domenica 23 maggio 2010

Risveglio .




Certi momenti ci si sente male e tutto ad un tratto tutto si blocca. Senza che te ne accorgi, senza un segnale di avviso, di messa in attesa, di premessa. Stai male e tutto si ferma, diventando freddo ed immobile.
Deve succedere qualche cosa esterna per riaccenderti: un suono, della musica, un rumore, una parola, un frase, un gesto, un raggio di sole, una nuvola nel cielo, il cielo, guardare una foto, un filmato, sentire una barzelletta, anche un contatto, un pensiero esterno, una mano protesa verso di te, un supporto, un salvagente.
Quando arriva un elemento esterno allora riesci a muoverti nuovamente e prendere la strada che porta a star bene nuovamente .
In quei momenti ti senti male, davvero male e non senti poi nulla se non lo stare male, è come se dentro morissi a poco a poco, lentamente ti spegni come una candela dentro ad un bicchiere con l'ossigeno che via – via scema sempre più.
Capita.

sabato 22 maggio 2010

Montaggio .

Ultimamente i post dell'Isola si sono arricchiti maggiormente di uno strumento: i video. Riescono a coniugare immagini e suoni, dando così un'idea più viva, intensa e diretta del concetto che cerco di esprimere attraverso le parole.
Questo comporta un grande lavorio di analisi dei filmati, ricerca, comprensione, cernita delle emozioni provate e suscitate, oltre al reperire le fonti.
Un lavoro che prevede il rintracciare la parte desiderata, individuarla, estrapolarla e magari introdurvi delle sequenze nere all'inizio ed alla fine, in modo da non aprire o chiudere bruscamente il racconto.
Introdurre un paio di secondi in nero permette alla mente di prepararsi a quello che vedrà, così come aggiungere qualche secondo di scene nere alla fine permette alle idee miste alle emozioni prima assorbite di scendere giù fino all'animo. Non chiudendo subito permette alla mente di compensare, potendo così tornare alla realtà a poco a poco.
Voglio fare il regista? No :-) Solo avere uno strumento in più per condividere le mie idee e pensieri, in modo che il cybernauta approdato sulla mia isola possa sentire dentro di se, quello che io provo. Praticamente un bel problema di comunicazione da risolvere. Io ci provo.
Buona lettura e:
AVE ATQUE VALE.

venerdì 21 maggio 2010

Pacman compie 30 anni .


E li porta bene.

Oggi il famoso gioco PACMAN compie 30 anni, alzi la mano chi non ha mai giocato con una versione di questo conosciutissimo tra i primi videogame.
Anni 80, anni ruggenti, di crescita e di novità: Walk-man, audiocassette, PC, console, merendine, TV dei ragazzi e sala-giochi. In questi ultimi ambienti ci ritrovavamo i vecchi scatoloni cubici dei videogame.
Grandi strutture di legno a parallelepipedo, grosse, pesanti, puzzavano ora di fumo, ora di resina, ora di muffa. Non le prendevi a calci perché sapevi che il custode ti avrebbe buttato fuori non facendoti metter più piede nella sala, per cui mollavi certi colpi al Joystick.
Prendevi l'abitudine di scontartela con le manopole del Joystick da salagiochi e te ne tornavi bello e contento a casa a giocare magari al Commodore 64 (per chi lo aveva), peccato che quando ti incazzavi te la scontavi con il Joystick di casa (non fatto di metallo come gli altri) spezzandone la manopola.. Quanti ne ho fatti a pezzi :-)
Non mi resta che salutarvi ed invitarvi per un collegamento a Google, dove poter fare qualche partita gratuita sul motore di ricerca che ospita una Demo del gioco.
Buona partita!

giovedì 20 maggio 2010

Aeroacrofobia .



Definiscono Aeroacrofobia la paura dei luoghi aperti e alti .

La prima volta che vidi il film Shining ero poco più che un adolescente, mi spalmai sulla poltrona di casa dalla paura, mentre le primissime scene di apertura del film scorrevano:

Una ampia distesa di acqua, piatta, grigia ed immobile vista ad altezza sorvolo.

Proprio quell'altezza che permette di vedere le cose non in modo da delinearne i confini dello spazio visivo, ma da una quota ibrida dove i contorni dello spazio non sono visibili e si perdono ai bordi del campo visivo.
Dentro urlavo di paura, ed il dolore conseguente a questa emozione smodata si faceva strada tra le carni. Un' esperienza agghiacciante, dove al mio solito stetti zitto, vuoi per l'orario, vuoi perché ero abituato a non urlare perché davo fastidio.
Passarono gli anni, i decenni e la terapia. Chi mi stava affianco mi guardava con curiosità quando ponevo il problema di cosa era questa paura, più interessata a distogliere l'attenzione dal fatto che non sapeva che pesci pigliare, piuttosto che dire: non saprei. La cosa cadde nel dimenticatoio, forse un po troppo affollato dagli ultimi decenni di vita.
Trovai le parole per parlare di nuovo di questa paura un paio di giorni fa, quando una persona su Facebook condivise il link ad una immagine intitolata “Ataxofobia”. Il link è il seguente:


Cliccai sopra ed inizia a curiosare. Il link poi rimanda ad un Dizionario delle fobie a cui si può andare incontro. Il link del dizionario è :


Comincia a cercavi le parole strane inizianti per A e vi trovai la “mia” Aeroacrofobia, più che una fobia è una forma di paura bella ed intesa, aggiungo.
Oggi mi sono tolto un peso dall'animo non indifferente, so come chiamare una cosa, che contorni ha e che intensità ha. Un bel passo avanti se si pensa che prima non si sapeva cosa era, ne come si chiamava, ne che contorni avesse e che intensità portasse in grembo ad essa.
La vita va a avanti e noi con lei, per fortuna, aggiungo.

sabato 15 maggio 2010

Complesso di Ettore Maiorana.



