lunedì 2 febbraio 2026

Black Summer .

Un abbraccio prima di un addio .
Pol condivide il suo profilo su Netfix. Ogni giorno che passo dubito di più del ragazzo. Avrà condiviso con me l’accesso perché avrà delle intenzioni personali nascoste da un miserabile velo di altruismo. 
Sulle prime cerco di vedere “Il Gattoparto”, su indicazione della prof di Catalano. A stenti finisco la serie. Qualcosa mi frena ad utilizzare Netflix, sarà l’altruismo poco credibile altrui o la reticenza sulla piattaforma dopo la Loli? 
Avevo chiesto alla Mariadolores se avessimo potuto condividere il suo profilo Netflix, in maniera da poter guardare alcune sere una peli a casa mia dopo avervi quasi sempre  cenato. Magari anche Io avrei potuto vedere qualcosa in più rispetto le solite stronzate in Catalano ogni santa sera. La risposta è reiteratamente la stessa: No. Ci resto di merda , dopo aver condiviso con Lei la spesa, l’auto, le chiavi di casa, il tempo, il letto, la casa, la cucina e quel poco che sapevo di manualità, questo “no” arriva come un fulmine a ciel sereno e non è un buon presagio. Di lì a poco la storia finirà con un portone di casa sbattuto ed una marea nera che inonderà la mia vita.
Qualcosa mi spinge a girovagare su questa opportunità concessami di andare su Netflix. Non mi sento tanto sicuro o comodo, già una volta l’abbonamento di Pol era stato sospeso per il non avvenuto pagamento e l’idea di restare a metà a vedere qualcosa non mi affascina molto.
A poco a poco cerco di fare delle piccole incursioni sulla piattaforma per capire prima di tutto cosa c’è. Poi per capirvi quanto i prodotti sono lunghi e quindi il rischio di espormi ad un taglio del servizio. Ricordo ancora quando Pol calò la maschera e disse:
- “Perché non prendiamo Netflix per casa?”
Pronta la mia risposta:
- Ok, apritelo sul tuo conto corrente e Io al mese ti verso la mia quota.
Progetto finito in discarica. Pol non era in grado di aver un minimo di stabilità economica o pianificazione.
Una notte in cui ancora non era stato tagliato il servizio per insolvenza, mi metto a cercare sulla piattaforma qualcosa da guardare. Cartoni animati, no. Film, magari di fantascienza, trovati ben pochi. Andiamo sulle serie. The walking dad? Ma anche no, qualcosa di più corto. Entro e rientro senza decidere il da farsi nella sezione Serie, fino a quando una sera Pol mi consiglia “Black summer”. La studio, 2 stagioni, non troppo lunga, si può fare.
Do al play e mi immedesimo nella pellicola. Dal primo capitolo temi forti, lo stare assieme in famiglia, l’amore di una coppia, la voglia di proteggere chi hai accanto costi quel che costi. Argomenti forti, troppo forti per Me durante il lutto e poi quella somiglianza di Jaime King con la Loli, il colore degli occhi, il taglio dei capelli, il colore della pelle, i tratti marcati ma femminili, la silhouette. Mi ricorda Loli.
Mi lascio prendere dalla peli. 
Rose ( Jaime King ) è sposata, con il marito sono genitori di una bimba. Sono rinchiusi in casa perché fuori c’è in corso una pandemia, aspettando il loro turno per essere evacuati dal quartiere. Il marito ha problemi non troppo precisati di salute, febbre, stanchezza, sul fianco ha una strana ferita che sanguina, avrebbe bisogno di aiuto medico. 
Giunti nei pressi dei camion militari, provano a lasciare la casa. Prima di salire sull’automezzo, che li condurrà in un luogo di raccolta sicuro, devono passare un controllo sanitario. Lui risulta contagiato, le autorizzazioni in possesso non servono a nulla, carta straccia, non può imbarcarsi con i suoi cari. Lo mettono da parte e continuano controllare i restanti della fila, fino a quando la situazione in generale si mette pericolosa. Scorrono urla, dispari, allarmi, i responsabili fanno tirare su le scale di accesso e gli autoveicoli scappano con il carico di persone, tra cui la loro figliola che ha superato il punto di controllo. 
Lei resta con lui, non lo lascia fino alla fine. Mi immedesimo con il marito, finalmente posso piangere che non vengo abbandonato. Lacrime messe da parte da tempo imboccano la via dei dotti lacrimali, uscendone alla luce dalle profondità dell’animo in cui erano state guardate, piango. Piango, lacrime fredde, salate, quasi senza emozioni vive, quasi acqua di mare che proviene dagli abissi interiori. Piango si della situazione avuta, ma grazie ad una serie di zombie. Finalmente piango.
 Ma la serie non smette di aiutarmi. Grazie alle due stagioni con i  capitoli, riesco a “rivedere” e a “risentire” la Loli. E’ come se avessi avuto un’occasione per separarmi da lei e dirle addio .
C’è dell’altro. Il nome stesso della serie “Black summer” mi fa riflettere. Estate nera. Com’è un’estate nera? Scartabellando su internet, scopro riferirsi ad un’estate durante la pandemia in cui gli zombie sono fuori controllo, il tempo è impazzito, non c’è modo di produrre alimenti e la gente muore, o di fame, o per mano degli zombi o per mano degli altri umani per mangiarseli.
In pratica una estate senza speranza, senza vita, senza sole, senza estate. Mi fermo a riflettere, mi sono fatto 2 black summer? Si, il ‘24 ed il ‘25 sono stati anni bui, dove non ho avuto/sentito la stagione estiva. Vuoi per il lavoro, vuoi per la solitudine, vuoi per il poco sole preso, ma all’appello mi mancano 2 estati. Ho provato più volte ad andare nella spiaggia condivisa con Loli, ma è stato difficile, quasi impossibile tornarvi, troppi ricordi ( o i ricordi sono troppo pochi ) legati a quella battigia, a quella spiaggia, a quel sole che accarezzava e riscaldava. In questi due anni ho avuto troppo freddo e troppo poco calore.
Mi sono sparato le due stagioni di Black summer, sapendo che la terza non arriverà. Sto tornando a cucinare per Me, a fare la dieta, a scendere di peso in modo da pote vivere il mio corpo e lasciare spazio, metri e magari chilometri tra Me e le estati nere trascorse. Anche fermarsi a prendere un po di sole in faccia aiuta a mettere spazio tra Me e quella valanga di morte che entrò nella mia vita dopo che Loli scomparì dalla mia esistenza, abbandonandomi.
 

giovedì 10 luglio 2025

Fotografia .

