.
Da quel giorno ho dovuto far tante cose Io, per traghettarle da “Noi” a “Io”, una lunga riabilitazione.

Teoria del Cassetto .

Da aprire e svuotare .

Da bambino mi piaceva aprire il cassetto della scrivania e vedere cosa custodiva. Il più delle volte un'accozzaglia che aspettava di avere un senso. In basso i quadernoni, i quaderni più piccoli sopra e via via a salire una piramide di cose più piccole impilate ed addossate sul margine lungo. Tutto perfetto, spazi recuperati la massimo, ma tirar fuori una cosa era un'impresa, tanto che mi incazzavo ( e mi incazzo), davo ( e do) uno sbotto, mandavo ( e mando) all'aria tutto e tiravo ( e tiro ) fuori quello che mi serviva ( e serve) . Un caos della malora affollava lo spazio e si ricominciava daccapo.
Diciamo che in questo ultimo anno mi sono trovato la testa e la vita piena di cose, belle, sistemate, organizzate ed impilate, troppe. Siano esse cattive, belle, piacevoli e spiacevoli. Persone, conoscenti, luoghi, cose da fare, comprate perché desiderate, realizzare perché volute, cercate perché non avute, provate perché non ancora usate, d'impiccio perché pesanti da portare.
Un paio di mesi or sono mi sono armato di strumenti vari quali "faccio", "provo", "organizzo", "diario tappe", "butto", "metto da parte", "dimentico", “compro”, “vendo”, “restituisco”, etc. tutte fatte con lo spirito messo in campo per riparare la bici a Bergamo, quando ce la misi tutta per fare una cosa che volevo fare, per far del bene a me e condividerlo con chi mi stava accanto.
Poi è arrivata la visita dal medico del 15 Settembre, dove ho aggiunto un punto importante decidendo di trovare un senso alla ginecomastia e prendendomi cura di altre mie parti che chiedevano attenzioni. Il fatto è che ho iniziato a muovermi. Forse ho iniziato a muovermi già quella sera nel bagno di casa, quando mi concessi un bagno rilassante per me e feci il punto della situazione sul da farsi, sulle varie cose da sbrigare con i primi soldi presi lavorando nuovamente.
La parte del riparar la bici, non può esser tenuta in un cassetto e questo potrebbe esser svuotato, per far spazio e cimentarsi, così come si è cimentata nel lavoro da lavapiatti, nel bivacco sui Peloritani, nell'ascesa a Monte Scuderi, nell'andare dal medico per risolvere alcuni problemi di salute che mi porto dietro da tempo e non mi facilitano, ma appesantiscono nella corsa della vita.
C'è da uscire la parte positiva della bici, usarla per svuotare questo cassetto, svilupparla, sostenerla, scremarla dalle parti eccessive della mania, vivere il tempo rimastomi, dato che quando misi sul tavolo per una persona il dono del presente condiviso, del domani donato e del disinteressamento verso il passato, questa non lo volle.
Ritiro le cose e le tengo per me, ma sopratutto le uso per svuotare questo cassetto troppo pieno.