mercoledì 24 settembre 2014

La Riabilitazione .

Dell'aranciata.

Era il 13 di Gennaio del ca, quando mi ritrovai a far spesa. Aggirandomi tra gli scaffali trovai dell'aranciata, una botola si aprì nella stanza della coscienza e precipitai nei ricordi.
Esselunga, facciamo la spesa. Siamo a gli scaffali delle bevande, un'offerta capeggia nella mensola centrale, attirando la tua attenzione. Con un gesto semiautomatico allunghi la mano per prenderla, ignorando il private label della catena di distribuzione. Credo in Noi e le cose se si vogliono fare bisogna mettere in campo qualcosa, metto in gioco la mia conoscenza ed esperienza nata dal Blog SpesaOculata per far la spesa.
Prendo il cartone ed inizio a leggerlo, con la calma e voglia di costruire usata per la bici. Scopro che il produttore di aranciata presa in offerta, è lo stesso del private label che costa pure meno dell'offerta. Ti faccio notare il medesimo sito di produzione e brevemente ti spiego la possibilità nata dal rivendere prodotti sotto altri marchi quali i private label nei propri punti vendita. Chiudo con l'esempio dei prodotti a marchio Coop, mi becco un “Comunista del cazzo”, mentre metti nel carrello il prodotto scevro dei costi di pubblicità e distribuzione a carico del compratore. Ci farà compagnia la mattina seguente, mentre spalmi miele caldo su pane tostato e bevi l'aranciata, Io controvoglia bevo l'aranciata, ma farlo assieme ha un sapore in più.
Finisce il ricordo, la botola si richiude e torno al presente. Capisco che se voglio andare avanti ho da prendermi la mia aranciata, comprarla Io, portarla Io a casa, berla con calma la mattina mentre faccio la Mia colazione. Come tutti i gesti che facemmo assieme ed ora ho fatto, faccio e farò da solo e per conto mio per riappropriarmene, farli nuovamente miei e tornare alla mia vita. Togliergli la polvere del “noi” (almeno per me) e farlo “Io”, “mIo”.
Da quel giorno ho dovuto far tante cose Io, per traghettarle da “Noi” a “Io”, una lunga riabilitazione.

Teoria del Cassetto .

Da aprire e svuotare .

Da bambino mi piaceva aprire il cassetto della scrivania e vedere cosa custodiva. Il più delle volte un'accozzaglia che aspettava di avere un senso. In basso i quadernoni, i quaderni più piccoli sopra e via via a salire una piramide di cose più piccole impilate ed addossate sul margine lungo. Tutto perfetto, spazi recuperati la massimo, ma tirar fuori una cosa era un'impresa, tanto che mi incazzavo ( e mi incazzo), davo ( e do) uno sbotto, mandavo ( e mando) all'aria tutto e tiravo ( e tiro ) fuori quello che mi serviva ( e serve) . Un caos della malora affollava lo spazio e si ricominciava daccapo.
Diciamo che in questo ultimo anno mi sono trovato la testa e la vita piena di cose, belle, sistemate, organizzate ed impilate, troppe. Siano esse cattive, belle, piacevoli e spiacevoli. Persone, conoscenti, luoghi, cose da fare, comprate perché desiderate, realizzare perché volute, cercate perché non avute, provate perché non ancora usate, d'impiccio perché pesanti da portare.
Un paio di mesi or sono mi sono armato di strumenti vari quali "faccio", "provo", "organizzo", "diario tappe", "butto", "metto da parte", "dimentico", “compro”, “vendo”, “restituisco”, etc. tutte fatte con lo spirito messo in campo per riparare la bici a Bergamo, quando ce la misi tutta per fare una cosa che volevo fare, per far del bene a me e condividerlo con chi mi stava accanto.
Poi è arrivata la visita dal medico del 15 Settembre, dove ho aggiunto un punto importante decidendo di trovare un senso alla ginecomastia e prendendomi cura di altre mie parti che chiedevano attenzioni. Il fatto è che ho iniziato a muovermi. Forse ho iniziato a muovermi già quella sera nel bagno di casa, quando mi concessi un bagno rilassante per me e feci il punto della situazione sul da farsi, sulle varie cose da sbrigare con i primi soldi presi lavorando nuovamente.
La parte del riparar la bici, non può esser tenuta in un cassetto e questo potrebbe esser svuotato, per far spazio e cimentarsi, così come si è cimentata nel lavoro da lavapiatti, nel bivacco sui Peloritani, nell'ascesa a Monte Scuderi, nell'andare dal medico per risolvere alcuni problemi di salute che mi porto dietro da tempo e non mi facilitano, ma appesantiscono nella corsa della vita.
C'è da uscire la parte positiva della bici, usarla per svuotare questo cassetto, svilupparla, sostenerla, scremarla dalle parti eccessive della mania, vivere il tempo rimastomi, dato che quando misi sul tavolo per una persona il dono del presente condiviso, del domani donato e del disinteressamento verso il passato, questa non lo volle.
Ritiro le cose e le tengo per me, ma sopratutto le uso per svuotare questo cassetto troppo pieno.

martedì 19 agosto 2014

Ma che ve state a dì .