Un’estate di tanto tempo fa .
Da tempo la foto in questione mi torna in mente. 
Un sabato pomeriggio dei primi di settembre del 23. Come ogni buon fine settimana pranzo a lavoro, la Loli è libera e mi invia una foto da bimba. Le cose che mi colpiscono dello scatto sono la luce, la pace, la tranquillità, un ambiente in mezzo alla campagna.
Si apre una botola di un passato personale che vado a rivivere: le estati Io, Cla-clà e la Crì a Capo Milazzo. Vestiario simile, sorrisi convergenti, pace e tranquillità in mezzo ad una campagna dove stavamo bene, ed il tempo trascorreva sicuro.
Scivola la chiacchiera sullo scatto di Lei. Casa dei suoi in campagna dove assieme ai cugini passavano le estati assieme. L’identificazione si fa più forte perché Io, Cla-clà e la Crì non avevamo cugini ma ci facevamo da cugini tra Noi e passavamo le estati assieme a casa dei compari in campagna. Una bottiglia di empatia si stappa. Sento la Loli più vicina ed umana dopo questo scatto.
Scorgo e studio la foto alla ricerca di Lei. Il ragazzo in alto a sinistra è escluso, è maschio. La bimba sotto scartata perché ha i capelli scuri. La Loli gioca ad indovinare dov’è Lei nello scatto ed Io partecipo, a modo mio, giocando , lasciandomi andare ma usando la ragione con cui da una parte capire e dall’altra parte fargli aprire porte chiuse quando le emozioni vi bussavano da dietro.
Vado alla parte destra dello scatto. Due bimbe che si assomigliano, possono essere sorelle e potrebbero essere la Loli e la sorella. La supposizione viene confermata. Ora tocca trovare Gatita. Una guizzo di barlume mi fa dire che quella sotto potrebbe essere la sorella, dipendente e sottomessa, il buongiorno si vede dal mattino. Quella in piedi ed indipendente è la Loli, ne riconosco pure le belle gambe che ha fin da piccola.
- Sei quella in alto a destra!
- Indovinato.

La Loli mi spiega dei capelli a caschetto portati in quel periodo, sulla scia della moda di un’attrice. Mi ricordano i capelli a caschetto che portava la Crì, un’altra porta nell’immedesimarsi nella foto si apre. Sento questo scatto vicino, molto vicino. Oggi dico troppo, maledettamente troppo.
Mi colpisce da subito il sorriso della bimba in alto a destra, mi porta un treno di emozioni belle verso lei. 
Mentre il gioco logico a due scorre, scruto i particolari della bimba. Il colore dei capelli, il loro taglio, gli occhi, il sorriso, le braccia e le gambe lunghe e nuovamente il sorriso. Mi innamoro della bimba. 
Da una delle porte precedentemente aperte dalla ragione alle emozioni chiuse dietro, giusto giusto da una di queste si affaccia l’idea di voler avere una bimba, una bimba simile a lei, che la possa coccolare, crescere, aspettare, desiderare ed amare. Cosa avrei dato in quei momenti per poter avere una figlia così. Il mio sentimento di paternità ha nuovamente fatto capolino.
Passano i giorni e l’idea prende piede. Cerco di parlarne con la Loli.
Il caso vuole che da lì a poco vengo informato della delicata situazione di salute di lei e che i risultati della visita di controllo non sono dei migliori. Passata la visita con il Chirurgo la terapia è lapidaria: Isterectomia. L’istinto di paternità che aveva fatto capolino inizia a gridare dentro di me di dolore, rancore, odio, rammarico, è vecchio, è solo, è canuto e senza speranza. Scelgo di vestirlo a lutto, zittirlo e metterlo in un angolo, scegliendo di continuare con la Loli. 
Successivamente verranno fuori i suoi venturi 50 + 1 anni, omessi ma da festeggiare, assieme a la sua acquisita sterilità  ed alla sua non voglia di ripetere l’istinto materno.
Il mio sentimento di paternità è a pezzi e mandato nel Tartaro.
Oggi tolgo l’abito di lutto a quella mia parte, è furtiva, senza fiducia, sconfitta, avversa a me, sono passati 2 anni ed una mare di merda da rimuovere. Ce la faccio, ma il prezzo è nuovamente alto, devo recuperare tutte le parti lasciate dietro, chiederle scusa, sperando che le accettino, ripulirle, ricomporle e ricostruirle. Una bella tonnellata e mezza di merda da mangiare, ma anche un meccanismo di Horcrucx che si è ripetuto.

 

martedì 8 luglio 2025

Horcrux .

 

- Ero in biblioteca l’altra sera, nel reparto proibito ed ho letto una cosa alquanto strana riguardo una rara magia, si chiama se ho ben capito “un Horcrux”.
- Come hai detto, scusa?
- Horcrux. Mi sono imbattuto nel temine leggendo e non l’ho capito appieno.
- Non so cosa tu abbia letto Tom ma questa è roba molto oscura. Molto oscura. Davvero.
- Perciò. Adesso sono da Lei.
- Un Horcrux è un oggetto in cui una persona ha nascosto parte della sua anima.
- Ma non capisco come funziona, Signore.
- Uno divide la sua anima e ne nasconde parte in un oggetto, così facendo sei protetto se venissi aggredito ed il tuo corpo distrutto.
- Protetto?
- La parte nascosta della tua anima continua a vivere. In altre parole non puoi morire.
- E come si divide la propria anima, Signore?
- Credo che tu conosca già la risposta. Tom.
- Omicidio.
- Si, uccidere fa a brandelli l’anima. È una violazione della natura.
- Si può dividere l’anima solo una volta? Per esempio sette, non è..
- Sette? La barba di merlino, Tom! Non è abbastanza orrendo pensare di uccidere una persona. Strappare l’anima in sette pezzi! Sono tutte ipotesi, non è così Tom? Tutta accademia.
- Certo Signore. Sarà il nostro segreto.