Capita...

Capita di trovarsi assorti nei propri calcoli o ragionamenti, riuscendo a volare con la mente sulle cose, guardarle da una visuale diversa e giungere dove altri non arrivano a trovare le soluzioni. Questo non per “super-poteri”, ma perché dotati di una sensibilità molto sottile e profonda che consente di sentire e percepire gli eventi con una intensità non comune.
Praticamente ti ritrovi a capire dove vuole andare a parare il discorso di una persona ad ¼ dall'inizio dello stesso, o magari capisci quasi subito dove arriverà la punizione o il colpo basso che chi hai davanti sta per infliggerti. Potrei continuare ad iosa con gli esempi, ma non soffermiamoci troppo.
Mentre chi ti sta attorno si dibatte tra tanti salti e salterelli, scorciatoie, giri e rigiri puliti e non, magari riesce a raggiungere con tranquillità la soluzione, ma dopo di te.
Raramente la compagna di viaggio per trovare la soluzione è la tranquillità, il più delle volte è l'ansia che fa capolino, ti avvolge in un rotolo di dolore, ma si sa che i compagni di viaggio non sempre riusciamo a sceglierceli e quindi ci tocca conviverci.
A volte si riesce a raggiungere la soluzione per la via che sembra la più ovvia, semplice, perché lineare, non troppo aggrovigliata, diretta, immediata, maledettamente sotto gli occhi di tutti ma che tutti non riescono a vedere. Ci sorprendiamo che gli altri non la vedano, ma tentenniamo.
Sostiamo un attimo prima di prenderla, in modo da annullare il vantaggio nella corsa della vita che per nostra gioia e croce abbiamo in dote dalla sensibilità. Tentenniamo e siamo dubbiosi, poi ci guardiamo attorno e vediamo che gli altri si avvicinano, raccogliamo la soluzione e riprendiamo il cammino, ma arriviamo al traguardo con una risicata manciata di secondi di anticipo, come se avessimo rubato qualcosa a qualcun altro.
Arriviamo prima alla soluzione, ma pochissimo prima degli altri, ma davvero poco, così poco che non riusciamo a sfruttare il traguardo raggiunto in anticipo e possiamo solo veder arrivare gli altri, magari mentre la nostra sorella ansia ci ha corroso fino a poco tempo prima mettendoci l'inferno dentro all'animo per correre.
Può essere una dote l'arrivare alla soluzione una manciata di momenti prima degli altri ? O è una condanna? Forse è uno strumento in più nella vita? O forse è un problema in più nelle cose, dato che cammina con sorella ansia? Il fatto è che certe volte rode profondamente l'essersi caricato della possibilità di raggiungere per primi alla soluzione e non riuscire ad avere quel vantaggio che magari ci si aspetterebbe per poter andare “meglio degli altri”.
Giungere pochissimo prima degli altri alla soluzione, bello? Mha...

venerdì 14 maggio 2010

Si fa rotta verso .

Le paure.

Da un po non scrivo per lo scaffale “Utuste”, dato che mi sono sentito fermo, diciamocelo chiaramente “abbastanza” fermo.
E' stato un periodo di riflessione, dove non capivo dove puntare la prora della mia canoa; gli altri mi chiedevano e mi chiedono di esser loro guida, ma voglia di far da guida ad altri non ne ho.
Ho voglia di navigare verso nuovi lidi, anche in compagnia di persone care ma navigando da pari uno accanto all'altro, per capire le mie paure, parlarne, confrontarmi e discuterne con chi ne abbia voglia, condividere filmati, foto e quant'altro possa esser condiviso a livello umano con una persona che dia ascolto per sentire.

Non mi resta che dirvi:

AVE ARTQUE VALE

Credente, Agnostico, Ateo .

Varie opzioni.

Il Credente ( monoteista / politeista ) è colui crede in Dio / nelle divinità .
L'Agnostico è colui non Crede ma non riconosce l'esistenza di una divinità .
L'Ateo è colui che nega l'esistenza di una divinità.

Fintantoché parliamo di religione, sappiamo che i popoli si sono scannati ed ammazzati per la religione che alla fin fine è un fatto personale, il problema è quando si crede che religione/filosofia sia il proprio animo, la propria persona, la propria psiche.

Anche qui si potrebbe giocare al Credente che crede nell'esistenza di un animo/psiche; all'Agnostico che non crede nell'esistenza dell'animo ma riconosce l'esistenza di una qualche forma di psiche, fino ad arrivare all'Ateo che nega l'esistenza della psiche.

Cosa ti risponderà l'Ateo? Non si può misurare e quindi non esiste. Peccato che su certi argomenti non esiste un metro fatto di centimetri, pollici o millimetri, che con il tuo calibro potrebbe andare a misurare. Forse per dargli una dimensione reale esiste il tempo che scorre per provare a capire cosa sia, ma la cosa importante è cercare di ascoltare, se sei fortunato capire, e se sei in gamba accettare quella tua parte di te.

Sull'argomento non si parla di questione di fede o non fede, qui si parla di un substrato reale, concreto, fluido ed esistente che ognuno di noi porta dentro di se: il mare delle emozioni e delle sensazioni umane, primordiali, profonde ed intense che abbiamo dentro di noi. Ignorandolo del tutto, si ignora una grossa fetta di vita, da cui possono nascere, nascono e nasceranno davvero seri problemi.
Per ora ho una persona cara che per tanto tempo ha ignorato del tutto questo mare, sopratutto quando il mare altrui era malato, convinta dall'ateo dell'inesistenza del mare interiore. Oggi si trova lei con il mare malato e l'ateo è nella merda perché non sa che pesci pigliare.