Acab – Chiacchierata in cucina .

“Vai in Sicilia, incontri una e ve la raccontate: Te che sei una persona meravigliosa e Lei che te ama. Quando tornate alle vostre case, sempre due precari di merda restate. Allora non ve la raccontate più. Tornate ad essere un Precario del Cazzo e nà Zoccola de Bergamo.”

Fortuna che non ho fatto una figlia...

Ricordo l'ultima telefonata con Marilena, poco prima di partire. Parlammo della storia che stavo vivendo, tenendo a mente questo filmato e con una frase che mi girava in mente “Ma che cazzo ve state a dì? Sempre du precari de merda siete”. Marilena condivise la mia osservazione e l'idea chiara che avevo in mente. Partii rincuorato e tenni salda l'idea.
Giunsi a destinazione. L'idea era ben chiara in mente, non la lasciai perdere, almeno fino all'inferno di Piazza Dante.
Lì crollai. Come un naufrago lasciai la presa da questo pezzo di legno a cui mi ero aggrappato fino ad allora, lasciandomi andare per le correnti della tempesta e naufragando per un mare blu e freddo, da cui ora sto uscendo lentamente, grazie anche al lavoro.
Capita..

giovedì 3 luglio 2014

Accartocciato dal dolore .

Come una lattina .

Il dolore è quasi palpabile, si direbbe un grumo nero interiore che a poco a poco gonfia. Gonfiano gli occhi, sotto le lacrime che spingono da dietro per fluire. Il dolore comincia interiormente a girare, come roccia nera di ossidiana. Gira, gira e rigira, prende pezzi interiori e comincia ad appiattirli, ad assottigliarli a poco a poco, via – via con maggiore velocità.
Quando il dolore è passato e si è calmato ti ritrovi come una lattina spiaccicata per terra.
Capita .

martedì 1 luglio 2014

La nebbia .


A gli occhi
Chiacchierata familiare passata (12 di aprile). Solita nenia sentita e risentita centinaia di volte e soliti contenuti assoluti: fallito, cretino, incapace, incompetente, buono a nulla etc. . In questa occasione decido di staccarmi da questa maledizione di Sisifo, dichiaro che se l'altra persona decide di impastare tutto e mesco 12 dilarlo all'infinito, lo può far pure, lui prende la sua strada ma Io non lo s pril più. Ribaditi i concetti che dalla merda me ne sono uscito da solo e che non ho la benchè minima intenzione di seguirlo, lo faccio prendere per la tangente ascendente della sua bolla di sapone di retorica. “Ciao – ciao” dico tra me e me, mentre gli ribadisco sbattendo la mano sul tavolo “Tu della mia vita non ti devi permettere di dire più alcun che”. Constata una capacità innata di amnesia selettiva delle cose, per cui decide di dimenticare quello che non gli conviene e passa avanti come un carro armato sovietico con la fanfara dell'armata rossa in sottofondo.
Finita la predica dal pulpito della chiesa mi alzo e me ne vado, scegliendo di non dar più retta. Basta. Con questa tiritera.
L'effetto lo conosco, è come la tempesta elettromagnetica che prendeva la TV prima del digitale terrestre, la mia “nebbia”.
Iersera la mia “gelida amica”, viene a trovarmi dopo il periodo di risalita. Mi lecca i piedi, le gambe, lo stomaco, lambisce il torace ed il suo contenuto e stamattina arriva la “nebbia a gli occhi”.
Una forma di brusio, retro-oculare, come di formiche che camminano negli occhi, un bruciore nel guardare le cose, una difficoltà a star fermo. Un vagare come cieco per le stanze, prima camminando, poi correndo. Infine la constatazione che da gli occhi non ci vedo bene, nel senso affettivo, qualcosa mi dice che non va. Una parte interiore, il mio Io, mi dice di fermarsi, di prendere e scriverne, di trovare un punto di partenza da cui descrivere come mi sento, poi snocciolare le idee ed infine metterle per iscritto, magari con una bella fotografia.

Anello .