 
Quando conobbi Herry Potter per le saghe dei film e dei libri, capì che le opere avevano vari livelli di lettura. Uno superficiale, forse per bambini ed uno profondo, molto profondo, oscuro, nero, freddo, da depressione.
Sono tornato più volte su gli spunti datomi da questa serie e credo che l’argomento Horcrux sia un punto importante che mi è scivolato dalle mani varie volte ed ora che sono a casa mia, con la mia vita, il mio lavoro, la mia stabilità e la mia tranquillità mi sento sicuro nel poterlo affrontare, guardando la tempesta dalla finestra di casa mia.
Sono giorni che ci giro attorno, leggendo post vecchi, riorganizzandoli e ricollocandoli in scaffali differenti. La sezione Up et Down si sta via via riempiendo di punti convergenti sul Horcrux. Credo che sia il momento di aprire una nuova ala dell’isola e farvi convergere il necessario.

giovedì 7 marzo 2024

Confondere .

Il cxxxo per un farmaco .
Il cxxxo per un farmaco .

Finiamo di farlo. Forse ti è piaciuto, o almeno credo. 

Ti rilassi, come una gatta che ha appena mangiato a sazietà, ti lasci andare alle coccole, con un musino da bimba mi dici “mi fai stare bene”. 

Da una parte, ieri, ne vedo il lato positivo, bello, romantico della cosa; dall’altra, oggi, riguardandolo, mi rendo conto del pericolo di questa affermazione. Lo stare assieme ti permette di tranquillizzarti, di calmare l’ansia, di frenare le idee, di rilassarti, come se fosse/i un tranquillante, un rassicurante, come se fossi un farmaco che ti allevia l’esistenza. 


 

giovedì 29 febbraio 2024

Giorno bisesto .


Giornata buona
Mattina, devo andare al corso di catalano, sono stanco e non vorrei recarvi. Ogni cazzo di giorno è un problema alzarsi dal letto, ma qualcosa oggi cambia. Una di queste è nel prima di uscire, mi concedo un po di televisione, vedere cosa passa per il mondo prima di buttarmici. 
Ritardo l’uscita da casa. 
Mentre chiudo la porta di casa, sento per la tromba delle scale un suono familiare di portone in chiusura, seguito da un latrare di cane dalla taglia piccola, credo di sapere chi sia. Vado per la mia strada. Una curiosità mi prende, mi piacerebbe vederLa, sapere come sta. 
La incrocio con la vista sulla rambla, mentre mette fretta a Nuka per i suoi bisogni, sa che sto uscendo e non vuole incrociarmi. Mi rendo conto di questo particolare e mi dico “So che lei non sa che Io so un particolare e cioè on disturbarla”. 
Rallento, non attraverso la strada, non mi innesto la sua stessa traiettoria; ne prendo una differente, più larga, come se volessi prendere tempo sul da farsi.
Non voglio dare molto nell’occhio, mi calo la visiera del berretto sul volto e prendo le distanze, la studio. Entrambi abbiamo la spazzatura da conferire, lei è davanti a Me e si dirige allo stesso gruppo di cassonetti. 
Qualcosa dentro si muove, ma perché devo incontrarla per forza? Ho un altro gruppo di cassonetti dove buttare il cartone? Si, nella via de la Creu. Prendere tempo e distanza mi ha aiutato, attraverso la strada e cambio direzione. Di questa stronza e miserabile non voglio avere più niente a che fare, mi comincia a fare schifo.
Questo livello di considerazione nasce dalla chiamata telefonica di ieri con mia madre. Erano settimane che volevo uscire a camminare per i fatti miei e ci son riuscito. So che mi piace parlare e mi dico “chiamo mamma”. Mi risponde e riusciamo a parlare, no da figlio a madre, ma da uomo a donna e finalmente mia madre mi da un consiglio “Te lo dico da donna, quella ti vedeva come una scopata per riprendersi”. “Mà , a me sta cosa fa schifo, è da miserabili, perché io da uomo ho messo tutte le cose che potevo in chiaro, che a me queste cose in questo periodo difficile non mi vanno e per di più che lasciandoci ci dovevamo sedere da persone adulte per lasciarci”. “Lo so Fabio, sono come cose che ti fanno male e poi si convertono in vagoni che si portano dietro”. Mi si illumina un punto luce nella nebbia. 
Il punto luce mi si riattiva oggi guardando il treno passare. Perchè caricare un altro vagone di miseria alla mia vita? Cambio strada ed almeno questo vagone di miseria me lo evito di incrociarla per la strada.
La giornata continua, a lezione c’è lo studio delle “queixes i reclamacions”. L’occhio mi cade sulla frase “Aquest silenci genera molta rabia” mi dimentico del successivo “perquè”, non devo dare specificazioni, ora non più. Scritto e descritto il meccanismo della mia vita che mi ha portato ad intossicarmi di rabbia. Rossana, Loli, Valentina, Alessandra, fino a mia madre, persone che si sono chiuse nel loro silenzio, lasciandomi abbandonato come un cane e mettendo in moto la mia rabbia. A 44 anni prossimi forse ho trovato una pista saltata del mio cervello.

martedì 29 novembre 2022

Wok Dao

 

Ci sono tornato .

Mercoledì 16 11 22, torno a pranzare al Wok Dao. Stavolta sono nuovamente solo, “nuovamente solo”, perché in questa occasione nessuno è con Me. Trovo un tavolo, mi siedo, ordino da bere ed inizio a girare per l’ala di esposizione alimenti. 

Stavolta c’è prosciutto crudo, l’angolo dei caldi, l’isola fredda con carne, pesce, verdure e sushi, l’angolo dei dolci e bene o male le stesse cose rispetto al lunedì 29/08/22, ma sono passati precisamente tre mesi ora che scrivo e ci sono tornato con occhi differenti.

Quel lunedì eravamo rimasti per mangiare assieme con Miriam e Luna, in compagnia del ragazzo Domenicano che non ricordo il nome e della tossica Mili. Io ed il ragazzo Dominicano arriviamo sul posto in orario, le ragazze si fanno aspettare. Riunitici, guadagniamo il tavolo e ci sediamo. Già dalla disposizione del sedersi qualcosa mi suonava strano. Mili ed il suo lui ad un capo del tavolo e Miriam con la Luna all’altro capo. Io in mezzo.

Miriam passa il tempo dedicandosi a Luna ed al suo piatto. Parlo più con i ragazzi che con loro due. Mangiamo, ma ognuno per i fatti suoi. Una vaga sensazione di solitudine si presenta, rimandata giù dai piatti pieni di mangiare e tumulata da un finale di bignè ripieni di panna. Sono solo e sto mangiando solo, sono solo e non stò in una coppia, anzi con una mezza fusa ed una bambina che ha un disperato bisogno di un adulto. 

Quando ci sono tornato, la sensazione di mangiare da solo era presente, ma non disturbata da estranei, ho potuto gustarmi il pranzo e verificare che la mia sensazione era corretta. Ero solo il 29 e sono continuato ad essere solo il 16.

Voglia che capiti nuovamente non ne ho. Ora che ho chiara la sensazione, non la voglio ne perdere, ne ignorare. Ma tenerla ben in vista e saperla riconoscere.

martedì 31 marzo 2020

España .

Olé .
Apre una nuova ala del mio Blog, la sezione España, in funzione del fatto che dal 10 Aprile 2019 la vita mia ha portato nella penisola Iberica.
Mentre scrivo è passato quasi un anno dal mio arrivo; nel bene e nel male di cose ne sono accadute, come una epidemia di Coronavirus che mi costringe a stare a casa e non lavorare. Ma di questo ne scriverò ( forse ) più in là.
Ora inauguro questa nuova sezione e che vada bene.

Con la Vale


E' finita

Giorno 13 02 2017 Con Valentina è finita. O credevo...

sabato 12 gennaio 2019

Sigillo

"Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio, poiché forte come la morte è l'amore, tenace come gli inferi è la passione".

Cantico dei cantici.

mercoledì 2 gennaio 2019

Lathraea squamaria .

Una pianta parassita .
Con fare da parassita, hai fiutato la mia storia in fin di vita e bussato alla porta, hai aspettato che ti aprissi.
Con passo felpato da gatto nella nebbia, ti sei intrufolata nella mia vita. Prima con lo sguardo dell’innocenza, poi quello sguardo aveva una strana scintilla, poi la scintilla prese fuoco della passione e ci bruciammo in fretta quella notte al Tono.
Facesti di tutto per parassitare completamente la storia e cibartene, buttasti nella mischia anche i sentimenti pur di spolparti fino all’osso quella storia. Finalmente era tua, eri felice di suggere il buono di una relazione ma non doverti prendere le responsabilità di essa. Era bello poter sempre dire che non era colpa tua, entrare, prendere ciò che volevi ed andartene via. Era bello buttare la colpa sull’altro. Però poi la storia è finita e non c’era null’altro da parassitare. Lui ti guardava con gli occhi davvero dell’amore e lì iniziasti ad issare le scuse per giustificare la tua uscita e cominciare freneticamente a cercare un’altra storia da parassitare e poter suggere nuova linfa.

Ogni cazzo di .

Giorno .
Ogni cazzo di giorno sei lì, a combattere affinché non indietreggi, a rimanere dritto, a non piegarti, a mantenere la tua dignità, la tua persona, le tue idee.
Ogni cazzo di giorno, gli altri fanno un passo aventi e tu resti al palo nel migliore delle ipotesi, se no indietreggi e finisci in un mare di melma nera Infiammabile, dal fuoco nero .
Ogni cazzo di giorno speri che sia meglio di domani. Speri che arrivi il giorno libero e quando arriva sei attanagliato da dubbi, pensieri, problemi, che non vedi l’ora che finisca per non pensarci più, sprofondare nel lavoro, dimenticare che hai 38 anni, stai ancora a casa dei tuoi, non hai una casa tua, una macchina, una famiglia, una compagna ed hai solo qualche euro grattato come un pazzo e messo da parte, per sperare di tornare a lavorare e staccare completamente il cervello.
Speri che domani sia migliore, ma a sera non ci arrivi. Speri che la prossima volta che passa un evento ci sarai, magari sarà la volta buona, ma sei solo a lavoro ed appena ti ci allontani hai subito le vertigini e vuoi tornarci.
Ogni cazzo di giorno fai la check list delle tue ex, ti fai il conto di quante te ne sei scopate, ma alla fin fine resti solo e non hai una famiglia.
Ogni santo cazzo di giorno sali sulla bilancia ed i responsi sono a cifre che ti inquietano e ti domani “Come mai?”.
Ogni cazzo di giorno speri che sia l’ultimo di questa marea di merda, ma poi ti rendi conto che la marea di merda ti sta sommergendo e tu rischi di lasciarti andare.
Ogni sacrosanto cazzo di giorno inizia la mia guerra ed ogni sacrosanto cazzo di giorno patteggio una cazzo di battaglia.

domenica 30 dicembre 2018

Mollare la presa .