Anticoncezionale, non solo per me .
Primo Atto: Cala la sera, ci ritroviamo seduti di fronte al mare a parlare di argomenti difficili. Mi parli del tuo rapporto con Luca ed Io ascolto attentamente, molto attentamente. Sento che hai preso la via del blues quando accenni all'esser restata in cinta e di come questo si sia rivelato un problema per Voi e non una soluzione. Resto agghiacciato dalla descrizione dei colpi alla pancia. Non ce la faccio più, soffoco. Sto male. Il mio Marte interiore urla con la sarissa in mano, non tanto per il comportamento di Lui, quanto ad un concetto ovvio non utilizzato. Ma è poi tanto ovvio? Forse per Me. << Giò, guarda che in un rapporto esiste la contraccezione condivisa, ma a patto che essa non venga scardinata o tolta dalla concezione condivisa. Come dire una coppia decide quando aver figli, ma il fatto di voler amarsi senza il rischio di gravidanze è un punto di partenza per un rapporto>>. Il mio Marte interiore urla di gioia. Hai chiarito questo punto, bravo. Gli occhi di lei cambiano, come se avesse avuto un cambiamento di direzione e vira dal Blues.
Secondo Atto: Ti è rimasto il boccone in gola, ma la tua fame è tanta ed altri appetiti vogliono esser soddisfatti. Vuoi esser presa e fatta mia da ogni parte, anche Lì. La cosa mi inquieta un po e ti ricordo che abbiamo scelto la contraccezione condivisa. Ma non chiudo la porta alla possibilità di instaurarla e parlarne assieme.
Terzo Atto: La notizia dell'anello anticoncezionale mi giunge all'orecchio in un momento particolare, è festa . La macchina scorre sull'asfalto, abbiamo superato un paio di semafori e prendo l'argomento della contraccezione condivisa. Ti chiedo di parlarmene e sei restia, quasi infastidita. Percepisco dell'astio nelle tue parole, ma voglio andarci a fondo su questo punto. Ti chiedo di spiegarmi il funzionamento dello strumento. Una descrizione scarna di particolari giunge, ti “giustifico”, sei alla guida.
Ma qualcosa non torna, appena ti chiedo di condividere la spesa del contraccettivo, salti dal sedile, come se avessi provato a metterti un cappio in gola. Come già ti dissi in altra occasione, se siamo una coppia allora dobbiamo condividere anche la spesa dell'anticoncezionale. Porti su di te la scelta del non condividere, che l'acquisto è tuo e che non ce n'è bisogno. La cosa mi lascia turbato ed infastidito, un altro pezzo di rapporto è saltato e la cosa non mi piace.
Ora capisco che l'anticoncezionale non era solo nostro, o meglio l'anticoncezionale non era solo per me, ma per un altro Noi che era un Voi ma con Massimo. Se a posteriori non glielo comprò addirittura lui l'anticoncezionale, come dire “La vacca che si fa mettere il giogo di sopra dal proprio padrone”.

Politica degli errori .

Fino a Seicento ?

La bici scorre sul lungomare. Più che una strada, sembra una via crucis. Superato il semaforo incontro Paolo, un saluto ed una considerazione “Coglione!”. Dopo il depuratore ed incrocio Claudia alla guida, dico tra me e me “Avanti un altro..”. Nei pressi di Torretta si vanno a sommare una serie di ricordi in negativo legati al luogo. Mi lascio convincere dalle parole dei radiocronisti alle cuffie e vado avanti.
Al ritorno, lasciato alle spalle un incidente, vedo una seicento tentennare nell'immissione in carreggiata. Sembra strano che proprio una piccola utilitaria tentenni al sopraggiungere di una bici per impegnare la corsia; in altre occasioni avrebbero inserito la prima e tagliata la strada .
Mi avvicino al mezzo. Riconosco il volto al volante, controllo il numero di targa e mi rendo conto che la volta precedente avevo sbagliato a segnarlo, dannate ultime lettere del codice. Mi fissa, come si fissa un fantasma passare . Mi domando “Perché?” ed è il preludio a tanti perché che si fanno strada nella coscienza.
Perchè non ho chiuso prima? Portare avanti per 2 anni una storia che non si sbloccava, non è che sia stata una gran scelta. Oggi in parte me ne pento, in parte mi incazzo con me stesso: una cosa morta va chiusa e basta. Forse ingenuamente credevo che si poteva riparare ed andare avanti, ma il silenzio di tomba non è che sia stato un grande aiuto. Sacrifici su sacrifici. Errori dietro errori, correzioni, passi indietro, riconoscimento di sbagli, scusa e poi per cosa? Per ritrovarmi il corpo devastato e la mente pronta a saltare.
Mettici l'essermi ridotto ad un topo in gabbia che appena ha avuto un briciolo di libertà se l'è svignata, non è che abbia concluso molto. Errori su errori.
Uno è stato anche con Lei, non appena vedevo che la situazione si sarebbe messa male, avrei dovuto chiudere, da entrambe le parti, ma il suo ricordo in quei 3 anni di inferno trascorsi, è come un dolce fiele che ammalia.
La notte passata assieme la porto dentro, come una notte tanto desiderata, voluta, cercata, l'essermi sciolto e mischiato in lei e con lei dopo tanta fame e miseria, assumeva guarda caso le sembianze di un porto sicuro dove approdai in periodo di burrasca e fame.