A volte un film aiuta a riflettere .
Sono di quella generazione dove i film di fantascienza erano inquietanti e paurosi, se avessi parlato di fantascienza, parlavi di horror o comunque film noir. Non si sa perchè, ma quando si guardava al futuro, la prospettiva era o un alieno nel torace, un’ecologia catastrofica o nel peggiore delle ipotesi scenari post atomici apocalittici.
La prospettiva con Valentina non era tanto invitante. Dopo una serie di tentativi per riallacciare i rapporti andati a vuoto, una sera, arrivato l’ennesima delusione per un rifiuto, di un No, ho mollato la presa.
E’ stata la sera in cui sapevo che al cinema c’era “Blade Runner 2042”, la invitai ad andare a vedere, ma sapevo dell’arrivo del sicuro “No”, ma mi serviva sapere “No” e mi serviva avere un motivo per uscire da casa per non crollarvi dentro. Avere una scusa per reagire in qualche modo. Parte la proposta, sofferta perché sapevo dell’imminente “No”. Arriva la risposta scontata e dentro mi sento morire per l’ennesima volta. Non so più quanti dinieghi ho collezionato in questo rapporto e non so più quanti pesci in faccia ho ricevuto. Scelgo di uscire da casa per andare al cinema a vedere il film. Esco ed è come se lasciassi la presa.  
Da quella sera ho mollato la presa e mi sono allontanato. 
E’ stato un po un dolce soffrire, sofferenza per una cosa finita, dolce perché in seno ha la promessa di una vita che va avanti.

L'immagine appartiene al rispettivo proprietario.

277 .

E passa di giorni di silenzio .
E’ da quasi 1 anno scarso che non pubblicavo e scrivevo sul blog, complice le numerose e poche cose accadutemi in questo periodo che mi hanno rosicato il poco di tempo a mia disposizione.
Sono diventato caposala, guadagno qualcosa in più, ma ho anche molte più responsabilità . Ho iniziato e finito il corso del primo livello per Sommelier e di tempo se n’è portato. Ho scoperto il vino ed i suoi fratelli, più piccoli, più grandi, coetanei, avi ed antenati, un meraviglioso dono dei miei 38 anni.
Poi ho conosciuto Lauretta e ci siamo lasciati 5 volte in 4 mesi, con una media di una interruzione di relazione ogni 20 giorni. Eravamo partiti benissimo, forse troppo e già nelle prime 48 ore ci siamo arenati e lasciati. Indimenticabile per Me la notte di capodanno trascorsa assieme, tra una bottiglia di spumante, le fiaccole, i calici e le candele per salutare il nuovo anno su al borgo nell’ex vivaio comunale. Poi però ci siamo lasciati e rimessi troppe volte ed alla fine siamo diventati due estranei dentro ad una storia.
Non ho conosciuto molte persone, ho perso amici e spero di farmene altri, vivo ancora a casa dei miei e spero di andarmene a stare da solo.
Vorrei costruirmi una relazione, con una donna, ma per ora sono attratto o dalle molto giovani o dalle molto mature, è come se cercassi l’essenza della femminilità o ai suoi primi albori, quando il sapore è intenso, non ancora corrotto oppure quando la donna sui 40 anni sboccia nuovamente con una femminilità nuova, più forte e più intensa. Voglio una donna e credo che il primo passo sia uscirmene da casa e farmi Io una mia casa.
E’ cambiata la gestione dove lavoro, ora ho molta meno tensione su di Me e respiro meglio, lavoro meglio e mi sento anche bene. Ovviamente le situazioni di conflitto ci sono, ma sono di più i momenti di confronto, chiedere scusa, capire dov’è stato lo sbaglio per poi ripartire con una bagaglio di esperienza maggiore.
Sabato ho visto Valentina alla guida della sua 313 nell’asse viario, il cuore da una parte gli è mancato un battito, dall’altro ha sparato una tachicardia di fuggi via dal pericolo e non guardarti indietro non indifferente. Tra le due sensazioni, quella più forte era quella di fuggirsene via, il più lontano possibile.
Mi manca il sesso, quel poco che c’è stato con Laura era come acqua salmastra bevuta per molta sete, piuttosto che acqua dissetante. Ogni acqua toglie la sete, ma ci sono alcuni tipi di acqua che proprio è meglio non berle.
Sto imparando a non investire, disinvestire, evitare, aggirare, rimandare, ignorare, guardare da un’altra parte, pensare ad altro. E’ un modo taccagno e parsimonioso di fare cambiamento nella vita, ma per ora tra tempo libero ridotto a lumicino, i 40 anni che si avvicinano, il peso dei pensieri in testa, le fregature prese, comincio ad affinare il fiuto come a Grenouille e se devo cambiare strada, la cambio, senza pensarci su molto.
Mi sono iscritto a ben due siti di incontri, ma stavolta ho avuto il culo impressionante che chatto da oltre 1 mese e a parte pizzicare una che sembrava gonfiata come un pallone di calcio dal napal, non ho conosciuto un bel niente. Sarà che sono fuori dall'universo femminile da un po di tempo e forse per avvicinarsi è meglio prima farsi un’amica.
Per il resto sono qui e qui continuo a vivere.

mercoledì 3 ottobre 2018

L'amore esiste.


Francesca Michielin - L'amore esiste .

Il sentimento per Vale nacque dove non lo avrei mai immaginavo, nacque in un posto dove proprio non mi aspettavo o lo avrei cercato. Era lì che covava in una terra dove non arrivava la luce della coscienza, addormentato come una noce di cocco trasportata dalle intemperie dei mari, è rimasto quiescente per giorni, mesi, anni; fino a quota 35 anni.
Una sera, un lunedì sera di un febbraio freddo ma riscaldato dalla sessione di allenamento in piscina, in una pizzeria di un Napoletano trapiantato in Sicilia, entro nel locale e sento i suoi occhi addosso. E' una sensazione che mi porterò dietro per sempre, appena la sento nelle vicinanze sfarfallano le farfalle alla pancia, gli occhi vagano alla ricerca di qualcosa, tutti i muscoli del corpo si tendono restando in uno stato di attesa, come quando da bambino aspettavo i compagnetti a casa per giocare; li aspettavo e sapevo che arrivavano. Avendo la percezione del prossimo arrivo e la sicurezza del loro arrivo la sensazione arrivava all'animo e mi faceva gioire. Ed arrivò anche questa sensazione, dritta al cuore, come finestra chiusa per molto tempo si spalanca ed entra una folata di vento, forse caldo di Africa. E' calore, è voce che si abbassa, è voglia di Lei ma di coglierla e non prenderla. E' voglia di giocare al gioco della seduzione in punta di piedi, mettendo avanti il sorriso di mio nonno e la mia sensibilità. E' voglia di sentirsi la camicia addosso come seconda pelle per farsi vedere da lei.
Inizia il gioco della seduzione delle parti, un primo passo è sedermi nei pressi, non accanto dato che il posto è occupato e poi diciamocelo, se volessi parlare ad una persona è meglio averla davanti che di lato, l'interlocutore si deve guardare negli occhi e scrutarne le reazioni. Forte di questo punto passo al contrattacco, sedendomi davanti in modo da essere visto e vedere. Inizia un dolce, intenso e caldo assedio.
E' un parlare come un temporale. Inizia con poche gocce, aumentando di intensità fino a ritrovarsi tra una battuta e l'altra a dividere la pizza e mangiarla in due, per poi finire ad offrirle il gelato celato dall'anonimato del gruppo, ma guardarla dal primo all'ultimo momento fino a quando le sue labbra si posano sul cono e godersi ogni momento di quel gelato gustato.
E' pianta nata da un seme arrivato sulla terra dopo una burrasca, tempesta di nome Rossana da cui uscivo a pezzi.
Il punto di svolta per uscirmene dalla mareggiata fu fare apnea, svilupparne il concetto sotto molti punti di vista e magari prendere come punto di partenza l'idea della favola dell'apneista e della scalatrice. Incontratisi al filo della falesia viva, si baciano per l'ultima volta, ognuno si porta nel cuore un pezzo del loro amore per poi prendere entrambi una strada diametralmente opposta. Lei si arrampica su per la falesia, lui inizia a scendere giù negli abissi. Ognuno dei due prenderà una strada differente ma porterà nel suo cuore una parte dell'altro per sempre, ovviamente nella favola.
La favola era un modo per iniziare a mettere un punto ad una burrasca in cui mi ero trovato coinvolto, investito e frantumato. Come nave di legno presa dai marosi, sballottata a più riprese e quasi affondata, semi distrutta, scassata, ma che ancora naviga. Naviga ma di cui la tempesta non ha un briciolo di pietà e la scaraventa sulla scogliera per continuare a farla a pezzi e distruggerla. Spaccarla, strapparla, sminuzzarla.
Basta, ad un certo punto da quel letto su cui mi arenai e dove la tempesta continuava ad infierire, nera, cupa, fatta di fuoco nero che brucia e distrugge tutto, ad un certo punto decisi che era il momento di iniziare a muovermi, per dignità personale, per rispetto a me stesso. Così arrivò quel martedì 3 dicembre dove iniziai il mio primo allenamento di apnea. Forse fu proprio allora che il seme dell'amore verso Valentina venne depositato finalmente sulla terraferma dopo la tempesta a cui ero andato contro. Forse quel giorno la vidi o comunque non prima ma di certo dopo. Ma di certo nei giorni a seguire degli allenamenti ebbi modo di vederla e ri – vederla, coltivando quella sensazione di gioia nascosta e felicità che avevo nel vederla.
Felicità mista/sporcata dalla sensazione di spaccato/distrutto portata dietro dopo il nubifragio passato. Avevo paura di uscire fuori e farmi vedere così a pezzi da lei, malconcio.
Cadde il sipario e nonostante che con la coda dell'occhio la cercavo e la trovassi sempre di meno, in cuor mio quelle forme, quei lineamenti, quella camminata a bordo piscina per indirizzarsi alla batteria di partenza uscita dalla scaletta mi si erano sedimentati.
Poi la primavera con Federica e quella serata in pizzeria che mi permise di aprire la porta e vivermi quella sensazione con Valentina.
Quella sensazione dopo quella sera cominciò ad approfondirsi, a sbocciare e prendere i connotati di un sentimento che cresceva dentro di Me, un sentimento pieno e forte, che a poco a poco scostava e spostava le emozioni da Federica verso Lei.
La mattina seguente gli eventi alla scalinata al Tono, seduto in bagno e scrivendole, mi resi conto che dentro sentivo qualcosa di forte verso Lei, un tonfo al cuore, come un battito che manca all'appello ma che ha preso il volo con le ali di una farfalla. Da lì l'emozione ha preso sempre più connotati e forme di amore per Lei.
Ma questo sentimento si deve vivere in due e la somma dei due sentimenti non ha mai fatto un Noi, ma un lo.
Capita..   

Il materiale audio e video appartengono ai rispettivi proprietari.

lunedì 24 settembre 2018

Spuma di ...

Emozioni .
Domenica 16 settembre del CA. Al locale arriverà e festeggerà il compleanno, la fidanzata del fratello di Valentina. Dentro di Me, appena il fratello è venuto a parlare per il tavolo, ho “sentito” da subito che Valentina arriverà.
E’ quell’emozione che conosco, fatta di battito del cuore mancato all’appello, di attesa per una persona importante che viene a trovarti a casa, di gioia, di felicità, di speranza. E’ bellissima, quasi di bollicine alla pancia, come se dentro portassi una bottiglia di buon moscato e sa che è messa a raffreddare per poi esser stappata.
Arriva la domenica del compleanno e lei entra in sala. Vestito attillato verde, aderente, le si possono contare gli elementi della tartarughina alla pancia. E’ stanca in volto, coperto di fondotinta, dove sbocciano le sue labbra di un rosso perfetto che ne esalta la dolcezza dei lineamenti della rima labiale.
Tolgo il rivestimento al tappo della mia bottiglia interiore di moscato. Comincio a pregustare le emozioni.
Sono a lavoro, c’è una sala da portare aventi e comande da prendere. Chiedo al collega Claudio una cortesia fraterna, di trattarla come se fosse “la mia ragazza”, avendone un occhio di riguardo. Claudio mi dice “Va bene! Non ti preoccupare!” e sento il cuore più leggero.
La gabbietta allo spumante interiore è tolta.
Per tutta la sera ci studiamo a distanza, con mezzi sguardi furtivi. Ad un certo punto passo volontariamente davanti a Lei per farmi notare, con il più bel sorriso che ho e con la coda dell’occhio la vedo intenta a guardarmi e farsi prendere dai suoi soliti tic nervosi quando la colpisco. Il collo fa uno scatto a destra, un colpetto della testa in su, le spalle lievemente tirate indietro, le labbra che si chiudono a bocciolo di rosa per una brevissima porzione di tempo, per poi rilassarsi e mostrare per una piccolissima fessura delle labbra gli incisivi, incastonati tra le morbide labbra. E’ segno che mi ha notato, ma questo non sempre è un segnale buono con Vale, a volte è preavviso di inizio irradiazioni pericolose.
La sera va avanti, Io non posso perdere molto tempo appresso a Lei e ne tanto meno ne ho. Vado avanti ed ogni tanto le butto un occhio. Le rivolgo un timido ( alla Max Gazzè ) saluto vocale ma non ho risposta. Un altro tic, uno scatto di lato, fa finta di non conoscermi. Un saluto vocale accompagnato con un gesto di mano sortisce maggiore effetto. Ho risposta.
Passo un paio di volte dal tavolo per chiedere al fratello se tutto è a posto, le risposte poco convinte da sorcio dubbioso sono la conferma dello stampo di famiglia.
La cerco con gli occhi tutta la sera e per un momento ho come l’impressione che mi stia aspettando, forse in bagno, forse un messaggio sul cellulare.
E’ tutta una sera che provo a stappare il mio tappo interiore alla bottiglia e non ci riesco.
Il momento in cui la vedo entrare in bagno credo che sia il momento giusto, stappo il mio spumante interiore. Escono le bollicine interiori, lo spumante inizia a sgorgare. E’ brio, è dolcezza, è voglia di vivere, è felicità. Il nettare di Dioniso sgorga e bagna.
Controllo il cellulare e non vedo cenno. Esce dal bagno e non è sola.
Guardo dove il mio spumante interiore bagna e vedo del grigio.
La sera passa, guardo il cellulare sperando in un messaggio, ma niente. L’occhio interiore guarda un altro po dove la bevanda interiore sia finita ed il posto assume i connotati di cemento grigio.
Arriva il momento della torta della festeggiata, chiedo a Claudio di sporzionarla  Io. E’ una torta setteveli, a base di cioccolato da lei adorato.
Ancora ripenso ai suoi regali, un libricino su pensieri dolci e cioccolato ed al suo primo pensiero fatto di una stecca di cioccolato al riso soffiato. Le faccio una fetta più grande degli altri, nascondendovi sotto una fogliolina di cioccolato, sarà felice nel trovarla alla fine della torta.
Il mio spumante interiore continua a zampillare, ma il mio occhio interiore focalizza che il grigio cemento è un muro.
La sera è finita. Vale si alza e se ne va via. Rimane nel gruppo per sgattaiolare via, risponde ad un mio accenno di saluto, senza guardarmi troppo.
Il mio occhio interiore, dopo una seduta dalla dottoressa, focalizza che il muro di cemento è sempre quello del nocciolo nucleare impazzito di Valentina e che il mio spumante interiore si è sboccato su esso. Un senso di fastidio mi prende, assieme ad una sensazione di pericolo.
Me ne vado via, senza aver mandato a distanza di una settimana un messaggio alla Vale per dirle che “il verde ti dona”.
Capita.

mercoledì 19 settembre 2018

Sensibilità .

Antenne.
Monte Trino, Milazzo. Nel punto più alto della città natia, si ergono le antenne dei ripetitori TV. Hanno la funzione di captare i segali, amplificarli e ri-trasmetterli ad utenti o altre stazioni. Strumenti sensibili dediti ad intercettare, captare, cogliere, individuare, scovare, informazioni, elementi, segnali.
Da bambino, in concomitanza di festività quali pasquetta, venticinque aprile, primo maggio, in famiglia eravamo soliti salire sulla collina della Trinità sul finire della giornata, in modo da ammirare il tramonto dal punto panoramico più alto di Milazzo con tanto di vista sulle isole Eolie.
Quando salivamo in vetta era un’avventura ed una sfida, per un bambino la salita era impegnativa e difficile dato il sovrappeso. Arrivato in vetta lo spettacolo della vista ti ripagava degli sforzi compiuti ed era una caccia a cercare una particolarità per chiudere la giornata in bellezza; fiori, asparagi, un bastone, una fotografia o anche dondolarsi e giocare sul parapetto della ringhiera. Si, perché l’angolo formatosi dalla convergenza dei due lati della ringhiera potevano dare l’idea di essere una prua di nave.
La prua era rivolta verso i due golfi che lambiscono la penisola ed avendo a disposizione un’abbondante fantasia, l’inferriata diventava la prua di una nave che solcava i mari.
Mettiamoci un’altra dose di immaginazione e le antenne dei ripetitori televisivi ricordavano le altissime torri di controllo di una nave da combattimento. Siccome  la fantasia non mancava, la nave immaginaria diventava magari una “nave spaziale” e siccome era il periodo di Capitan Harlock, diventava la punta tagliente dell’Arcadia. Non mancava nulla, bastava salire a cavalcioni della ringhiera e si faceva rotta verso innumerevoli dimensioni fantastiche.
Passano gli anni e sul posto torno, il posto è il medesimo, ma sono Io a cambiare. Le funzioni sono differenti, una tra queste è imboscarmi. All’allora ragazza il posto non rassicurava e con il fatto che stando lì in macchina gli scoppiava un gran mal di testa, inficiando la serata intima, lì non ci mettemmo più piede. Anche se per lei ogni occasione era buona per tirare i remi in barca e dire di No ad un momento intimo tra Noi, ma questa è un’altra storia.
Trascorre del tempo e le antenne le vedo come ecomostri. Complice uno scatto del profilo della collina antecedente alla costruzione delle strutture metalliche. Guardondolo mi rendo conto che il posto doveva essere un paradiso. Da superficiali ricerche vengo a sapere che sul posto delle antenne vi era un piccolo altarino da cui si benediceva il mare nel giorno della Santissima Trinità. Vi lascio immaginare la gioia nel sapere l’esito della demolizione della struttura votiva.
Passano gli anni e mi rendo conto che le antenne sono strumenti per captare i segnali. Più le antenne sono potenti e più segnali captano. Nel frattempo durante la terapia, faccio i conti con la mia sensibilità, questa sconosciuta e messa da parte.
Immaginiamo che la sensibilità di una persona sia paragonabile a delle antenne “montate” sopra. Più la persona è capace di intercettare, captare, cogliere, individuare, scovare, informazioni, elementi e segnali, maggiore  è la sua sensibilità e quindi più grandi le sue antenne della sensibilità “montate” .
All’inizio immaginavo le mie antenne della sensibilità paragonabili alle antennine di falena e fino ad un certo punto il parallelismo ci è potuto stare. Finchè gli elementi da individuare sono pochi, questa potente antenna capace di intercettare i segnali, ti da una marcia in più rispetto a gli altri. Capti di più ed hai un quadro più completo su cui poter ragionare. Poi però ti imbatti in alcuni momenti in cui queste antenne aumentano la portata, la potenza di captazione, si ingrandiscono, si innalzano, diventano più grandi e più ricettive, rilevando ogni minimo particolare, troppi elementi.
Nella normalità i segnali captati potrebbero essere 100, in virtù di una buona sensibilità allenata, come dote personale, figlia di una vista acuta, di un sesto senso interiore. In determinate situazioni di pericolo l’antenna si potenzia, si ingrandisce, innalza e aumenta la capacità di captare ed i segnali intercettati diventano 1’000, 10’000, 100’000!
Ogni elemento trasmesso o che si trova nell’etere queste potentissime antenne lo individuano, lo raccolgono, lo impacchettano e lo mandano alla centrale come elemento di comunicazione, come dato importante, come elemento di primaria importanza. Ora, chi è in cabina regia, quando la comunicazione viaggia sui 100 segnali, ci si può crogiolare di avere una buona ricettività, superiore agli altri che permette di avere più elementi su cui ragionare rispetto a gli altri. Ma quando a quello alla cabina di regia, vedi Io, durante una situazione di ansia, di pericolo, di difficoltà, di mettersi in gioco, arrivano 1’000 segnali, o addirittura 10’000, il lavoro di discernimento ed analisi dei dati diventa difficile ed arduo. Quando poi siamo nel bel mezzo di una bufera, le antenne sono scosse da raffiche di vento e pioggia di urla, violenza e problemi, la salsedine infuria dal mare, le fondamenta vengono scosse dal più profondo e la struttura oscilla e beccheggia, chi è alla cabina di regia si ritrova su un tagatà di ballo, una sensazione paragonabile a mal di mare, nausea, dolori, crampi all’addome, vomito e 100’000 dati di trasmissioni captate da smistare ed analizzare!
Lì vado in tilt e la sensibilità da che è un vantaggio, diventa un handicap. Per cui persone insensibili o poco sensibili fanno più strada e vanno avanti, mentre Io resto ubriaco, dolorante, confuso e smarrito nella cabina di regia a smistare informazioni su informazioni, magari il più delle volte inutili per quel momento.
Se ci riesco qualcosa la metto da parte, ma la stragrande maggioranza di notizie la cestino, la butto per sgomberare la scrivania, perché le troppe informazioni provenienti dalla sensibilità diventano un problema ed un ostacolo nel decidere sul da farsi, caricando di peso una struttura già di per se stesso fragile.
C’è da fare i conti con la propria sensibilità ed Io ne ho preso coscienza. Meglio tardi che mai.

Buon compleanno .

Al taccagno .
2 e passa di notte. Il sipario cala in una giornata piena lavorativamente parlando. Poco tempo per riposare, almeno la mattina un’uscita in bici e nel pomeriggio vado a ritirare la torta a Barcellona dal collaudato pasticcere.
E’ il compleanno paterno, ma non ho voglia di rimetterci più soldi del dovuto, già gli faccio la torta e l’idea di andare a ‘mpizzare i soldi del servizio non mi va. Faccio due conti e ok ti pago la torta e mi levo il peso di farti un regalo, ma l’idea di perdere ancora del tempo e del denaro con lui non è che mi alletti. Sopratutto dopo il fallimento finanziario, in base al quale si è fatto liquidare i soldi investiti in titoli tossici dalla banca. Capitale che diciamocelo, se l’è tirato taglieggiando e tirchieggiando su Me, mio fratello e mia madre. Basta, si suona una nuova melodia, ci perdo quanto dico Io, non un centesimo di più.
La deduzione è presto fatta, a lavoro non chiedo la sera libera, mi organizzo nel pomeriggio per andare a ritirare il pezzo e presentarmi in tempo a lavoro.
E’ fatta, lavoro tutta la serata e mi rompono il culo dietro al bar. Meglio, così non posso pensare a niente. Mia cognata manda delle foto di famiglia ( almeno lei cerca sempre di salvare il salvabile) e vedere il vecchio taccagno sorreggersi su i suoi taglieggiati mi fa una gran pena e schifo. Fatti aiutare da loro, ma a Me non cercare il becco di un quattrino bucato. Ti sei già preso viscere, ossa, emozioni, tempo, carne e tendini della mia vita su cui poter fare soldi e poi farteli fottere dalla banca .

giovedì 13 settembre 2018

Gli Italiani

Gli italiani quando sono in due si confidano i segreti, tre fanno considerazioni filosofiche, quattro giocano a scopa, cinque a poker, sei parlano di calcio, sette fondano un partito del quale aspirano tutti segretamente alla presidenza, otto formano un coro di montagna.

Cit. Paolo Villaggio, "Fantozzi, rag. Ugo la tragica e definitiva trilogia", ed. Rizzoli, luglio 2017, pag 35.

lunedì 10 settembre 2018

Ragno ed ignoranza.

Ignorante come un ragno marziano.

Cit. Paolo Villaggio, "Fantozzi, rag. Ugo la tragica e definitiva trilogia", ed. Rizzoli, luglio 2017, pag 21.

lunedì 23 luglio 2018

Furbizia

Berti, una vita trascorsa a celare la furbizia con l'intelligenza.